“Jazz e dintorni”. Intervista a Enrico Rava, a Praga per il Bohemia Jazz Fest 2018.

La musica e gli interpreti italiani si confermano al centro dell’attenzione del qualificato pubblico ceco, con un appuntamento al top nel cartellone praghese per il mese di luglio.

Enrico Rava e il suo New Quartet si sono esibiti lunedì 9 luglio in un concerto memorabile nella straordinaria cornice di Piazza della Città vecchia, davanti a un pubblico di locali e turisti, in occasione dell’apertura del Bohemia Jazz Fest, uno dei festival Jazz più prestigiosi dell’Europa centrale. Rava è arrivato a Praga in rappresentaza del Jazz italiano grazie al sostegno dell’Istituto Italiano di Cultura, dell’Ambasciata d’Italia e del MAECI che anche quest’anno hanno voluto dare il loro contributo a questo appuntamento musicale estivo in terra boema. Ideato nel 2005 dal chitarrista Rudy Linka, il Bohemia Jazz Fest, oltre che a Praga, fa tappa anche nelle città di Pilsen, Liberec, Domažlice, Tábor e Brno assicurando esibizioni di altissimo livello e a ingresso gratuito per gli spettatori. Enrico Rava, uno dei jazzisti italiani più conosciuti e apprezzati a livello mondiale, è stato accompagnato in questa sua tappa praghese da Gabriele Evangelista al contrabbasso, Enrico Morello alla batteria e Francesco Diodati alla chitarra, in quello che nel 2015 è stato eletto miglior gruppo dalla rivista “Musica Jazz”: il New Quartet.

Abbiamo incontrato Enrico, leggenda vivente del panorama Jazz italiano, e non solo, per fargli qualche domanda.

 

Enrico, non è la prima volta che ti esibisci e visiti Praga, che ricordi e impressioni hai di questa città?

Stiamo parlando più o meno di 30 anni fa, quando ho trascorso qui dieci giorni per suonare con un grande pianista americano: Swift Taylor. Sono stati 10 giorni di prove intense. Siamo partiti insieme per fare un concerto a Milano per poi ritornare a Praga per un altro concerto. A quell’epoca c’era ancora il regime comunista; era una cosa totalmente diversa. La città era bellissima, ma come in quasi tutti i paesi dell’Est non si trovava niente. Al ristorante si trovava un solo tipo di piatto, per non parlare delle vetrine dei negozi dove venivano esposte solo un paio di scarpe… Adesso sembra incredibile, ma allora era la realtà. Da un certo punto di vista per me era molto interessante vedere tutta questa differenza enorme tra il consumismo sfrenato che c’era da noi e il suo opposto qui. Comunque devo dire che la città era meravigliosa, così come lo è tutt’ora.

 

Il Bohemia Jazz Fest è una bella realtà che si sta imponendo dal 2005 nel cuore dell’Europa. Cosa pensi di questa manifestazione?

 

Sono qui al Festival per la prima volta quest’anno. Dal programma e dalla qualità dei musicisti devo dire che mi sembra un ottimo festival, e il fatto che sia un festival itinerante lo rende ancora più avvincente.

 

Partecipi al Bohemia Jazz con il tuo “New Quartet”, un progetto musicale che ha riscosso molto successo e che ha ormai diversi anni. Come nasce questa idea?

Tutti i musicisti di questo gruppo li ho conosciuti durante i miei seminari a Siena, dove tutti gli anni organizzo dei corsi e degli eventi che durano in tutto 15-20 giorni. I migliori giovani musicisti vengono da me a fare il corso, anche perché sanno bene che se trovo qualcuno che mi piace, alla prima occasione lo chiamo a suonare con me e per un musicista giovane, che normalmente deve fare tanta gavetta, questo significa molto. All’improvviso, diciamo così, si ritrova a lavorare in un circuito musicale di “serie A”. Tutti e tre i musicisti che fanno parte del Quartetto li ho conosciuti durante i miei corsi e da subito ho pensato: “appena posso faccio un gruppo con loro perché sono fortissimi”. A parte il fatto che uno di loro, Francesco, aveva già vinto il concorso come migliore talento del Jazz italiano.

 

Qualcuno, a proposito del Jazz, ha detto: “Quando non sai che tipo di musica stai ascoltando, allora è Jazz”. Condividi questa citazione o hai un’idea tua? Come definiresti in poche parole questo genere di musica?

