Dal Fotografo della poesia nascosta a una riflessione su ciò che si decide di non fare.

La prima sensazione che si prova davanti alle fotografie di Luigi Ghirri è una forma di disappunto. Disappunto per non aver scattato noi stessi quelle foto apparentemente così evidenti, immediate, banali. Ma se è vero che tutti possono fotografare due panchine, un ombrellone, un distributore di benzina, un muro calcinato di una casa, dubito che tutti riescano a produrre la stessa intensità che Ghirri riusciva – con così poco – a far trapelare dai suoi lavori.

 

Geometra di professione Ghirri riuscì a rivoluzionare il discorso fotografico italiano in nome di una concezione della fotografia vista non più come simulacro dell’immagine ma come mezzo conoscitivo per cui importante non è documentare quello che c’è fuori dal finestrino, ma quello che andiamo a cercare tutte le volte che  guardiamo fuori dal finestrino – “una geografia sentimentale dove gli itinerari non sono segnati e precisi, ma obbediscono agli strani grovigli del vedere”.

A guidare l’obiettivo fotografico di Ghirri sono lo stupore per le piccole cose, la poesia spesso nascosta dietro al quotidiano e all’ordinario ma che noi, spesso distratti e disattenti, non riusciamo più a vedere. “Fotografare è come osservare il mondo in uno stato adolescenziale, rinnova quotidianamente lo stupore, è una pratica che ribalta il motto dell’Ecclesiaste: “niente di nuovo sotto il sole”. La fotografia sembra ricordarci che “non c’è niente di antico sotto il sole”.

Con tutto quello che non vediamo più perché’ sempre davanti a noi la vita quotidiana per Ghirri diventa un rebus che forse la fotografia può contribuire a risolvere grazie al potere selettivo dell’inquadratura – via attraverso cui mediamo il conflitto tra il reale ed il rappresentato e con cui ripensiamo la nostra percezione delle cose. “La cancellazione dello spazio che circonda la parte inquadrata è per me importante quanto il rappresentato ed è grazie a questa cancellazione che l’immagine assume senso diventando misurabile”.

Se è vero, come sostiene Ghirri,  che quello che decidiamo di non inquadrare nel nostro obiettivo ha un peso rilevante nella realizzazione dell’immagine così anche le scelte a cui decidiamo di rinunciare continuano ad influenzare in qualche modo le nostre vite. Quando facciamo una scelta – tra una casa in centro ed una in periferia, tra due amori, uno felice e uno (forse) un poco più felice, tra un lavoro sicuro ed un altro (forse) più soddisfacente, tra due città in cui vivere – spesso non e’ il 100% di noi a scegliere ma il più delle volte un risicatissimo 51% .  Ma cosa succede a quel 49% a cui rinunciamo? Non scompare del tutto, come in certi film in cui il protagonista riesce a buttare tutto il passato alle spalle. Una piccola parte di noi continua ad essere innamorata dell’uomo che sta lasciando, del lavoro che sta abbandonando,

della casa da cui sta traslocando. Le vite scartate per un soffio continuano a camminare accanto a noi come potenzialità inespresse, su strade parallele alle nostre, su altre gambe. Sono lì a portata di mano – nelle facce e nelle storie delle persone che hanno scelto quello a cui abbiamo rinunciato e che a volte capita di incrociare o persino di andarle a cercare, e sarebbe un po’ come ascoltare, parlare, invitare a cena le persone che non siamo stati ma a cui continuiamo a voler bene.

 

Ghirri, se avesse avuto la possibilità di leggere “le scelte che non hai fatto” di Maria Perosino, se ne sarebbe innamorato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pasqualina Aliperta