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Stress, malattia e Meditazione. Quando medicina moderna e sapienza antica si incontrano

Il concetto di stress fu introdotto per la prima volta da Walter Cannon tra il 1910 ed il 1920, per indicare una reazione di allarme prodotta nell’organismo da uno stimolo esterno.

Cannon nel suo più noto libro The Wisdom of body introduce  il concetto di omeostasi, ponendo l’accento sul fatto che le modificazioni fisiologiche che intervengono  nel corso di quella che lui chiamerà “reazione di allarme “ tendono a tornare alle condizioni di partenza. Sono quindi i meccanismi omeostatici a garantire la stabilità dell’organismo.

La prima sistematizzazione schematica del concetto di stress che  in seguito guiderà la scoperta di un nuovo  continente “scientifico”  apparve sulla prestigiosa rivista inglese Nature nel 1936 ad opera del medico e scienziato Hans Selye  il quale descrisse “una sindrome prodotta da diversi agenti nocivi” caratterizzata da una medesima reazione: un aumento fisico e funzionale (o ipertrofia) della parte della ghiandola surrenale chiamata “corteccia” (corticosurrenale)  e da una riduzione (atrofia) del timo (ghiandola posta dietro lo sterno che svolge un ruolo fondamentale nel sistema immunitario) e  delle ghiandole linfatiche.

Selye concluse di essere di fronte all’attivazione di una risposta biologica fondamentale (Hans Selye. The stress of life, 1976) che consisteva nell’attivazione di un asse vitale legato a due ghiandole endocrine, l’ipofisi e il surrene  e che produceva quel complesso di sintomi e modificazioni che Selye definì “sindrome generale di adattamento”.

Selye  descrisse tre fasi della condizione di stress:di allarme, di resistenza, di esaurimento.(Carlson. 2002)

Nella fase di allarme, l’organismo mobilita le sue difese attivando sia l’asse ipofisi-cortico-surrene sia  l’altra parte della surrene, chiamata “midullare”che produce adrenalina e noradrenalina.

Nella fase di resistenza, se lo stress persiste, l’evento fondamentale è il proseguimento della sovrapproduzione di cortisolo, che ha come conseguenza la soppressione delle difese immunitarie (Bechter e  Gaschler. 2005)

Nella fase di esaurimento, infine, si registra l’esaurimento della ghiandola surrenale e la morte  dell’animale da esperimento.

Lo stress quindi è un adattamento dell’organismo al cambiamento della sua omeostasi interna prodotto da uno stressor.

Le malattie sono il frutto di un cattivo adattamento…che non è semplicemente una carenza di risposta (Gremek. 1998) anzi,  Selye  introduce il concetto che possano esserci malattie dovute ad un eccesso di risposta. Non c’è quindi un generale e universale meccanismo omeostatico. L’adattamento può sfociare in malattia  potendo anche modificare in senso qualitativo le  strutture biologiche…in questo caso Selye parla di “transadattamento” (Selye.1976). L’eccesso di “cortisolo da stress cronico” ha infatti effetti rilevanti sulla pressione arteriosa, sull’attività cardiaca, renale, sull’equilibrio glicemico e anche sul sistema nervoso e mentale (Rozanski. 1999; Krantz et al. 2000)

 Se c’è maladattamento l’organismo viene  segnato da un accumulo di prodotti secondari delle attività biologiche, questo concetto dell’accumulo di alterazioni sarà ripreso da Bruce McEwen, che utilizzerà un nuovo termine: allostasi (McEwen. 1998).

L’omeostasi, richiama infatti la stabilità come ripristino delle stesse condizioni di partenza, l’allostasi chiarisce invece che ci troviamo in una nuova condizione.

Quello che McEwen chiama carico allostatico, dipende da una serie di fattori  tra cui essenziali sono  le caratteristiche individuali e gli stili di vita che mettiamo in campo.

