Intervista a Luca Bellino e Silvia Luzi, registi del film rivelazione “Il cratere” (2017).

Luca Bellino e Silvia Luzi sono i registi del lungometraggio Il Cratere (2017), film che è stato proiettato in Repubblica Ceca, nelle città di Praga e Brno, in occasione del Mittelcinemafest 2017, rassegna di cinema italiano alla sua V edizione in Cechia organizzata dall’Istituto Italiano di Cultura, la Camera di Commercio Italo-ceca, l’Istituto Luce Cinecittà e l’Ambasciata d’Italia a Praga con la collaborazione di numerosi partner.

Il film, che in Italia uscirà nella primavera 2018, racconta la storia dell’adolescente Sharon, particolarmente portata per il canto neomelodico, e di suo padre Rosario, proprietario di una bancarella da luna park. Rosario vede nelle doti canore di sua figlia l’unica occasione di riscatto sociale e poco alla volta si trasforma in un padre padrone che riversa sulla piccola le sue speranze e le sue frustrazioni in un rapporto che genera comportamenti quasi ossessivi che causeranno problemi all’armonia della famiglia.

Il cratere si colloca a metà strada tra il documentario e il cinema di finzione e fa interrogare costantemente lo spettatore su quale siano i confini tra i due generi. Il risultato di questo gioco è una narrazione sempre viva e realistica supportata da inquadrature che guidano gli stati d’animo, sottili cambi di prospettive e tecniche narrative che insieme ad alternanze di dialoghi e silenzi contribuiscono a generare nello spettatore un processo identificativo che porta ad un inevitabile coinvolgimento emozionale.

Alla fine della proiezione, seguita da un lungo e interessante dibattito, abbiamo incontrato i registi: Luca e Silvia per fargli qualche domanda.

 

CB: Come mai avete deciso di chiamare il film “Cratere”?

Luca: Cratere è una costellazione talmente tanto luminosa che diventa invisibile, proprio come i nostri personaggi. Volevamo raccontare un mondo che è luminosissimo, ma invisibile al tempo stesso, e poi perché c’è un aspetto, una caratteristica geografica di quest’area che viene raccontata e che abbiamo voluto chiamare “Cratere”. È il luogo dove si ascolta musica neomelodica quindi ci sono confini facilmente immaginabili e definiti. Cratere è anche uno spazio mentale, psicologico che rappresenta la famiglia e dentro la famiglia che raccontiamo c’era questa casa, questo cortile che erano a loro volta un cratere. Il titolo rappresenta dunque un sistema di scatole cinesi.

CB: Una delle cose più interessanti del film e anche più difficile per lo spettatore, sapendo che si tratta di un film documentaristico, è capire ciò che è reale e ciò che è fiction. Quali sono state le difficoltà che avete incontrato girando un film con attori non professionisti come faceva Pasolini?

Silvia: Lo spettatore non sa che va a vedere un film documentaristico. Abbiamo scritto la sceneggiatura in modo che ci fosse un cortocircuito nella mente di chi lo guarda, che portasse a dire: dove arriva la finzione? È vero, non è vero? Abbiamo deciso di lavorare con attori non professionisti per due ragioni. Prima di tutto perché per restituire in maniera così forte e prorompente la realtà bisogna pescare qualcuno dalla realtà. Secondo, perché un attore, per quanto professionista, non può restituirti in pieno quello che non vive, mentre i due attori non professionisti ci riescono perché lo vivono veramente. Lavorare con due non professionisti è stata una scelta assolutamente voluta e sarebbe stato più difficile lavorare con professionisti in questo caso. Ovviamente lavorando con due non professionisti le scene si dovevano ripetere più volte, però puoi mutuare quelle espressioni, sensazioni, rabbia, tristezza che poi ti diventano sceneggiatura. Infatti Rosario firma con noi la sceneggiatura dato che tantissime cose che avete visto sono farina del suo sacco. Non è stato difficile, è stato un esperimento che ha funzionato.

CB: C’è una cosa straordinaria di Rosario, non so quanto è stata ricercata o quanto ve la siete ritrovata. È la sua mimica facciale, una mimica che esprime bene il suo carattere e e le sue origini. È naturale o è stata richiesta?

Silvia: No, non è naturale.

Luca: È frutto di un lavoro, come già detto prima. Rosario lavorando molto sulla sua vita e con le sensazioni provate durante il film è riuscito a riportare a galla un episodio della sua esistenza che noi abbiamo usato nel film per stimolarlo. Quindi c’è una costruzione che poi lui ha saputo usare. Nel corso dei mesi Rosario si rendeva conto che poteva interpretare delle scene in modo migliore rispetto a come le aveva fatte, e quindi chiedeva di rifarle.

Silvia: La sua mimica è la totale consapevolezza del suo talento.

Luca: Noi non abbiamo fatto dei casting per trovare gli attori non professionisti, ma siamo andati a cercare le facce, le personalità per il nostro film.