Penso sia difficilissimo definire questo tipo di musica perché è una musica che va da New Orleans – che rappresenta il grande Jazz – alla musica elettronica, passando per il Bebop. In più odio questo termine: “contaminazione” con il Funky… Credo che chi suona il Jazz crede di suonare quel tipo di musica. C’è una caratterista particolare: alla fine dell’800, a New Orleans, è nata una musica che era figlia di un ricordo vago di un ritmo africano, molto vago perché mentre dove c’erano gli spagnoli e i portoghesi gli schiavi africani avevano conservato la loro musica, le loro religioni, la loro lingua…  Dove invece c’erano gli inglesi non era così. Gli inglesi non permettevano assolutamente niente agli schiavi della loro cultura, per cui anche la loro musica era solo un vaghissimo ricordo. Questa fusione di musica di origine africana, mista alla musica sacra inglese, alla musica per banda europea, alla musica francese insieme alla presenza dell’opera italiana… ha avuto luogo a New Orleans. New Orleans era piena di siciliani che hanno contribuito fortissimamente alla nascita del Jazz. La musica che nasce da questo ricordo, poi, comincia praticamente a muoversi in tante altre direzioni; nascono così il Rock and Roll, il Funky, la Soul music… Tutti generi, più o meno parenti tra loro, che hanno la stessa radice e hanno cambiato completamente la nostra cultura esercitando una enorme influenza. Un’influenza non solo sulla musica, ma anche sulla danza, sul modo di parlare e persino di scrivere. C’è stato un enorme cambiamento culturale che è piuttosto riduttivo limitare solo al Jazz.

 

In alcune interviste hai detto più volte che hai un rapporto “conflittuale” con la tromba, che cosa intendi? Se potessi tornare indietro sceglieresti comunque questo strumento o faresti altre scelte?

No, sceglierei questo strumento non perché mi piace lo strumento in sé, ma perché mi piacciono certi musicisti che suonano questo strumento.  Fin da piccolo, quando ho iniziato a sentire il Jazz, mi sono subito innamorato di un trombettista di origine tedesca, Beiderbecke, un grande degli anni ’20. Lo adoravo, insieme ad Armstrong e altri. Poi, più in avanti, mi sono innamorato del Jazz moderno e quando ho iniziato a suonare, che avevo più o meno 17-18 anni, ovviamente mi sono comprato una tromba perché allora il mio idolo era Miles Davis. La tromba è però uno strumento dove io non credo di avere proprio una “facilità naturale”. Ci sono quelli che fin da bambini la suonano, io no, è uno strumento molto ostico in ogni caso, che richiede tantissimo sforzo fisico perché il suono si amplifichi… Nei manuali di questo strumento c’è scritto sempre che se non suoni per un giorno te ne accorgi solo tu, ma se non suoni per due giorni consecutivi se ne accorgono tutti quelli che poi ti ascoltano.

 

Parlando invece della scena italiana: l’Italia non è un paese per giovani, ma è un paese per musicisti? Come vedi la scena Jazz italiana in questo momento?

Direi che l’Italia è sicuramente un paese di musicisti. Ci sono dei musicisti incredibili, di livello altissimo ed è una cosa abbastanza recente che risale a circa 20-30 anni fa. Quando ho iniziato io, a suonare eravamo quattro gatti, e i musicisti che vivevano facendo questo tipo di musica erano in tre: Franco d’Andrea, Nunzio Rotondo ed io. Tutti gli altri suonavano nelle varie orchestre e poi si ritagliavano degli spazi per suonare il Jazz. Quelli che vivevano di jazz erano davvero pochi, sia perché non c’erano possibilità, sia per mancanza di musicisti. Oggi sono migliaia i ragazzi che vivono suonando questa musica. Ci sono poi delle regioni d’Italia dove la musica jazz spicca, ad esempio in Sicilia dove ci sono dei musicisti straordinari anche giovanissimi. Ovviamente ad oggi non c’è tutto questo grande lavoro che prima c’era. Questa crisi si sente ancora di più nel campo artistico dove ci sono stati moltissimi tagli, quindi mi chiedo anche come faranno le nuove generazioni di artisti.

 

Sappiamo che alcuni paesi del Nord Europa, come la Norvegia, investono delle cifre incredibili nella musica Jazz, con veri e propri programmi statali di finanziamento. L’Italia cosa fa a tal proposito?

L’Italia fa poco, pochissimo. Con il governo precedente, il Ministro Franceschini era stato più o meno sensibilizzato sulla questione, e qualcosina, bisogna dire , ha fatto. Ma devo dire che in generale si fa davvero poco, non solo per il Jazz. L’unica arte dove ci sono veramente dei soldi in Italia è l’opera, che è anche giusto perché questa è la nostra grande musica. Però sta di fatto che solo con i soldi che danno alla Scala di Milano faresti un’infinità di Festival Jazz davvero importanti. La situazione è che ci sono stati dei tagli mostruosi, moltissimi festival non ci sono più. Ovviamente, parlando in generale, la situazione rimane discreta dato che comunque ci sono moltissimi musicisti che vivono di Jazz, magari non tutti benissimo, molti sono obbligati a fare lezioni e altro, ma sono comunque molti i musicisti che vivono solo di questo.

 

Recentemente hai collaborato con Matthew Herbert. Come vedi il futuro del Jazz elettronico nell’ambito della contaminazione tra jazz e altri generi musicali?