Fondamentale è la gestione dello stress, imparando ad utilizzare tecniche il cui valore per la qualità della vita è stabilito, come l’attività fisica e un certo numero di tecniche psicologiche, quali la meditazione, lo zen, il Thai Chi Chuan ed il bio-feedback. (Bottaccioli  e Carosella. 2003)

Come fa la psiche ad influire attraverso il cervello, sulle funzioni immunitarie?

Uno stress acuto, che dura un tempo limitato ha normalmente un effetto stimolante sull’attività immunitaria .(Segerstrom e  Miller. 2004)

In corso di stress acuto c’è un allarme generale che caccia le cellule immunitarie dalle retrovie (sangue e organi linfoidi centrali) e le indirizza là dove servono per fronteggiare l’eventuale aggressione di un microrganismo, nei linfonodi e nelle superfici: pelle e mucose                                

(Dhabhar e McEwen 2001).

Un effetto diverso ha invece lo stress persistente.

A partire dagli anni settanta alcuni lavori hanno documentato l’azione immunosoppressiva del cortisolo. (Besedovski e Del Rey 2001)

In corso di stress cronico,   sia il cortisolo, sia le catecolamine sopprimono l’attività immunitaria  ponendo l’organismo in una condizione di accresciuta  vulnerabilità alle infezioni e al cancro.  

Su un  campione di 2000 persone che assistevano i propri congiunti (coniuge o genitore) colpiti dal morbo di Alzheimer, l’80% di queste persone presentava una riduzione dei linfociti T helper ed un alto livello anticorpale contro il virus Epstein-Barr, un aumento dell’incidenza di malattie infettive ed un ritardo nel riparo delle ferite (circa il 25% del tempo in più). Se si studiano le cellule immunitarie di queste persone si trova  che producono meno IL -1β del normale. (Kiecolt e Glaser. 1995).

 In uno studio effettuato dai coniugi Glaser, dove le “cavie” erano settanta giovani  americani  studenti di medicina, il risultato fu univoco. Nel corso degli esami vi è una depressione del sistema immunitario: i linfociti T helper sono in numero minore, i NK (cellule natural killer) sono meno attivi, si assiste ad un innalzamento dei livelli anticorpali contro il solito virus Epstein-Barr,  questo perché il virus latente, essendosi indebolito  il sistema immunitario diventa attivo e costringe i linfociti B a produrre più anticorpi nel tentativo di renderlo inoffensivo. I Glaser verificarono puntualmente un aumento delle malattie infettive durante il corso degli esami (che negli USA si protraggono per alcune settimane). (Segerstrom e  Miller. 2004)

Inoltre i Glaser  utilizzando questionari psicologici stabilirono anche una relazione stretta tra la condizione psicologico-esistenziale degli studenti (per esempio il livello di solitudine) e la frequenza con cui questi si ammalavano, che risultò più alta negli studenti con maggiori problemi di socializzazione.(Glaser et al. 2005)

Lo studio più spettacolare è quello che ha indagato i tempi di guarigione di una ferita  negli stessi soggetti, in due settimane diverse dal punto di vista dello stress. Le “cavie “sono stati studenti di medicina a cui è stato praticato un piccolo taglio sotto il palato durante le sessioni d’esame e un’ identica durante  le vacanze. Il tempo di guarigione della ferita durante gli esami è stato superiore del 40% rispetto al tempo registrato in vacanza! Anche in questo caso, le cellule immunitarie sotto stress producevano meno IL -1β. (Marucha et al. 1989)  

Anche le emozioni negative influenzano la risposta del sistema immunitario

persone soggette a stress persistenti sono più vulnerabili alle malattie anche ad anni di distanza. Nel loro sangue una particolare citochina –l’interleuchina 6 (IL-6) – circola in quantità quadrupla rispetto alla norma. In concentrazioni normali l’IL-6 coopera fra l’altro alla risposta immunitaria nelle infiammazioni ma si sospetta che una quantità eccessiva favorisca le malattie cardiovascolari, l’osteoporosi e alcuni tipi di cancro. (Bechter e Gaschler. 2005). L’interleuchina 6 agisce sull’asse ipotalamo-ipofisi-surrene incrementando il rilascio di cortisolo che a sua volta rafforza ulteriormente la pressione negativa sul sistema .(Bechter e Gaschler.  2005)

