Racconti saltuari 3. Di Gianluca Montebuglio

A sinistra del mio balcone c’è un palo della luce pubblica. Il lampadario ha uno stile elegante, senza fronzoli. È a forma di esagono, in ferro e vetro. Lo spicchio più vicino al muro è rotto, come se qualcuno ci avesse tirato un pugno. Una cosa impossibile, visto che è a più di tre metri da terra, ma resta il fatto che c’è un buco nel lampione e un jeko lo ha usato per entrarci dentro e per fare di quel lampione casa sua. Abita lì da almeno un paio di anni, in questa condizione da occupazione proletaria, Non so quanto possa vivere un jeko, ma credo sia sempre lo stesso. È un’abitudine che mi consola pensarlo al mio fianco quando mi stendo sul mio balcone per fumare una sigaretta verso tardi, in primavera o in estate. Non so come ci rimarrei a saperlo altrove, quel jeko è diventato importante nell’economia della mia giornata, una presenza indiscussa, qualcuno su cui contare senza dover spiegare. Lo guardo durante tutto il tempo della sigaretta. Tiro dopo tiro arrivo al filtro fino a spegnerlo, ma resto lì ancora qualche minuto a guardarlo. Deve essere un posto bellissimo per lui, c’è caldo, c’è luce, ci sono gli insetti. Non potrebbe chiedere di più, in quel lampione ha trovato il suo paradiso in terra senza nemmeno toccare questo suolo senza scampo. Durante gli attimi della sigaretta, io e il jeko ci somigliamo. Sospesi e indaffarati a fare il poco che ci basta per vivere in silenzio, in un posto che ci accoglie, respiriamo, aspiriamo, immaginiamo senza la fretta di trovare soluzioni. Tanto se risolvi una cosa poi se ne presenta un’altra e poi un’altra ancora, allora forse è meglio fermarsi il prima possibile e mettersi a guardare il cielo incastrato tra i palazzi, ignorando la strada e i cani lasciati fuori a guardia del nulla che ogni tanto abbaiano e ogni tanto dormono. Mi allontano, punto al presente e tralascio tutto. Nella casa di fronte la mia due chiavano con le finestre aperte. Sembra un film porno senza doppiaggio. Io e il jeko continuiamo a farci compagnia. Poi rientro e mi butto sul letto, definitivo. Domani ricomincio una battaglia che non so quando e perchè sia cominciata. Deve essere che non ne possiamo fare a meno. Io sono come tutti gli altri.