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Elysium: il sogno proibito dei sans-papier e lo specchio spietato della nostra civilizzazione

Se non tutto il male vien per nuocere, potremmo dire anche che “non tutte le americanate sono da cestinare”. Elysium, il film di Neill Blomkamp costato 115 milioni di dollari e uscito da poco nelle sale cinematografiche, in parte merita pienamente il non troppo lusinghiero appellativo di americanata con il quale spesso noi cinefili europei apostrofiamo quelle pompose produzioni di Hollywood straboccanti di budget, effetti speciali, scene mozzafiato, duelli all’ultimo sangue, storie d’amore strappalacrime e chi più ne ha più ne metta. Il tutto immancabilmente condito con attori dai nomi altisonanti e il sottofondo mieloso della morale puritano-calvinista a stelle e strisce.

Insomma, tutta quella spazzatura scenica ed emotiva a buon mercato che ai nostri lontani (anzi lontanissimi) cugini d’oltreoceano piace tanto quanto ai bambini piacciono le favole dove i cattivi sono cattivissimi, i buoni buonissimi e dove i dubbi morali ed etici che si agitano nelle loro testoline trovano grazie al lieto fine d’ordinanza la doverosa soluzione estatica. Dunque, per intenderci, neanche il film Elysium scarseggia di buoni buonissimi né tantomeno di cattivi cattivissimi, così come copiose sono le scene di azione, gli scontri violenti, gli inseguimenti fatali e i lunghi baci. Quindi di americanata effettivamente si tratta, intendiamoci.

Naturalmente non desidero guastare il finale a nessuno, ma del film è anche troppo facile prevedere quale esso possa essere. Nonostante tutto, però, valuto il film come molto interessante e consiglio a tutti i lettori di Café Boheme di vederlo. Al di là delle ottime interpretazioni del protagonista Matt Damon e dell’inusualmente diabolica e cattivissima Jodie Foster (no, non aspettatevi da lei nessuna redenzione!), il film merita una visita al cinema per quel mondo futuro che, distante da noi 141 anni, appare in modo lampante come a noi vicino, troppo vicino.

Il film è ambientato nel nemmeno troppo lontano futuro della metà del XXII secolo. Elysium è il nome di un’enorme stazione spaziale che ruota nell’orbita terrestre dove, in un paradiso naturale ricreato ad arte dalla tecnologia del futuro, vive una ristretta élite di super ricchi mentre, sul vicino pianeta terra, degradato dall’inquinamento industriale e dalle tensioni sociali, miliardi di poveri disgraziati si accalcano sopravvivendo a stento tra il lavoro nelle fabbriche, la disoccupazione e la criminalità. Tanto maggiore è la disperazione quanto irraggiungibile appare ai misérables Elysium che loro vedono come un cerchio lontano che ruota pacifico nel cielo. Là è la felicità, là la ricchezza e la salute – ad Elysium, infatti, ogni casa è dotata di un apparecchio capace, dopo avervi scannerizzato, di guarirvi da qualsiasi, sottolineo qualsiasi, malattia grazie ad un raggio laser miracoloso. Purtroppo, però, la macchina funziona solo sui cittadini di Elysium.

Questa favolosa e agognata capsula medica diventa il paradigma del sogno di salvezza sia del protagonista, cui rimangono pochi giorni di vita dopo un incidente in fabbrica che lo ha inondato di radiazioni nocive, che della donna di cui si innamora che desidera salvare la propria bambina da una leucemia in fase terminale. La nostra tecnologia non ha ancora prodotto niente del genere (né sono sicuro che sarebbe un bene se ciò accadesse), eppure il mondo occidentale dispone di cure e medicine per malattie che nei paesi in via di sviluppo uccidono milioni di persone troppo povere per permettersele. Così come è facile trovare un altro parallelo nel contrasto tra le pessime condizioni di lavoro nelle fabbriche della terra e l’ambiente paradisiaco di Elysium da una parte, e dall’altra il mondo tutto sommato comodo e protetto dove viviamo noi occidentali rispetto alle condizioni medievali delle fabbriche indiane o cinesi. Oppressi da turni di lavoro massacranti milioni di diseredati producono per sopravvivere tonnellate di merce a basso prezzo per il nostro benessere, così come gli schiavi della terra lavorano per pochi spiccioli per garantire una vita lussuosa ai privilegiati di Elysium.

L’ordine su una terra lacerata da continue rivolte e ribellioni è affidato ad un immenso esercito di droidi, potenti automi armati fino ai denti, prodotti tra l’altro dalla fabbrica dove lavora lo stesso protagonista. Vedendo come questi spietati robot trattano i disgraziati malcapitati al primo cenno di ribellione viene da chiedersi se per caso un iracheno o un afgano non provi qualcosa di simile nel vedere a casa propria i soldati americani atterrare dagli enormi elicotteri imbottiti degli ultimi ritrovati della tecnologia bellica. Ma, si sa, la storia si ripete, e con tutta probabilità il mondo ha già visto scene simili quando i “barbari” galli e germani si trovavano di fronte un armatissimo schieramento romano a testuggine oppure quando i Maya videro attraccare le grandi navi dei conquistadores. Tutti avevano, ed hanno, la pretesa di portare la civiltà che finisce, però, per esaurirsi in uno scontro tra chi ha e chi non ha la cittadinanza, tra chi sfrutta e chi è sfruttato.

È dunque il tema della cittadinanza, in qualche modo, il leit motiv di questo film non certo particolarmente originale, ma degno comunque di nota per la brutalità e la chiarezza con la quale ci mostra senza mezzi termini un mondo spietato e crudele scomodamente fin troppo simile a quello in cui noi stessi di fatto stiamo già vivendo. Un risultato non da poco per un’americanata.

Il protagonista, per salvarsi la vita, alla fine decide di ribellarsi diventando quello che oggi definiremmo un terrorista. Nei tempi cupi di cui siamo testimoni dove l’unica grande narrazione del mondo accettata pare essere quella del terrorismo internazionale forse a qualcuno potrà apparire alquanto di cattivo gusto interrogarsi sulle ragioni di questi terroristi. Certo è che le eccessive disuguaglianze economiche e sociali nella storia non hanno mai portato a niente di buono. Il merito di un film come Elysium sta appunto nello spingerci a riflettere su queste crescenti disuguaglianze e sui pericoli cui stiamo andando incontro. Forse, chissà, è da leggere come un segno positivo che la produzione americana del grande schermo sia oggi in grado di proporre un film del genere dove, di fatto, sono gli americani stessi, e noi con loro se pur in modo meno appariscente e rumoroso, ad essere quegli abitanti di Elysium sempre più barricati tra il filo spinato delle frontiere e le telecamere di sorveglianza, terrorizzati dall’assedio crescente di enormi masse di sans-papier che hanno sempre meno da perdere.

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