“Il tennista con lo smoking”. Intervista alla leggenda del tennis italiano Nicola Pietrangeli.

Lunedì 25 settembre l’Ambasciata d’Italia a Praga ha celebrato una giornata dedicata all’amicizia italo-ceca sotto il segno dello sport, un’amicizia testimone di un legame secolare che trova nelle discipline sportive una delle forme di espressione più attuali perché, come ha sottolineato l’Ambasciatore Amati: “Lo sport rimane uno dei veicoli più importanti per comunicare e stabilire legami di rispetto e di amicizia duraturi nel tempo”. Molte le personalità italiane e ceche che hanno partecipato all’evento svoltosi nei saloni di Palazzo Thun-Hohenstein, sede della rappresentanza diplomatica italiana. Tra i partecipanti l’allenatore dello Sparta Praga Andrea Stramaccioni, il “guru del running” Carlo Capalbo e il campione Paolo Bossini, attuale consulente della nazionale ceca di nuoto. Da parte ceca erano presenti, tra gli altri, il tennista vincitore di tre tornei Slam Jan Kodeš, i calciatori Tomáš Skuhravý e Miloš Kubík, il pilota Adam Lacko, il ciclista Luboš Lom e la campionessa olimpica Kateřina Neumannová. Ospite d’onore una vera e propria leggenda dello sport italiano, Nicola Pietrangeli.

“Nick”, come lo chiamano gli amici, vanta un palmarès che gli ha fatto guadagnare, unico tra i tennisti italiani, l’ingresso nella “Hall of Fame” di questo sport. Due Roland Garros, due Internazionali di Roma, una medaglia olimpica e, oltre a molte altre vittorie, in Coppa Davis record che ancora resistono. Al Foro Italico c’è un campo che porta il suo nome, un onore riservato a pochissimi atleti quando sono ancora in vita. Noi di Cafeboheme.cz, in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Praga, lo abbiamo incontrato per fargli qualche domanda.

CB. Nicola, tu sei una leggenda! Hai vinto tutto, o quasi, perché, come dici sempre: per vincere tutto avresti dovuto allenarti di più e quindi divertirti meno… Senza pensarci troppo: qual è il ricordo sportivo che ritieni più indelebile?

NP. A parte le mie vittorie personali, probabilmente è stata la Coppa Davis: unica e mai ripetuta soprattutto perché c’è stata molta tensione politica. Quando finì quella partita fu come se mi fossi levato di dosso sei tonnellate. Per questo sicuramente è un ricordo indelebile. Lì ci avevo messo la faccia. Non è stata solo la soddisfazione sportiva, ma una soddisfazione personale perché ho dimostrato che avevo ragione io. Vincere a Parigi, specialmente la seconda volta, non è da tutti. Per mia fortuna di vittorie ne ho avute tante, anche qualche delusione, non tanto perché hai perso una partita, ma spesso per come e dove l’hai persa. Però anche questo fa parte del gioco.

CB. Prima hai fatto un riferimento politico, e automaticamente mi hai fatto pensare al Cile, a Santiago del Cile, e a quella partita in un periodo così particolare in cui c’era al potere Pinochet. Che ricordi hai di quell’esperienza sportiva in particolare?

NP. Noi all’epoca fummo trattati come dei re, ricordo che ci trattarono davvero benissimo. Specialmente me perché sapevano che ero stato io ad insistere di più. Ricordo che non vedemmo mai neanche un semaforo rosso, c’erano le motociclette della polizia davanti alla nostra auto, l’albergo era sempre perfetto… Praticamente la trasferta perfetta. In più quella volta abbiamo anche vinto abbastanza facilmente. Quindi della trasferta ho un ricordo bellissimo, è stata una vacanza stupenda, con un po’ di emozione, ma relativamente perché la squadra italiana era indubbiamente più forte di quella cilena. La gente in Italia diceva che in Cile mangiavano tre bambini al giorno, ma io cercavo di spiegare: “ragazzi ma perché gliela dobbiamo regalare? Poi fra trent’anni, ricordatelo, sulla coppa Davis ci sarà scritto Cile, è meglio che ci sia scritto Italia, no?”.