Uno studio guidato dal neuroscienziato Richard J. Davidson ha mostrato che uno stato psicologico negativo è correlato ad una peggiore risposta al vaccino, evidenziando cioè che chi è più ansioso e depresso  produce meno anticorpi antinfluenzali (Rosenkranz et al. 2003). Nello studio di Davidson si è cercato di individuare le vie nervose che producono il deficit immunitario, comprendendo che, le persone con uno stile emozionale più negativo presentavano anche una maggiore attivazione delle cortecce prefrontali destre(Bechter e  Gaschler. 2005 ). Nel sangue di queste persone prelevato alcune settimane dopo la vaccinazione c’era un più basso titolo anticorporale verso il virus dell’influenza, di quello riscontrato nelle provette dei loro colleghi con un umore migliore. Lo stesso vaccino quindi ha prodotto risultati differenti, a seconda dello stato emozionale dei partecipanti allo studio.  L’iperattivazione delle cortecce prefrontali destre porta quindi all’attivazione dell’asse dello stress, con sovrapproduzione di cortisolo e conseguente soppressione della risposta immunitaria ai  parassiti intracellulari e ai virus. (Bottaccioli. 2002).

Sempre il gruppo di Davidson ha documentato su “Psychosomatic Medicine”, che è possibile correggere l’iperattività dell’emisfero destro e quindi proteggere il sistema immunitario.( Davidson et  al. 2003)

Otto settimane di un programma di tecniche antistress corregge la predominanza dell’emisfero destro e aumenta l’attività immunitaria misurata con il titolo anticorpale del vaccino antinfluenzale. (Kabat e Zinn. 1993) 

L’infiammazione è parte integrante dell’attivazione del sistema dello stress 

(Black. 2003)

 L’ attivazione del sistema dello stress si accompagna alla produzione di citochine infiammatorie (Bottaccioli 2005). Alcuni studi condotti negli ultimi anni hanno dimostrato la capacità che ha lo stress di esacerbare la malattia è del tutto simile a quello di un infezione. (Buljavace et al. 2003)

In uno studio condotto, ad opera di Bierhaus su 19 ragazzi studenti universitari sottoposti ad un tipico stress acuto come parlare in pubblico, rispondere rapidamente a domande, 17 ragazzi   hanno mostrato nel loro sangue i segni dello stress: più cortisolo e più noradrenalina  e nelle cellule immunitarie ed  una   triplicazione dei livelli di NFkB, questa sostanza porta l’emozione stressante all’interno del nucleo della cellula immunitaria e attiva una sessantina di geni infiammatori che quindi daranno istruzioni per sintetizzare citochine e altre cellule infiammatorie.(Bierhaus et al. 2003)

 

Lo stress, tramite la noradrenalina attiva un enzima, una chinasi, che attacca un complesso inerte presente nel citoplasma della cellula immunitaria lo libera dal fattore inibitorio (ikB) e mette in azione  NFkB. Il fattore entra nel nucleo del monocita  e attiva una sessantina di geni, i quali a loro volta comanderanno la produzione di proteine infiammatorie, soprattutto citochine (IL-1 e TNF-alfa) essenziali per lo sviluppo della risposta infiammatoria.

Un altro fattore pienamente confermato da studi su umani è la relazione tra stress psichico,  artereosclerosi e cardiopatie.

Da quanto già detto la componente fondamentale dello stress è l’infiammazione e le lesioni artereosclerotiche rappresentano una serie di risposte molecolari e cellulari che nel loro insieme possono essere descritte come una malattia infiammatoria.(Rossn. 1999)

Numerosi sono gli studi  che dimostrano le modificazioni biologiche in senso cancerogenetico indotte da stadi mentali negativi. Tra le ricerche sugli umani, va segnalato uno studio realizzato su oltre seimila ebrei israeliani che hanno perso un figlio per incidenti o per la guerra. In queste persone è stata documentata una più alta incidenza di tumori linfatici, del sangue e dell’apparato respiratorio.