Penso che la musica elettronica sia una possibilità importante per il Jazz, e la vedo come una “via di scampo”. Purtroppo oggi il Jazz classico possiamo dire stia ridiventando una musica di nicchia. Oggi a New York ci sono dei musicisti pazzeschi che eseguono pezzi di una difficoltà spaventosa e sono l’avanguardia assoluta, c’è una pletora di artisti bravissimi, però a me personalmente questo tipo di musica non emoziona molto, e credo non emozioni più neppure un pubblico, diciamo così, “ampio”. Mancano quelle grandi personalità di una volta come Chet Baker, Mingus, Coltrane… musicisti che li vedevi e ti colpivano per sempre, ti impressionavano… Oggi ci sono tantissimi musicisti bravissimi, straordinari, ma che dopo averli sentiti suonare li dimentichi subito. Anche per questo il Jazz è diventata una musica di nicchia. Con la musica elettronica, invece, si può creare un qualcosa che sia all’avanguardia e al tempo stesso si sposi con quello che i giovani ascoltano oggi. La cosa abbastanza preoccupante è che spesso, quando si fanno i concerti classici di Jazz, il pubblico sembra un raduno di alpini. Ecco perché, a mio avviso, la musica elettronica potrebbe essere una via di scampo a questo andamento. D’altronde tutto sta cambiando velocemente anche, ad esempio, il modo di usufruire della musica, i dischi non li compra più nessuno praticamente. Anche il negozio di una volta dove si andava a comprare i dischi, che era un vero e proprio luogo di ritrovo, dove parlavi con la gente, chiedevi informazioni… oggi tutto ciò è finito completamente. Non riesco ad immaginare come sarà in futuro.

 

Come sta evolvendo il rapporto tra il musicista e il mercato discografico, anche alla luce delle nuove tecnologie e dei nuovi modi di fruizione della musica, come ad esempio Spotify ecc. e soprattutto il fatto che nessuno compri più i CD?

 

Mi auguro che possa esserci presto un mercato che abbia delle regole a cui attenersi, perché la prospettiva futura è che presto non ci sarà proprio più un mercato. Per esempio questa storia di Spotify, dove chiunque è in grado di manovrare un PC può ascoltare tutto quello che vuole gratis, o quasi, e che chi ha prodotto quel disco non vede nemmeno un centesimo… mi chiedo chi investirà più in un disco se sa che non gli ritorna poi quasi niente? Questi colossi come Spotify fanno delle campagne pubblicitarie così forti che creano una disinformazione totale. Una cosa che mi fa incavolare, ad esempio, è che su qualunque giornale italiano, ogni tanto c’è un articolo molto critico sulla SIAE dove leggi che: “noi siamo l’unico paese al mondo con una società d’autori che ha il monopolio…”.  A furia di leggere queste cose va a finire che poi tutti ci credono, anche se non è vero. Ogni nazione ha una società d’autori e sono tutte collegate tra loro. È per questo che noi musicisti riusciamo ogni anno a recuperare i nostri diritti. In America dove invece ce ne sono più di due, nessuno li vede i diritti d’autore a parte le superstar che hanno un ufficio loro dove decine di persone controllano ogni stazione radio per ascoltare quando viene trasmesso quel determinato pezzo; altrimenti non arriva niente. Dall’America, ad esempio, a noi non arriva più niente perché non c’è nessun accordo tra le loro società americane di diritti d’autore e la SIAE. La disinformazione sta nel fatto che la gente pensa che la SIAE sia veramente il peggio del peggio. In realtà è una guerra che è iniziata con la nascita delle televisioni private. La prima fu Mediaset che non voleva pagare assolutamente la SIAE. Poi alla fine fu trovato un accordo, ma nel frattempo sono peggiorati tutti i rapporti anche con la Rai. Nella SIAE c’erano gli iscritti e i soci. Per essere iscritti alla SIAE si doveva sostenere un esame, e poi ti arrivavano i diritti. Se facevi pervenire alla SIAE una certa cifra in un certo numero di anni diventavi di diritto socio, e avevi alcuni privilegi, uno dei quali era che all’età di 60 anni avresti avuto un vitalizio, che all’epoca era di un milione di lire. In questa guerra tra televisioni private e SIAE sono riusciti a far abolire i soci e non esiste più l’esame ad oggi. La SIAE ha purtroppo un’immagine negativa nella nostra società. È il classico caso in cui la cattiva informazione diventa la verità assoluta.

 

Nei prossimi mesi dove ti vedremo impegnato? Quali sono gli appuntamenti più importanti che hai in agenda?

Il più importante nel prossimo mese è il Festival Jazz di Marciac, un festival molto grosso dove andrò con il New Quartet. Poi un sacco di altri concerti: a Napoli con Danilo Rea, in Bulgaria, in Germania… Devo però cominciare a pensare un po’ di ridurre la mia agenda perché a me suonare piace tantissimo, ma viaggiare no, non è più semplice per me come una volta.

 

Mauro Ruggiero, Pasqualina Aliperta.

Si ringrazia Monica Falaschi.