CB. Te l’avranno fatta mille volte questa domanda, ma vorrei chiedertelo anch’io: qual è la differenza tra il tennis di allora e il tennis di oggi?

NP. Prima eri un talento e poi diventavi anche atleta, oggi se non sei in partenza già un atleta, non ti fanno neanche scendere in campo. In più la racchetta di oggi in confronto alla racchetta di ieri è tutt’altra cosa. Io faccio sempre un paragone con la formula uno: Fangio vinceva tutte le gare correndo a 200 all’ora, oggi se non vai a 400 km/h non ti fanno neanche salire in macchina. Quindi la racchetta di oggi è come le macchine di oggi che vanno a 400 all’ora. Fare paragoni è anche stupido, perché non ci sono prove. Quindi io in saggezza e in età comincio a dire che ognuno è stato campione nella sua epoca.

CB. Cosa pensi del tennis di oggi? Quando hai iniziato tu il tennis era uno sport totalmente di élite, o sbaglio?

NP. Lo chiamavano tutti “lo sport dei ricchi”, ma forse sarebbe più giusto dire che era lo sport dei ricchi che giocavano al circolo. Ma per quelli che andavano in giro come noi a giocare, era di sicuro lo sport dei poveri. Perché noi non prendevamo nulla. L’unica cosa bella del tennis di quell’epoca erano gli alberghi, sempre bellissimi. Io dico sempre di aver fatto la vita da miliardario senza un soldo. Ricordo che durante il festival di Cannes, il Carlton costava cinque-seicento euro di oggi. Io da furbo, sapendo di andare lì, portavo con me sempre lo smoking. Alle otto scendevo in smoking durante il festival e la gente pensava che fossi un giovane miliardario americano. Quindi era una vita stupenda, ma senza soldi. Oggi invece guadagnano cifre astronomiche, magari se le meritano pure… È inutile chiedermi: “non ti fa rabbia?” perché tanto comunque non si può far niente a riguardo.

CB. Famoso non solo sul campo da tennis, perché sei stato uno dei primi sportivi ad essere spesso presente anche sulle pagine di cronaca rosa, sui giornali, nel mondo dello spettacolo…

NP. Io la chiamo “fama usurpata” perché per esempio mi hanno visto ballare ubriaco alle cinque del mattino da “Regine” a Parigi prima del Roland Garros, che neanche Mandrake o Superman… Allora su di me sono state scritte tante cose che, se vuoi, da una parte, ti fa anche piacere perché ti creano un personaggio, ma sono state scritte anche molte bugie. Oggi la differenza a Parigi tra il vincere e il perdere è solo di 1 milione e 250 mila euro. Beh io in questo caso non andrei a ballare ubriaco sui tavoli la sera! Ad esempio, uno come Federer ho letto che ha un patrimonio di 500 milioni euro… Mi hanno chiesto: “secondo te quando finisce di giocare cosa farà Federer?” e io dico: “fino alla morte conterà solo soldi!”. Se domani Federer si presenta a qualsiasi azienda mondiale, lo prendono subito. Quindi la domanda: “cosa farai quando smetti?” era lecito farla a noi, non oggi. Ma comunque resto dell’idea che il paragone tra il tennis di oggi e quello di ieri non si può proprio fare perché è proprio un altro mondo.

CB. Tu hai di fatto passato il testimone ad Adriano Panatta anche perché giocavi ai Parioli e praticamente l’hai visto nascere e crescere. Ma secondo te, paragonandovi come atleti, qual è la differenza tra voi due?

