Su Giovanna Marini, il suono del Sud e un documentario necessario.

Chi mi ha proposto di scrivere queste parole, non aveva abbastanza conoscenza della mia idea sulla musica popolare. Un atto di letterale incoscienza che si è rivelato prolifico all’istante. Mi si è, in pratica, presentata, senza far nulla, la possibilità di stendere nero su bianco una riflessione, partendo da un progetto che sta prendendo forma, che racconta la musica popolare, quella fatta di ricchezze interiori, povertà e radici contadine. Mi sono detto: è un’occasione da cogliere; quando mi ricapita l’occasione di fare chiarezza a me stesso, in primis, su una musica che da sempre sento visceralmente distante da me, e che al contempo mi attira a sé, come a chiedermi di capire i tanti motivi di questa distanza? L’occasione, a riguardo, ha un nome e un cognome: Giovanna Marini.

Su e con lei, la Meditfilm con il supporto del laboratorio di antropologia visuale Luoghi e Visioni, ha deciso di produrre un documentario, affidando il finanziamento dell’intero progetto a noi tutti, tramite il crowdfunding di Produzioni dal basso.

Il documentario, già nel suo titolo, esprime in modo inequivocabile tutte le sue intenzioni: A Sud della Musica – la voce libera di Giovanna Marini. C’è il Sud, c’è un percorso a ritroso nelle memorie musicali e umane di una persona che, della musica e del ritrovarsi sotto il segno tangibile della libertà, ne ha fatto motivo vero di vita, di studio. D’identità. Motivo vero.

Ecco, la musica popolare ha questa cosa strana in sé: ha bisogno di un racconto autorevole perché possa ritrovare, costantemente, un’identità. Nel paradosso di nascere dalla gente comune e di dover essere documentata dalla ricerca, dalla cultura, riesce a ritrovarsi, ad attraversare il Presente.

E, se di autorevolezza parliamo, Giovanna Marini, per i suoi trascorsi musicali, accademici e di vita, rappresenta l’esempio perfetto di cosa significhi e implichi una narrazione precisa e sentimentale di ciò che i contadini del sud sapevano tradurre, con un carico enorme di poetica e dolore, in musica.

 

Ecco perché un documentario come questo che Curi, Faggiano e Lecce di Meditfilm ci propongono, assume un’importanza notevole: perché  è pronto a fare luce su un fenomeno antropologico prima che musicale, esistenziale prima che antropologico. Non solo, in un lavoro del genere è possibile riporre legittime speranze di scardinare, a esempio, preconcetti sulla musica popolare che nel tempo, complici diverse forme di abusi linguistici ed edulcorazioni del folk stesso, si sono formati. Di quelle incomprensioni terminologiche e concrete, e come se mi sentissi vittima. Come se, molti dei tentavi di ripristino della musica popolare che ho visto e vedo, andassero a vuoto proprio perché senza radici, orfani di una vera e necessaria analisi di quelle radici.

Qui, il link per entrare a far parte del progetto:
Giovanna Marini