La mortalità è aumentata in modo rilevante tra le persone che già avevano un tumore prima di subire la perdita (Levav et al. 2000). I meccanismi biologici che possono spiegare questo incremento dell’incidenza del cancro non sono difficili da ipotizzare. Il sistema immunitario tramite le NK e i linfociti T citotossici, attivando il circuitoTh1, gioca un ruolo fondamentale nella distruzione e nell’induzione al suicidio delle cellule trasformate in senso maligno. Lo stress protratto nel tempo tramite la sovrapproduzione di cortisolo e catecolamine sopprime la reattività del sistema immunitario (Reiche et al. 2004). Infine studi degli ultimi dieci anni hanno documentato che il cortisolo ha molteplici effetti: altera il ritmo giorno-notte con disturbi del sonno e del sistema immunitario, può danneggiare l’ippocampo indebolendo i meccanismi della memoria, può alterare la disponibilità di triptofano e di tiroxina  precursori di serotonina e noradrenalina riducendone  la sintesi cerebrale e che un’ eccitazione cronica dell’asse dello stress è ormai universalmente collegata alla depressione al disturbo di panico,  al disturbo ossessivo-compulsivo: tutti quadri clinici contrassegnati da uno stato d’ansia, che ben si connettono con l’azione ansiogena del CRH  (Porter et al. 2004;Neumeister et al. 2005). 

 

LA MODULAZIONE DEL NETWORK:TECNICHE PER LA MENTE

Da quanto detto finora, sicuramente  sarà stata compresa l’incidenza negativa che lo stress esercita sull’organismo. In questa parte  focalizzerò la mia attenzione sull’importanza del fattore mentale. Imparare a controllare lo stress e le proprie emozioni, tramite un apprendimento e un uso sistematico delle tecniche antistress e meditative è  fondamentale per la salute.

 

La meditazione

Un gruppo di neurobiologi danesi ha pubblicato su “Cognitive Brain Research” uno studio realizzato su otto maestri di meditazione. Visualizzando l’attività cerebrale dei meditanti con un tracciante contenente un competitore per il neurotrasmettitore  dopamina, i ricercatori hanno potuto vedere un notevole aumento del neurotrasmettitore nello striato ventrale, un’area del cervello che fa parte dei circuiti del premio, della gioia e della ricompensa. (Troels et al.2002)

  Il circuito del piacere, su cui ciascuno può provare a costruire un’esperienza di felicità  ha il suo termine nelle cortecce prefrontali che possiamo dividere in due grandi aree: la ventromediale e la dorsolaterale. La prima è il terminale delle emozioni, spesso anche negative. Nella depressione e nell’ansia la ventromediale è iperattiva a scapito della dorsolaterale che, invece, è il centro dell’attenzione, della memoria di lavoro, della percezione del tempo.(Adams-Victor 2004)

Durante gli esercizi di concentrazione meditativa si ha un’attivazione della dorsolaterale,  la quale ha effetti ansiolitici e antidepressivi. Al tempo stesso in fase di meditazione profonda si ha una riduzione complessiva dell’attività delle cortecce prefrontali con effetti  tali da rendere il cervello quieto e vigile al tempo stesso. (Bechter e Gaschler 2005)

A sostegno di ciò troviamo studi di elettrofisiologia che dimostrano un netto aumento delle onde lente (theta), in fase di meditazione profonda e la comparsa di onde gamma in esercizi di visualizzazione (Bertrand et al.2000).

