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Racconti saltuari 2. Di Gianluca Montebuglio

“Eravamo giovani, eravamo avventati, arroganti, stupidi, testardi.

E avevamo ragione. Non rimpiango niente.”

A. Hoffman

E invece io mi affido alla volontà degli altri. Ai preti che mi hanno benedetto svogliati, alle zizze delle vecchie che mi hanno visto affondare, al profumo nauseabondo di Geppa la bidella, mi affido alla furia di anni passati a sfregarsi il cazzo tra le mani, come se ne avessi un altro di riserva. Mi affido a tutto quello che posso chiamare senza dire Io. Mi affido a chi ha perso ogni indispensabile, a chi scrive, a chi pubblica, a chi applaude sciatto, all’assenza di attenzione sentenza di fallimento, alle danze commesse senza obblighi e senza ritmo inermi davanti al qui e ora, mi affido ai gatti che trattate come portatori di verità, alle mie aspirazioni, ai ricordi ingenui di sudori e pasticche, a Giustina Fierro che come spompinava lei nessuna e nessuno, mi affido alla vostra pietà, ai ritorni che ne immaginavo qualcuno in più se proprio vogliamo essere sinceri, mi affido all’assenza di bugie, al buio che prima o poi va acceso, mi affido a chi comanda tutti i giochi, che c’avranno questi giochi che non sappiamo farne a meno, a chi vuole superare mi affido, mi affido a chi prende posizione, mi affido all’odio che ho sborrato appena fuori certi buchi di femmina, mi affido a Claudio Baglioni che usciva dal pioneer della 131 supermirafiori di babbo, mi affido alla ricerca di un metodo, al tagliare le unghie con forbici da cucina, al bere dal bidet, mi affido al ricordo di Carlo il ricchione che per due botte nel retro del suo negozio regalava i jeans di Helmut Lang e ai rottinculo per sport che ci andavano e girovagavano nelle adolescenze di provincia  e generavano mitologia di carta attorno, mi affido a Martina che non lo sapeva ma anche Pinuccio era tra quelli e adesso lo sai, mi affido alla necessità di non avere più giudizio nè amici, mi affido alla ricerca di alleati, agli sbalzi di umore di noi ex giovani tuttomestruo che tamponiamo a botte di nostalgie piccole e confuse. Mi affido alla coca pippata nelle notti di maggio sulle spiagge di Gaeta, con le stelle e gli anni dalla nostra parte prima che quella sabbia si infestasse di villeggianti, mi affido a quel trip che si concluse con l’aurora boreale dentro casa, Andre’ ma te lo ricordi quel trip? Mi affido alla mia lingua stanca e facile che prende la forma di queste parole. E di quelle che seguiranno.

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