 

CB: Una cosa che il film in un certo senso tira fuori è una certa violenza silenziosa, sottile, che è presente a tutti i livelli sociali ed è la violenza del proiettare sui figli le proprie frustrazioni. È un tema chiave nel film. C’è un giudizio da parte vostra nel film?

Silvia: Un giudizio non c’è e non c’è mai stato. Non ci può essere nessun giudizio su una cosa limpida e naturale. Raccontiamo la guerra tra due mondi, padre-figlia, che non si capiscono. Raccontiamo due ribellioni che non si incontrano.

Luca: Ovviamente tanti genitori che hanno visto il film lo guardavano sotto la veste di genitori e quindi si rendevano conto degli errori fatti.

Silvia: È dalla famiglia che si nasce quindi da lì parte tutto, questa ci influenza in maniera assoluta.

 

CB: Un personaggio cruciale, ma che passa in un certo senso sotto tono è la moglie di Rosario, essendo un personaggio secondario, chi è l’attrice?

Silvia: È la vera madre di Sharon. Anche gli altri figli fanno parte della famiglia.

 

CB: Il modo in cui Sharon è vestita quando esce di casa alla fine del film non credo sia casuale. Neanche il colore dei suoi vestiti lo è. In natura gli animali di colore giallo e nero, normalmente sono pericolosi. Si vede che c’è stato in Sharon una specie di rito di passaggio, una trasformazione. Il film è pieno di rimandi nascosti messi lì in modo estremamente intelligente.

Silvia: Sì esatto, anche quando il padre vuota una scotola piena di occhi di peluche… Lì, ad esempio, si vuole comunicare il concetto di controllo.

CB: Si vede una trasmutazione di Sharon quando a San Benedetto va via, scappa dalla bancarella, ed è un po’ il preludio di ciò che farà dopo. In un certo senso nel film la fine si vede già in quella scena.  Quando la ragazza urla si nota proprio una trasfigurazione nel suo volto.

Luca: Sì, quella è stata una scena lunga, che abbiamo girato più volte. L’urlo rappresenta tutte le sue emozioni in una sola scena. È stato molto difficile. Il fatto che sia arrivata lì e che girando sembra più grande.

Silvia: È trasfigurata dallo sforzo, dalla sua nuova consapevolezza.

 

CB: Perché avete scelto di fare questo tipo di inquadratura con focus molto spesso sui profili del volto e sfocando lo sfondo?

Luca: Questo è dovuto sostanzialmente alla scelta di restare con i personaggi per vivere insieme a loro le scene.  È difficile filmare il momento della scelta e questo è il modo che abbiamo individuato, non so se è quello più giusto. Quello è il modo in cui l’attore può guardare di fronte a sé senza avere la telecamera di fronte. È il momento della decisione che avverrà e noi in quel momento gli siamo accanto. Non lo stiamo condizionando in questo modo. Questo permetteva agli attori di sentirsi più liberi.

Silvia: In quel momento in cui Sharon si trova di fronte è la vita a ruotare intorno a lei e va in parallelo con la scelta della canzone che lì cambia e diventa punk. Diventa una canzone totalmente rivisitata in stile punk.

CB: Qual è il senso di riprendere nel cinema italiano un filone neo-realista che è stato importantissimo in passato?

Luca: Sembra lontano dalla contemporaneità, invece questo cinema è possibile oggi proprio grazie alla tecnologia. È la tecnologia che ti permette di sperimentare delle forme che sono di fatto metodi innovativi.

CB: A livello invece internazionale, chi sentite vicini al vostro modo di raccontare?

Silvia: Noi non facciamo mai nomi perché poi è un problema! Certo è chiaro che c’è un clima. Uno guarda il nostro film e capisce da solo che c’è un certo cinema a noi molto vicino e un altro tipo di cinema che va in tutt’altra direzione. È un cinema che si può fare con budget che non sono poi enormi. È un cinema che noi orgogliosamente chiamiamo “artigianale”, “nuovo”, dove l’accezione di “povero” brilla e la rivendichiamo profondamente. Non c’è bisogno di budget enormi. C’è bisogno solo di sostegno per il cinema italiano.

 

CB: Avete ricevuto qualche critica negativa invece? Se sì su cosa?

Silvia: Sì, ma poco argomentate.

Luca: l’ibridazione tra realismo e documentario non da tutti è stata compresa.

Silvia: Chi è lontanissimo dal cinema contemporaneo non ha capito il senso. È un film che vuole essere fastidioso e quindi per qualcuno risulta in questo modo.

Luca: Una persona che mi ha dato fiducia è stata Monica Moscato dell’Istituto Luce, nemmeno la conoscevo ed è stata subito entusiasta del film. Il film in Italia arriverà in primavera quindi sicuramente delle critiche arriveranno!

 

Monica Falaschi, Mauro Ruggiero