Sui ritmi theta  uno studio giapponese descrive una situazione interessante: la comparsa di questi ritmi parte dalla linea frontale mediale del cervello dei meditanti ed è un segno inequivocabile dello stato meditativo profondo, di  una liberazione dall’ansia (documentata da una minore attivazione cardiaca simpatica) che ricorda lo stato di “beatitudine” descritto dai meditanti.(Kubota  et al. 2001)

 Riguardo le onde gamma, uno studio condotto presso l’università del New Jersey  segnala l’esistenza  di una forte corrente di onde gamma nell’ippocampo ed in particolare in un’area costituita dai grandi neuroni piramidali denominata CA3 (Buzsaki. 2000).

La medesima area ippocampale  (CA3) funge da generatore, oltre che per  il ritmo delle onde gamma, anche delle onde theta. E’ stato visto che in assenza dei ritmi theta l’attività gamma non scompare bensì diventa disordinata e meno potente. E’ evidente quindi che il ritmo theta mette in fase e potenzia anche l’oscillazione gamma. Da ciò potremmo ipotizzare che il ritmo theta è la modalità online con cui lavora l’ippocampo, è il ritmo di fondo che sincronizza altri ritmi ed è ciò che consente a questa area cerebrale di svolgere compiti legati alla formazione di nuovi ricordi e al richiamo di quelli già codificati.(Varrela  et al.  2001)

 L’uso regolare delle tecniche meditative determina:

•La regolazione della produzione di cortisolo, principale ormone dello stress.

•L’aumento notturno di melatonina, fondamentale ormone del sonno, con funzioni chiave nella sincronizzazione dei ritmi biologici dell’organismo.

•La riduzione della noradrenalina, neurotrasmettitore prodotto sia dalle surrenali sia dal cervello stesso sotto stress.

•L’aumento della serotonina, neurotrasmettitore di grande rilievo per l’umore (antidepressivo), ma anche per la regolazione della fame e della sazietà e non solo.

•L’aumento di DHEA (deidroepiandrosterone), ormone prodotto  sia dalle surrenali, sia dal cervello, con molteplici ruoli sia sull’umore sia sul sistema immunitario.

•L’aumento di testosterone, l’ormone maschile per eccellenza, che può svolgere un ruolo importante anche nelle donne perché, soprattutto in menopausa, costituisce una riserva per la produzione di ormoni femminili (estrogeni), tramite un meccanismo di conversione enzimatica dall’ormone maschile a quello femminile che si chiama “aromatizzazione”.

•Inoltre, il cervello appare dotato di maggiori livelli di coerenza, anche interemisferica, segnalati dalla comparsa di ritmi armonici particolarmente robusti.

•Infine il cervello dei meditanti esperti appare in grado di ridurre il sovraccarico di input, semplificando la complessità.

In sintesi gli effetti della meditazione sul cervello possono essere così riassunti.

•Un rilassamento profondo che non ottunde l’attenzione, anzi la potenzia.

•Un maggior controllo dei circuiti neuroendocrini e segnatamente quello dello stress .

•Una maggior coerenza cerebrale, una migliore comunicazione tra gli emisferi, una maggiore capacità di adattamento.(Bottaccioli e Carosella. 2003)

La meditazione si configura come un rimedio per l’arterosclerosi.(Ornish et al. 1990;1998)

Qualche anno fa è stato pubblicato uno studioche ha valutato gli effetti di alcuni mesi di meditazione sullo spessore (indice di artereosclerosi) della parete interna della carotide, l’arteria che porta il sangue al cervello. Mentre nel gruppo di persone che ha seguito una normale terapia l’artereosclerosi della carotide, anche se di poco, è aumentata, il gruppo che ha seguito il programma di meditazione ha visto diminuire il restringimento della carotide.(Castello-Richmond et al. 2000)

