Intervista a Simone Godano, regista di “Moglie e marito”.

Moglie e marito è il lungometraggio di esordio del regista italiano Simone Godano che, basato sulla sceneggiatura di Giulia Steigerwalt e prodotto da Matteo Rovere e Roberto Sessa, è tra i film che hanno riscosso maggior successo all’edizione praghese 2017 del Mittelcinemafest; rassegna di cinema italiano in Repubblica Ceca organizzata dall’Istituto Italiano di Cultura, l’Ambasciata d’Italia a Praga e Istituto Luce Cinecittà con il supporto di numerosi partner.

Il film racconta la storia di Andrea (Pierfrancesco Favino), neurochirurgo, e Sofia (Kasia Smutniak) presentatrice televisiva. La coppia, sposata da anni e con figli, vive un periodo di crisi alle prese con i problemi e le dinamiche di chi, ormai, non si sopporta più. Tutto sembra condurre agli esiti classici dei matrimoni finiti finché un giorno Andrea, che sta lavorando con un suo collega a una macchina per la lettura del pensiero, nel corso di un esperimento in cui chiede la collaborazione di Sofia, a causa di un malfunzionamento della macchina stessa si ritrova nel corpo della moglie e viceversa. I due si ritroveranno così entrambi a dove vivere in toto la quotidianità nei panni dell’altro con le conseguenze del caso in situazioni difficili e tragicomiche che però insegneranno loro molto l’uno dell’altra.

Una sceneggiatura gradevole e dinamica, un’attenta regia e un cast d’eccezione sono stati gli ingredienti che hanno fatto divertire il pubblico del Mittelcinefest.

A presentare il lungometraggio a Praga c’era lo stesso Godano che noi di Cafeboheme abbiamo incontrato per parlare del suo film.

CB: Moglie e Marito rappresenta il tuo debutto vero e proprio sul grande schermo, una commedia che ha avuto un grandissimo successo e rappresenta un trampolino di lancio per la tua carriera. Potresti in qualche modo riassumerci le tappe più significative del tuo percorso artistico, di come sei arrivato al cinema?

Simone: Mia mamma faceva l’assistente alla regia per Fellini, per cui fin da piccolo ho assistito alle riprese di cinque film E la nave va, La città delle donne, Ginger e Fred e La voce della luna. Soprattutto per La voce della luna che è stato girato nell’arco di un anno in degli stabilimenti fuori Roma, sono stato molto sul set, per cui diciamo che ho avuto un imprinting iniziale abbastanza importante. Da là ho iniziato a fare corti con mio fratello con cui poi ho iniziato a collaborare. Abbiamo fatto una gavetta abbastanza lunga di cortometraggi che ci ha permesso di lavorare. Dai corti ho iniziato a fare da assistente alla regia, progetti, pubblicità che mi hanno permesso di continuare a fare questo lavoro… Poi ho scritto 3 film, di cui due molto vicini alla produzione. Uno è saltato in produzione nel 2005 dal titolo Barcellona, invece il secondo è saltato nella primavera del 2016. Era un film che partiva con un cast importante per cui non si è raggiunto il budget necessario per farlo. Proprio quando è saltato il film, già stavo lavorando con Matteo Rovere che è il produttore di Moglie e Marito, il quale mi ha chiamato e mi ha fatto leggere la sceneggiatura dicendomi che aveva bisogno di un regista per sviluppare il film in una certa direzione. Si trattava di una prima stesura della sceneggiatura, gli ho detto quello che pensavo. Ad esempio i protagonisti all’inizio erano dei trentenni, al che ho pensato che dei protagonisti sui 40/45 anni fossero più credibili per una crisi matrimoniale. Due trentenni hanno poco passato, diciamo così. Con Matteo ci siamo assolutamente trovati. L’impatto immediato della sceneggiatura è stato molto divertente. Kasia mi ha detto che quando ha letto in treno la sceneggiatura per la prima volta, si vergognava perché rideva ad alta voce. Due giorni dopo che Matteo mi ha offerto il film, mia moglie mi ha detto che era incinta, per cui sono partiti i due “piccoletti” in parallelo. Mio figlio è nato 15 giorni prima dell’uscita del film.