NP. Io ad un certo punto della mia vita ho giocato a pallone nella Lazio per tre anni, e forse questo mi ha forgiato di più. Adriano probabilmente era più dotato di me, ma è durato poco, perché proprio il suo fisico, che sembrava gagliardissimo, non ha retto, le sue gambe non reggevano il suo busto. Se uno ci pensa, lui ha giocato bene solo un anno. Poi, innanzitutto, lui era un giocatore di attacco e io di difesa e inoltre io ho sempre detto che lui è nato per giocare a tennis e io per giocare a pallone.

CB. E poi invece cosa ti ha fatto cambiare idea?

NP. Quando la Lazio mi ha voluto dare in prestito, non ricordo se alla Viterbese o alla Ternana, che erano squadre minimo di C se non di B, lì diventi schiavo perché chi gioca a pallone è schiavo della società. All’epoca non c’erano soldi nel calcio e non c’erano soldi nel tennis, però il tennis mi ha attirato di più perché ti dava l’opportunità di viaggiare. Allora posso dire di essermi buttato sul tennis soprattutto per l’idea del viaggio.

CB. Però nel calcio c’erano già allora un po’più soldi rispetto al tennis…

NP. Sì, quando ero diciottenne prendevo mille e cinquecento lire alla settimana dalla Lazio che per me erano tanti soldi. Io giocavo bene a calcio, fino ai diciott’anni forse giocavo meglio a calcio che a tennis, però dopo fare lo schiavo per una somma che penso non sarebbe stata alta, non ne valeva la pena. Quindi tra il calcio e il tennis che permetteva di viaggiare, come ho già detto, mi sono lanciato sul tennis. Altrimenti sarei arrivato sicuramente ai livelli di Gianni Rivera che chiamavo “Gesù Bambino” perché nel dopoguerra non c’era nessuno che giocava meglio di lui. All’epoca c’era Gianni Brera che ce l’aveva con lui e io un giorno gli dissi: “Gianni, vedi, la colpa è tua! Come puoi pensare che i tuoi compagni di squadra e gli altri possano capire quello che fai tu? Devi giocare meno bene!”

CB. Cosa ha il tennis in più rispetto agli altri sport, secondo te?

NP. Come tutti gli sport singoli nel tennis sei tu nel bene o nel male, non è che te la puoi prendere con gli altri. Nello sport di squadra, dopo una sconfitta, ti puoi nascondere nel gruppo, negli sport singoli invece non è concessa distrazione. Io penso, magari sbaglio, che il tennis sia lo sport più difficile e più cattivo innanzitutto perché tutti gli sport hanno un tempo, invece nel tennis no o quantomeno in passato era così, che magari iniziavi alle due e poi non sapevi quando avresti finito, invece oggi esiste il Tie-Break. Poi il fatto di dire “sono io, ma quanto sono bravo?” e la stessa cosa vale per l’avversario… Quando giocavo con Manolo Santana io sapevo esattamente cosa avrebbe fatto lui e viceversa. Inoltre una palla fuori o dentro di mezzo centimetro, cambia tutto. Anche nel golf, gioco che io non chiamo sport, ad esempio, vinci o perdi un torneo perché la palla si ferma ad un centimetro dalla buca. In ogni caso per me il tennis è il gioco più cattivo di tutti. Ma questo secondo me, magari gli altri giocatori di sport singoli diranno la stessa cosa!

CB. Cosa non hanno mai scritto di te che invece avresti voluto leggere?

NP. “Nicola Pietrangeli ha vinto Wimbledon”. Penso che avrei potuto vincere, perché in quel momento ero più forte io.

CB. Allora in questo caso potremmo dire davvero che se ti fossi allenato di più avresti vinto?

NP. No, perché quando arrivammo a Londra venivamo da trasferte lunghe che non ci permettevano di allenarci sull’erba, ma sul legno. Drobný era socio in un circolo che aveva campi in erba e quindi poi mi permise di allenarmi su erba, giusto una settimana. Wimbledon è stato come la coppa Davis che ho perso per due volte in finale perché si giocava su erba, se invece avessimo giocato su terra, penso che almeno una volta avremmo vinto.