Uno studio apparso su American Journal of Cardiology, ha dimostrato che anche in persone anziane, età media 74 anni è possibile ottenere buoni risultati, stabilizzando o addirittura riducendo l’artereosclerosi della carotide.  In questo studio il gruppo dei meditanti è stato paragonato non solo ad un gruppo che seguiva la terapia classica per i disturbi cardiaci (25% di grassi ed il trattamento standard a base di farmaci anticolesterolo), ma anche ad un gruppo che seguiva un approccio naturale, e cioè dieta, attività fisica e  multivitaminici. La sola differenza era quindi la meditazione. Ebbene, il gruppo dei meditanti è andato meglio anche del gruppo che seguiva una terapia naturale senza meditazione.(Fields et al. 2002)

Può anche assolvere funzioni riabilitative all’interno di carceri minorili (Wintoonchart e  Bartlet 2002) e in strutture scolastiche dove è avvertito il fenomeno bullismo. (De Albeniz. 2000)

 Potremmo dire che gli effetti psicologici della meditazione  si concretizzano in:

•Sviluppa la pazienza.

•Promuove un atteggiamento non giudicante.

•Aiuta le persone a vivere in situazioni incerte e instabili.

•Le stimola a prendere contatto con se stesse e con la propria  coscienza.

•Sviluppa la responsabilità personale.

•Organizza sentimenti che permangono.  

 

Lo Zen

Un esempio di come la meditazione possa entrare a far  parte della vita di tutti i giorni, ci viene dato dallo Zen. Lo Zen  comincia col non richiedere nessuna teorizzazione, istruzione dottrinale o gelida formalità; queste vengono considerati  puri  simboli della saggezza, mentre lo Zen si fonda sulla pratica e su un’intima, personale  esperienza della realtà. Lo Zen è un vigoroso tentativo di entrare in contatto con “la verità stessa” senza permettere a teorie e simboli di intromettersi fra colui che conosce e la cosa conosciuta (Watts. 1980).E’ un sentire la vita, piuttosto che un sentire qualcosa circa la vita. Nello zen non c’è nulla di ultraterreno, poiché esso è un atteggiamento costante della mente, applicabile tanto a lavare i panni, tanto a svolgere funzioni religiose, quanto a correre una maratona. Studi recenti dimostrano che con la meditazione Zen: vengono modificati in modo notevole i flussi cerebrali in alcune aree del cervello che si occupano della percezione dello spazio e della distanza (Newberg et al. 2001), si riscontra un  aumento delle onde cerebrali lente (theta), si sa che questo ritmo cerebrale che origina durante la meditazione, nella parte frontale del cervello, determina la regolazione del ritmo cardiaco, per cui il cuore è meno sollecitato dagli stimoli nervosi che ne determinano l’affaticamento   ed inoltre si nota una netta riduzione delle catecolamine connesse allo stress (Infante et al.  2001).

 

 Il controllo del respiro.

Tutte le tecniche meditative orientali o occidentali che siano, hanno alla base il controllo del respiro (Bottaccioli. 2005). Anche se c’è un ramo dello yoga, il cosiddetto Kriya Yoga, che coltiva in modo particolare le tecniche  respiratorie  non c’è tradizione e disciplina meditativa che non contempli, spesso come passo iniziale, l’addestramento e l’esercizio del controllo  del respiro. Sorge una domanda…qual è il fondamento scientifico di questa pratica? E’ un banale modo per rilassarsi oppure la modificazione del ritmo respiratorio produce effetti significativi sul cervello, sul sistema cardiovascolare, sul sistema immunitario con effetti rilevanti sulla salute? Uno psichiatra americano, il dottor Richard Brown, in un ampio studio muove proprio da queste domande. (Brown e  Gerbarg. 2005)

 Brown afferma che «il controllo volontario del respiro può influenzare il neurovegetativo, il ritmo cardiaco, il tono vagale, le funzioni cerebrali, con modificazioni nella produzione di neurotrasmettitori e ormoni».

Il respiro può influenzare il sistema cardiocircolatorio, poiché il rallentamento volontario del numero di atti respiratori al minuto è in grado di rendere più efficienti i sensori che comunicano al cervello il livello di pressione arteriosa (barocettori) e la quantità di ossigeno e di anidride carbonica presenti nel sangue (chemiocettori). (Bernardi et al. 2001)

Il  cervello, in base alle informazioni inviate dai sensori, regola automaticamente i livelli della pressione e dei gas nel sangue, agendo sul sistema simpatico, e sul nervo vago (parasimpatico).   