CB: Moglie e Marito è una commedia in un certo senso atipica rispetto alle classiche commedie italiane degli ultimi anni, com’è nata questa idea del film?

Simone: L’idea è nata da Giulia Steigerwalt che è la sceneggiatrice del film. Giulia ha vissuto un po’ in America e quando è tornata ha proposto questa idea a Matteo Rovere. Noi raccontiamo prima il film in poche righe, il concept è molto importante, e il pubblico così sa già cosa aspettarsi. Sofia e Andrea: coppia in crisi tramite un esperimento si scambiano ed uno si trova nel corpo dell’altro. Poi uno vede il trailer, che ha un inizio che sembra un film di Spielberg… Il nostro obiettivo era di staccarci da quel cinema un po’ tutto simile e poi raccontare una storia in una chiave un po’ diversa dal solito L’obiettivo era non entrare nella catena di montaggio di quei film tutti uguali che sono andati bene per 3-4 anni. Poi come sempre succede la gente si disaffeziona e gli devi dare qualcos’altro.

CB: I due protagonisti, grandissimi attori, Kasia e Pierfrancesco, qual è stato il rapporto con loro durante le registrazioni, i loro pregi e difetti?

Simone: In realtà loro sono partiti studiando me; sono due “mostri”. Si sono trovati a leggere una sceneggiatura molto divertente, a fare un piccolo film e a fidarsi ad un esordiente. All’inizio mi hanno studiato e so che nei primissimi incontri non erano impazziti per me. Questo è stato per la prima parte di preparazione del film. Poi abbiamo iniziato a chiuderci in casa, a leggere ed interpretare noi il film, iniziare a fare le prove e da lì è nato un idillio che sul set mi ha portato a vivere un’esperienza molto positiva. Ho lavorato con due professionisti con cui ho stretto un rapporto, con Kasia mandiamo i bambini all’asilo insieme invece a Pierfrancesco gli ho fatto il live da Praga ieri, mentre presentavamo la pellicola. Gli ho anche mandato il trailer in russo pensando che fosse ceco. La mattina sul set c’era sempre un clima di serenità, divertimento e di piacere nel girare insieme. Sono entrati alla grande nel film una volta che hanno capito che si potevano fidare di me. Il film senza di loro non sarebbe stato lo stesso.

CB: Quali sono state le scene più difficili da interpretare per Kasia e Pierfrancesco?

Simone: Le scene più difficili dove ci siamo un po’ “ingrippati” sono state probabilmente tre. Il più grande incarto lo abbiamo avuto in una scena, che tra l’altro è venuta perfetta, quando Pierfrancesco e Kasia dopo la scena dell’assorbente in bagno vanno dall’amico Valerio che sta cucinando. È una scena in bilico tra commedia e dramma sentimentale, però tra amici, per cui Pierfrancesco non capiva che registro io volessi dare a quella scena. Io tutti e due ma lui andava in una direzione, Prea in un’altra e Kasia non riusciva ad inserirsi. Siamo stati persi per due o tre ore però poi continuavo ad insistere perché secondo me le due dimensioni le stavano dando entrambe. Soprattutto Pierfrancesco non la capiva. Il giorno stesso ho chiesto di montare quella scena e me la sono vista il giorno dopo. Ha funzionato. Poi un altro incarto c’è stato nella scena in cui i due litigano in casa. C’è stata un po’ di difficoltà a mantenere i ruoli per tutta la scena lunghissima di -3-4 minuti. Io tendevo a non provare tantissimo perché mi piaceva che loro si sentissero un po’ persi.

