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Musicafé, suoni dal Mondo, n.8 Le partiture della ribellione di Mimmo Cavallo

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Le valigie accatastate, e della storia non vi sarebbe stato più nulla.

Il fumo era un pizzo nero che volava all’indietro; le dita del vento inventavano ruote e ricci; gli occhi, di chi rimaneva, guardavano al cielo e immaginavano avvenisse da un momento all’altro la nascita di Aladino.

Ma quel treno era un bisonte in carica, lasciava il sangue a terra come un carro funebre. Li stava deportando nelle cave di Fenestrelle: poi, dopo la calce viva, qualcuno li avrebbe raccolti in un fazzoletto.

Avevano aperto le caserme della fortezza con la solita crudeltà: interrato l’aria, mandato a pezzi i fiori, chiuso la volta dell’universo; messo le tenebre al sole, il volto velato alla luna.

Qualcuno lo ha detto: come Auschwitz. Un campo di stelle morte.

I meridionali, da allora, sono stati lasciati curvi, nelle campagne come nelle fabbriche, come marmi scolpiti; con la croce che li continua a percuotere per ricordare il suo significato.

Voglio dire una cosa: tutto questo non è stato scritto per somiglianza a una tragedia, perché è la tragedia. Senza nessuna menzogna.

I meridionali hanno nella vena del cervello questa tragedia.

E sarà stato per una questione di onore che Mimmo Cavallo ha rivoltato la sua carriera, lasciando le canzoni di successo agli altri. Ha deciso di scombinare la storia del Risorgimento, spogliandola del romanticismo garibaldino. Ci ha messo la sua Arte, senza politica, cruda come l’esigenza della verità. Ha preso a calci la storia scritta dai vincitori.

Conosco le canzoni di Mimmo Cavallo, perché ci ho anche pianto: fosse Anna o Ninetta era la dolcezza del sentimento, la valvola.

Perché lui anche quando parla d’amore ci lascia intendere che non siamo solo testimoni.

Si è sempre messo nell’angolo estremo. Un vero combattente. Con la rabbiosa forza degli zappatori ha costruito le partiture della ribellione. Lui per ogni nota vorrebbe ci fosse un pane, per i meridionali ma nel cuore per i ghetti nel mondo.

Non lo troverete mai nei circoli buoni, né vestito di panni bianchi per avere in carità successo. Lui continuerà a stare fuori dalle officine ad ascoltare qualche canto dai Sud “ approfittate di noi che siamo ‘na ‘rrazza e ‘mmerda e simm’abituati a perde’. Ghetto, allora è un ghetto. Oh no no no ghetto, ghetto, ma ci va stretto, salvateci dal ghetto.”

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