Se la pressione arteriosa è troppo bassa, l’ipotalamo attiva il simpatico, che aumenta il ritmo del cuore, che così pompa più sangue, costringe i vasi, aumentando così la pressione. Se invece è troppo alta, attiva il vago, che ha effetti opposti (Bottaccioli. 2005).Talvolta può capitare che i barocettori e i chemiocettori si “starino”. Le ragioni possono essere  di tipo medico (malattie cardiovascolari, malattie respiratorie), di tipo psicologico (disturbi d’ansia), ma  anche di tipo comportamentale (in Occidente si respira più rapidamente che in Oriente).

L’addestramento e l’esercizio del controllo del respiro, consente una migliore regolazione dei barocettori e dei chemiocettori, allena il cervello a tollerare elevati livelli di CO2; incrementa la scarica vagale afferente con effetti calmanti, regola il sistema dello stress e per questa via i livelli di cortisolo, adrenalina e noradrenalina, migliora la funzionalità immunitaria e l’umore.(Janakiramaiah et al. 2000; .Sharma et al.2003)

 

Padroneggiare l’energia: Tai Chi Chuan.

Il Tai Chi Chuan non si sa esattamente quando e da chi fu inventato. La leggenda racconta che intorno al 1200 d. C. Chang San Feng, monaco del monte Wudang nella provincia cinese dello Hubei osservando un combattimento tra un serpente e una gru, concluse che il rettile aveva la meglio perché era più sciolto e più concentrato sull’avversario. Chang praticava il Kung Fu, un’arte marziale di potenza fisica; cambiò seguendo la strada della flessibilità e della concentrazione, dell’armonia interiore

Lo spirito autentico del Tai Chi (o Ji) è proprio l’unione tra il corpo e la mente: i movimenti dolci  del corpo vengono guidati dalla concentrazione sull’energia interiore (Qi). L’espressione che descrive questa tecnica risiede nel concetto di “Forma”, un sistema di movimenti concatenati che vengono eseguiti in un modo lento, uniforme e senza interruzioni. Culturalmente il Tai Chi ha le proprie radici nella filosofia taoista, che basandosi sul concetto di Ying-Yang, l’eterna alleanza degli opposti,  mette in primo piano la ricerca dell’equilibrio interno. La pratica attenta e costante di queste tecniche, grazie alla loro morbidezza, alla circolarità e alla lentezza con cui vengono eseguiti, rende il corpo più agile e armonioso migliora la postura ed ha un effetto benefico sul sistema nervoso e sulla circolazione. Il Tai Chi ha effetti di potenziamento della risposta immunitaria, poiché diminuisce l’attivazione dell’asse dello stress che come sappiamo ha effetti soppressivi sull’immunità.(Irwin et al.2003)

Non è solo rilassamento mentale, ma è anche ginnastica aerobica, di cui quindi beneficiano i sistemi: muscolo-scheletrico, cardiovascolare e  respiratorio.

I ricercatori della Harvard University non hanno dubbi: il Tai Chi va aggiunto alla terapia standard dell’insufficienza cardiaca cronica.(Yen et al. 2004)

Oncologi dell’università di Rochester (NY), hanno paragonato il Tai Chi al supporto psicologico per donne che avevano subìto il trattamento standard per il cancro al seno. Le donne che hanno praticato il Tai Chi  un’ora per tre volte la settimana, per dodici settimane, hanno registrato un miglioramento della qualità della vita e dell’autostima nettamente superiore al gruppo che aveva ricevuto solo un supporto psicologico (Mustian et al. 2004).    

 Inoltre studi controllati su anziani hanno documentato un netto miglioramento nella qualità e nella quantità del sonno. (Li et al. 2004)

 

 Il Bio-feedback.

