Da Matrix a Ready Player One. E se i social fossero un nuovo modello di nazione?

  Ready Player One, ultimo film di Steven Spielberg, esce a distanza di circa un decennio da Matrix. Le due pellicole, per quanto differenti, hanno parecchio in comune: entrambe sviscerano il tema della dicotomia tra realtà tangibile e realtà digitale, ed entrambe finiscono per segnalare al grande pubblico cambiamenti di ampia portata, che solo in apparenza riguardano una ristretta cerchia di addetti ai lavori. Tra l’una e l’altra si inseriscono diversi altri film, a indicare le tappe intermedie di un percorso di digitalizzazione che si sta compiendo giorno dopo giorno: Avatar è certamente uno di questi. Ma diciamolo subito, a scanso di equivoci: questo non è un pezzo di critica cinematografica. Non ci interessa, qui, sviscerare le qualità di questa o quell’opera. Al contrario, cercheremo di usare le pellicole indicate come strumento per raccontare i mutamenti di cui si sono fatte veicolo.

Con Matrix eravamo alla fine degli anni Novanta. I pc si diffondevano di casa in casa e le e-mail ci sembravano il futuro. In quel periodo una sensazione strisciante e impercettibile stava cominciando a farsi strada in molti di noi: l’impressione che la realtà si stesse emancipando dalla sua dimensione materiale. Un esempio? Avere un curriculum, prima degli anni Duemila, significava possedere un documento cartaceo. Per noi il vero curriculum era il foglio di carta stampata, che potevamo toccare e affidare alle mani di altre persone. L’immagine digitale in formato .doc era un’idea incerta e instabile. Serviva solo a garantirci la possibilità di stampare tutti i veri cv che ci occorrevano. Ma in pochi anni, con la possibilità di inviare il file via mail, la percezione è mutata radicalmente. Presto abbiamo iniziato a sentici davvero sicuri di possedere un documento, se ne conservavamo il contenuto digitalizzato. Le eventuali copie cartacee di un documento sono diventate in fretta solo emanazioni contingenti di un originale vero, che è il file; il quale, essendo immateriale, non può rovinarsi, strapparsi, bagnarsi, bruciarsi come uno svolazzante foglietto di carta. La verità del file è diventata in fretta più certa e solida della verità della materia. Un ribaltamento totale: la mappa è diventata più vera del territorio. Oppure, detto in altre parole, il contenuto, digitalizzandosi, si è emancipato dalla sua forma materiale.

Ma questo fu solo il principio. Dopo la prima rivoluzione digitale è avvenuto un nuovo cambio di paradigma: Avatar diventa qui il film di riferimento. In una recente intervista lo scrittore ed editore Paul Fournel parla esplicitamente di “crisi di civiltà”, descrivendo il modo in cui i testi hanno iniziato a vivere al di fuori del libro, inteso come mezzo. Ecco le sue parole esatte: “Immagina dunque quando all’improvviso testo e libro si separano, il libro se ne va da una parte e il testo trova rifugio nello schermo. Qual è il valore, il senso economico, del mio lavoro? È normale che chi si occupa del denaro finisca nel panico e si domandi come affrontare questa nuova realtà che ha sconvolto completamente gli equilibri stabiliti quel giorno del 1453 con la Bibbia a quarantadue linee di Gutenberg. È un problema enorme, una crisi di civiltà.” Il diffondersi a livello di massa di servizi internet che disintermediano la realtà, emancipandola dalla sua forma tangibile, è oramai sotto gli occhi di chiunque sappia guardare: da anni un’immagine, un film, un album musicale – in forma di file, cioè di mappa digitalizzata – possono essere fruiti in modo in-mediato, cioè a prescindere dal medium materiale che nell’era precedente coincideva per intero con essi. Un album musicale non coincide più con un vinile o un cd, così come un film non coincide con un dvd. Ma si va ben oltre questo. In alcune città anche guidare una bicicletta, per fare un esempio banale ma evidente, non equivale più a possederne una. Basta un abbonamento digitale e posso usufruire del contenuto bicicletta disponendo di una tra le sue svariate emanazioni materiali distribuite sul territorio. È questo che, al di là dei suoi meriti o demeriti cinematografici, segnala Avatar: la realtà sta iniziando a piegarsi alla sua stessa mappa.

Ed eccoci ai giorni di Ready Player One. Oggi, sembra suggerirci il film attraverso la chiave deformante della fantascienza, usata evidentemente come strumento per evidenziare il presente, siamo addirittura oltre questo schema: viviamo oramai principalmente nella mappa, mentre la dimensione della contingenza quotidiana sembra sempre meno reale. A questo salto hanno certamente contribuito le piattaforme sociali. I social network e i servizi di messaggeria istantanea non rappresentano, in questo quadro, semplicemente un nuovo mezzo, in aggiunta ai precedenti. Sono piuttosto il contrario: agenti della non mediazione. Grazie a questi strumenti l’emancipazione dal supporto materiale si è estesa anche e soprattutto ai nostri io. Utilizzando email, reti sociali, messaggeria istantanea e videochiamate digitali il mio io entra ogni giorno in relazione con altri io, in un reciproco scambio di informazioni, emozioni, progetti, senza che i nostri corpi si muovano di un metro dai rispettivi uffici, che nel piano prettamente materiale sono separati da chilometri, confini e persino nazioni. Senza farci troppo caso, stiamo già abitando uno scenario sorprendentemente simile a quello delineato in Matrix prima, in Avatar poi, e certamente  in Ready Player One. L’idea stessa di Stato come collettività ancorata a un territorio appare inevitabilmente meno granitica e auto-evidente rispetto solo a una manciata di anni fa.