CB: Nonostante la commedia, il tema apparentemente frivolo, il film lascia spazio a delle riflessioni attualissime soprattutto se parliamo della teoria dei generi, della questione intorno all’identità sessuale. In un famosissimo libro che si chiama “Questioni di genere” Batler ritiene che i ruoli, le differenze sessuali, siano soltanto atti recitati, ma in realtà non ci sono uomo o donna, ma solo interpretazioni dettate dai codici dominanti della società. Cosa pensi di questa affermazione?

Simone: È un’affermazione che si spinge oltre il luogo comune. Parlo solo della citazione perché non ho letto il libro. Ad esempio il finale del film per me è questo, nel senso che siamo un po’ tutti e due ed io personalmente credi di avere una sensibilità molto femminile. Pierfrancesco essendo cresciuto in una famiglia di quasi tutte donne ha una grande sensibilità femminile mentre Kasia ha una sensibilità maschile pazzesca. Il film che è saltato poco prima delle riprese (Barcellona) era la storia di un trans che tornava a casa e che, diciamo, distruggeva l’identità della famiglia. È un tema a me caro che però non è né bianco né nero. È facile dire molte cose, ma credo che le esperienze siano dominanti. I ruoli e le sensibilità stanno un po’ cambiando nel mondo oggi. Credo che ogni singola esperienza dia una risposta a sé.

CB: Sempre a proposito della teoria dei generi secondo la quale potrebbe esserci una discontinuità tra il corpo e i ruoli stabiliti dagli altri, il Papa recentemente si chiede se la gender theory non sia anche: “Espressione di una frustrazione, di una rassegnazione che mira a cancellare la differenza sessuale, perché non sa più confrontarsi con essa. La rimozione delle differenze è il problema, non la soluzione”. Il film però è un po’ in disaccordo con questa visione.

Simone: Ti rispondo più o meno in linea con quello che ti dicevo prima. Credo che sia l’esperienza personale a dare una risposta. Se una persona sente questa necessità di cambiare genere è giusto che lo faccia. Io credo che oggi anche i ruoli domestici siano cambiati. Ad esempio a casa io faccio quello che una volta facevano le donne, mentre mia moglie il contrario. È cambiata la società e quindi anche il ruolo della donna e dell’uomo. La citazione “è il problema non la soluzione” io non so in base a cosa lo dica. Parlo di questa teoria del genere in fase positiva, quindi liberazione di ciò che una persona ha dentro di sé, di essere sé stessi. Nel film lo scambio, l’empatia di una coppia, è il tema dominante. Mi attira l’idea collegata al fatto della scoperta una volta entrati nel corpo dell’altro. Indirettamente ognuno plasma accanto a sé una figura che sogna che sia in un modo, nel senso che “vorrei che lei fosse come io voglio che sia”, che è un po’ quando si inceppano i meccanismi di una coppia quando non si lascia la libertà ad una persona di essere sé stessi. Nel film essere l’altro inconsciamente, indirettamente ti fa capire anche questa cosa, ognuno deve avere la libertà di essere sé stesso.

Ad esempio nel mio film precedente si parlava della questione del trans. Il trans nella stragrande maggioranza dei casi non è accettato dal padre per cui questa persona non essendo accettata dalla società deve mantenere sulla carta di identità il sesso che ha cambiato e per questo non trova lavoro, per questo si deve adattare a fare determinati lavori, spesso brutti. Stiamo andando verso il riconoscimento di alcuni diritti della persona ma la società spesso mantiene la sua idea. Siamo tutti bravi a dire “accettiamo il trans, va difeso, ecc” poi se tuo figlio torna a casa e te lo dice… Ti ci devi ritrovare in quella situazione. Sono il primo ad ammetterlo, anche a me verrebbe un colpo se me lo dicesse mio figlio. Umanamente cercherei di rendere mia figlia/o felice, ma diventa sicuramente un lavoro da fare sulla propria persona.

