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Musicafé, suoni dal Mondo, n.3. La casa anarchica di Claudio Rocchi

clau2Lasciava tutta la polvere ai suoi piedi e si sollevava per poter raggiungere il collo del cielo. Claudio Rocchi sapeva quanto grande fosse l’infinito celeste e quanti misteri riguardassero noi, separati dall’Essenza Divina e sottoposti alla pena degli impuri.
Costruiva le preghiere e i canti con le corde, in uno stato sublime, fuori da ogni misura e comprensione umana. Negli anni era stata proclamata la sua feroce incursione contro le corti del dolore. Lui schiariva le vie strette dell’angoscia con un’ispirazione che aveva, per sua natura, uno splendore intimo, che era indice di conoscenza salvifica. Era un affamato, un mendicante, mai sazio delle unioni spirituali, dei frutti della divinità. Era il vergine bellissimo voluto sulla terra dall’Uno infinito. Le chitarre, le candele, erano sempre pronte come sposi felici; e quante lagnanze degli uomini ha saputo avvertire, rendendole parole di culto, d’istruzione.
Era un osservante genuino, delle pratiche d’Amore, ne sapeva fare una lettura completa pronunciando con la sua bocca il messaggio degli eletti.
Ha vissuto molti mondi (scriverne un resoconto sarebbe solo cronaca) a noi visibili, ma innumerevoli sono stati i suoi sogni sentimentali, impercettibili, quanto soprannaturali.
Li ha scagliati fuori dal trono, illuminando i nostri cuori con le sue note, che erano lodi al cielo, era un donatore di Pace, un cerchio per le comunioni, un principio sano di sapienza immortale.
Era estraneo alle dipendenze, era l’io nell’universo. Claudio Rocchi era un pellegrino, nobile nell’onore. Era un disertore, un audace combattente, un distruttore della paura: l’amico gigante che diventava piccolissimo nella meditazione.
Claudio Rocchi era irriducibile errore per l’economia globale. Lui non ha mai guardato con favore gli ornamenti della società e le sue tragiche facce.
Nessuno è rimasto sorpreso quando l’Essenza ha voluto dargli il volo, attraverso una malattia. Ricordiamo, nominandolo, quello che sarebbe stato l’ultimo suo grido: che la vita sia una casa anarchica.

Michele Caccamo

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