Il biofeedback è un procedimento attraverso cui il soggetto impara a ri­appropriarsi della capacità di controllare e di poter influenzare le proprie risposte fisiologiche (Blanchard e  Epstein. 1978) attraverso una retroazione psicofisiologica e una maggiore propriocezione. L’apprendimento della tecnica è accelerato se viene appresa  utilizzando contemporaneamente un’apparecchiatura in grado di fornire dei feed-back sul controllo che si sta ottenendo. Secondo la definizione di Zaichkowsky e Takenaka (1993), il termine Biofeedback (ovvero “informazione biologica di ritorno” o “retroazione biologica”) indica un insieme di tecniche atte a fornire al soggetto informazioni sui processi fisiologici del proprio organismo fornite da sensori e transduttori, attraverso la loro amplificazione e traduzione in segnali percepibili sensorialmente. La consapevolezza dei propri stati interni, acquisita dal soggetto mediante tali tecniche, è finalizzata al conseguimento di un migliore autocontrollo di quelle variabili fisiologiche che sono coinvolte nella funzione sulla quale si vuole imparare a influire. Le procedure di biofeedback implicano quindi l’utilizzo di apparecchiature atte ad amplificare e convertire le variazioni dei processi fisiologici interni in segnali esterni (acustici, visivi) che siano proporzionali alla loro intensità e che consentano al soggetto una percezione immediata delle proprie condizioni biologiche (tensione muscolare, temperatura cutanea, attività delle onde cerebrali, risposta psicogalvanica, pressione sanguigna, frequenza cardiaca).

Il sistema può, simultaneamente o separatamente, mostrare sullo schermo i canali di diverse funzioni psico-fisiologiche tra cui:

·         Frequenza cardiaca (HR)

·         Conduttanza cutanea (GSR)

·         Attività elettrica muscolare (EMG)

La frequenza cardiaca prevede la misura dell’intervallo R – R del segnale elettromiografico rilevato sulle derivazioni periferiche (es. mano destra o sinistra) o sulle precordiali.

Il modulo per la conduttanza cutanea utilizza per la rilevazione del segnale due elettrodi da applicare sulle dita della mano dominante: il metodo di rilevazione è a tensione costante.

Per rilevare il segnale dell’attività elettrica muscolare occorrono tre elettrodi. Due elettrodi (rosso e verde) sono attivi ed uno è neutro. Molto spesso si usa rilevare l’attività del muscolo frontale, che funziona come rilevatore dello stato di tensione generale del soggetto.

Si tratta di uno strumento indispensabile per l’intervento di condizionamento, attraverso il quale il soggetto può seguire l’andamento delle proprie variabili somatiche, altrimenti non percepibili

L’applicazione terapeutica del Bio-feedback si fonda quindi su una ristrutturazione cognitiva del paziente, che aumenta la capacità di autocontrollo attraverso:

·         l’attenzione a sequenza e modalità d’insorgenza dei disturbi temuti e quindi spesso rimossi dal pensiero cosciente

·         l’inibizione dei pensieri di timore e delle reazioni maladattative di evitamento degli eventi negativi quando i sintomi vengano identificati e affrontati con il supporto delle spiegazioni razionali fornite dallo psicologo ed evidenziate dal feedback fornito dallo strumento

L’intervento si sviluppa attraverso la critica e la mediazione delle convinzioni del soggetto sull’inidentificabilità e incontrollabilità degli stati interni.

Si ottiene così un graduale incremento delle capacità di controllo degli stati interni che cresce con l’allenamento e induce una progressiva diminuzione delle aspettative negative ansiogene. L’efficacia delle tecniche, puntualmente verificabile coi dati strumentali, genera infatti la convinzione razionale della propria capacità d’intervento, incrementando fiducia in sé e autonomia dei soggetti.

Il presente studio è stato realizzato dallo psicologo, Dott. Salvatore Piccolo

Photo:commons.wikimedia.org

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