CB: Oggi il cinema è sicuramente il mezzo di comunicazione più forte, immediato. Si guardano più film rispetto a quanto si legge. Questo ha la capacità di veicolare un messaggio forte e anche di influenzare. Tu da giovane regista al suo debutto credi che possa essere affidato al cinema un compito, diciamo cosi: educativo per la società? Oppure credi che l’arte, e quindi anche il cinema, sia una cosa a parte e non debba toccare determinati problemi?

Simone: È chiaro come dici te che il cinema è mediato, ma il cinema oggi come oggi soffre di una crisi pazzesca. Io credo nel mio piccolo che il modo migliore per educare sia quello di agire a livello emotivo e credo lo si possa fare sul sociale, su tutte quelle problematiche che ci sono al mondo, però poi si percepisce un po’ di resistenza nell’andare in questa direzione. Credo che nel cinema come forma di intrattenimento uno deve essere abile a inserire più cose, argomenti da trattare. Penso che in questo momento i film per così dire “tosti” se li possono permettere solo autori importanti. Il film lo devi far vedere a più persone possibile, anche perché i produttori vogliono incassare e da lì di conseguenza si possono fare altri film. Lo stesso discorso è valido anche per i libri, la gente legge sempre meno.

CB: Qual è la differenza tra la tua generazione di registi, sceneggiatori, attori e la generazione dei vecchi registi italiani?

Simone: Innanzitutto c’è un po’ un buco. Negli anni 90’ non c’è un forte imprinting. Negli anni precedenti ci sono dei grandi che sono diventati degli “aggettivi” come disse Fellini. Il film con più spettatori è ancora Ultimo Tango a Parigi con 15 milioni di spettatori, si parla di altri mondi di ricezione rispetto ad oggi. A quell’epoca si parla di grandi come De Sica, Pasolini, Rossellini, Scola, Germi; oggi partiamo un gradino più in basso. Il mondo oggi si è intiepidito rispetto a prima. Tutti quei temi che riguardano lo sviluppo tecnologico, i social, personalmente li trovo poco interessanti per essere trattati in un film, dato che sono tematiche onnipresenti. Per fortuna il cinema italiano sta ripartendo con registi come Garrone, Sorrentino. C’è una generazione nuova che sta venendo fuori. Devo dire che se pensiamo ad attori italiani di 25-30 anni c’è un buco anche lì al momento e solo grandi registi come Virzì si possono permettere di coinvolgere attori di quell’età e formarli come faceva Pasolini. Sta un po’ ai grandi autori trainare il cinema.  In questo momento nel cinema c’è anche molta invidia, però noi giovani autori cerchiamo in qualche modo di venirci incontro ed aiutarci, come ha fatto Matteo Rovere con me proponendomi il film.

CB: Che cosa consiglieresti ai giovani registi italiani?

Simone: È facile dire “non mollate, lottate, seguite, ce la potete fare…” Perché è ovvio che senza quello non si va da nessuna parte. Bisogna però mettere un po’ da parte l’ego e la notorietà, nel senso che molti registi che provano a fare un’opera prima spesso si trovano in condizione di raccontare una storia e partire con imprese titaniche senza soldi, coinvolgendo amici. Io sono stato molto fortunato, mi ha chiamato un produttore proponendomi di fare un film con la Warner, ma comunque sono stato 13 anni a lottare per fare un film. Non bisogna mettere sé stessi davanti a tutto, ma pensare che uno fa un film per il pubblico, ovviamente non per questo bisogna fare per forza commedie, però bisogna essere intelligenti nel dare la possibilità a un film di farsi notare. L’ambizione può uscire anche piano piano, uno può farsi notare, metterci del suo… Io ho preso una storia non mia, ci ho messo tutto quello che potevo di mio e adesso stiamo strutturando un secondo film nel quale metterò ancora di più quello che è mio. Non è necessario partire con Apocalipse now, per cui devi andare subito all’Oscar.

Monica Falaschi, Mauro Ruggiero