Quando l’idea di Stato è affiorata nel mondo, riunirsi in una collettività richiedeva la presenza fisica: un territorio ben definito in cui raggruppare i propri corpi perché per collaborare tra loro le persone non avevano altra possibilità che essere materialmente vicine le une alle altre. Ma oggi i processi di digitalizzazione mettono in crisi l’indissolubilità del legame tra collettività e luoghi materiali. In fondo io potrei sentirmi di appartenere ai valori della nazione italiana anche se trascorro l’intera vita in Grecia, magari proprio perché il mio io, indipendentemente dal corpo in cui lo crediamo confinato, lavora, progetta e si incontra immaterialmente ogni giorno con altri io in prevalenza italiani grazie a strumenti digitali di messaggeria istantanea o altro. Oppure, al contrario, potrei riconoscermi nell’identità danese per le ragioni di cui sopra, nonostante sia nato e voglia continuare a mantenere il mio corpo in Italia. La domanda di fondo è: se oggi possiamo incontrarci al di fuori della materia e riunirci in collettività senza la mediazione di nessun territorio, collaborando svincolati da ogni confine, il modello classico di stato ancorato a uno spazio materiale è ancora funzionale? Risponde ancora alle necessità dell’umanità contemporanea?

Una prima risposta sembra azzardarla l’Estonia, nazione che da anni investe in digitale, cultura e istruzione come poche altre in Europa: l’E-Recidency permette di aprire microimprese digitali simbolicamente ubicate sul territorio estone a cittadini stranieri che continueranno a svolgere le loro vite ovunque desiderino. Un modo per incamerare un po’ di quattrini facili? Può darsi, ma solo se consideriamo il problema dal punto di vista dell’era precedente. In realtà l’E-Recidency risponde a una domanda nuova, precisa e legittima, che sinora non aveva trovato soluzioni chiare: se io, italiano che vive in Italia, fondo insieme a un amico parigino che vive a Parigi una startup che offre servizi digitali a persone che ne usufruiranno nei rispettivi stati, a quale nazione dovrei pagare le tasse? Se tutta la ragion d’essere della nostra impresa è digitale, ha davvero ancora senso riferirsi al luogo materiale in cui sono parcheggiati i nostri corpi, come criterio per la tassazione?

   Incoraggiati dagli scenari tracciati dalla fiction cinematografica, possiamo spingere l’interrogativo anche oltre, se consideriamo che Facebook ha di recente dichiarato di volersi dotare di una propria cripto-valuta (una moneta sganciata da qualsiasi controparte materiale). Già nel recente passato aveva comunicato di voler fondare una banca. Nel frattempo Amazon, Berkshire Hathaway e JPMorgan Chase hanno annunciato di voler fornire  servizi sanitari e assicurativi. Riassumendo: una propria identità, una propria moneta, servizi al cittadino. Ed ecco che la domanda diventa: e se le multinazionali digitali stessero già prefigurando una nuova fisionomia di nazione a-territoriale?

Proviamo a ipotizzare, per gioco, che Facebook sia già diventato una nazione a sé, emancipata dal concetto di territorialità. Per esempio: io svolgo gran parte della vita materiale in Italia, ma potrei decidere di prendere la cittadinanza in Facebook, pagando le tasse a Facebook invece che all’Italia, e ottenere servizi da erogare su uno o più territori, a seconda del mio abbonamento digitale. Un po’ come avviene con Netflix per le serie tv, i territori dei vecchi stati potrebbero diventare semplicemente supporti materiali su cui usufruire del contenuto statalità (valori collettivi, servizi, welfare) messo a disposizione da Facebook. Fantascienza? Distopia? Può darsi. Eppure, mentre i politici di tutto il pianeta vincono e perdono le elezioni polarizzando il tema dei confini territoriali entro cui recintare corpi umani, pare riemergere, oggi, anche un dibattito attorno alla sovranità a-territoriale, che risale addirittura all’Ottocento: un affascinante agglomerato di visioni e teorie aggregate sotto il concetto di Panarchia.
Esiste anche un altro esempio degno di attenzione. Igor Ashurbeyli, presidente del comitato scientifico spaziale dell’UNESCO, ha dato vita a un vero e proprio laboratorio di nazione trans-territoriale. Ubicata simbolicamente nell’universo, Asgardia  ha lo scopo di “unire la futura umanità rendendola transetnica, transnazionale, transreligiosa, etica e pacifica, basandosi sull’uguaglianza e la dignità di ogni essere umano”. Una sorta di nazione immateriale, che esiste solo in forma di idea. Quasi una forma platonica che giace disincarnata da qualsiasi supporto materiale, per poter esprimere il proprio contenuto senza nessun vincolo contingente. E se risiedesse in questa antichissima suggestione, l’evoluzione del concetto stesso di Stato? Chissà se questa fiction riuscirà a imporsi sulla realtà, piegandola sino a trasformarla.

Diego Fontana

Diego Fontana. Si forma professionalmente nelle multinazionali Lowe Pirella e Saatchi & Saatchi. Collabora come autore a programmi tv e format web. Nel 2017 pubblica per FrancoAngeli il libro “Digital Copywriter. Pensa come un copy, agisci nel digitale” e il romanzo “Sui passi di Francesco”, Ediciclo. Docente presso IED Firenze e IFOA, collabora con riviste come InNatura e BillMagazine. Fondatore e direttore creativo di TERRA, Strumenti per raccontare.