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Ballate per tutti i giorni. Non ho giudizio

Anche stasera Cico mi ha accompagnato fuori a pisciare. S’era fatta una certa ora e io non ce la facevo più a starmene in casa col mio genero sbagliato. Dopo tutta una cena non avrei sostenuto pure il solito cicchetto assieme a lui. È  una persona sbagliata oltre che un genero sbagliato. E non è poco. È sbagliato perché controlla la postura quando si siede, perché calibra ogni suo gesto e indossa calzini costosi, e per farsi ascoltare usa qualsiasi frase ad effetto. Purché non sia sua. E quando la frase è sua c’è da fidarsi se dico che lo preferisco citazionista. È sbagliato nel modo in cui porta i capelli: un giovane Marlon Brando qualsiasi, pieno di diavoli fantocci tra gli anfratti della sua chioma. È sbagliato quando chiede ipocritamente scusa per cose che non ha fatto, è sbagliato quando mangia voracemente e fa finta di ascoltare, di interagire. Di cogliere. Non si può fingere di cogliere, è davvero impossibile. Te lo si legge senza troppi sforzi quando lo fai. È sbagliato e inopportuno, il mio genero, quanto un lutto a Natale. E vuole fare tanti figli viziati con mia figlia. La cosa non mi dispiacerebbe nemmeno, se non fosse che di vizi non ne sa nulla. È ignorante in materia di vizi, come ogni persona superficiale può praticarli ma non sentirli propri. Per sentirli propri ci vuole spazio dentro e lui se l’è riempito di altre cose, più utili, più pratiche. E i vizi non sono né l’uno, né l’altro: i vizi sono fondamentali, da subire senza esserne schiacciati. È andata che dopo cena questo piglia la bottiglia e mi piazza davanti due dita di Zacapa. Con nonchalance, disinteresse e senza manco un po’ di profondità negli occhi, trattandomi come un suo vecchio amico e parlando di Lino Banfi come di un grande protagonista della storia del Cinema italiano. Una menata da abitanti del contemporaneo, non ci vuole nulla a intorartarseli questi qui: snobbano qualcuno rivalutandolo senza pudore perché  prima di loro l’ha glorificato qualche pezzo grosso del giro. Così si soddisfano. Così e con il profumo per gli ambienti, ad esempio. Oppure con la propria conoscenza. Benessere. Che non mi mette a mio agio. Cinguettano, mi infastidiscono. La vanvera raccontata è uno dei pochi peccati non veniali e ascoltare uno che parla a vanvera, siamo sinceri, continua a essere una grossa mancanza di autostima per noi altri, bipedi impettiti, esserucci che se ci guardiamo in faccia non sappiamo mai come prenderci. Lui queste menate le stava già sciorinando da un paio d’ore con tutta la sicumera che un professionista dell’egocentrismo ti sa propinare, allora mi sono mosso di difesa, ho buttato il rum giù e nella mia bocca ci stava pure il Lino nazionale se uno vedeva bene. Poi ho buttato un fischio a Cico  e lui  ha fatto uno scatto che sembrava un levriero più che un bastardo grosso e vecchio, imboccando il suo guinzaglio in un attimo e un attimo dopo presentandosi davanti a me. Io, il suo padrone acconsenziente coi coglioni fitti fitti di noia. A smezzarsi le cose, c’è da dire che pure Cico s’era turbato le palle coi medici attrezzati di Morandini. Quanto è bello quel cagnone, devono saperlo tutti quanto è bello. Lino Banfi l’ho sputato poi per strada. Nemmeno due dita di buon rum c’hanno potuto qualcosa. Al bar c’era Guido che beveva invece di lavorare. E poi Maria, che stava lavorando invece di spassarsela. Cico scodinzola appena Maria si avvicina. Va così da anni. È un buongustaio Cico, perché Maria ha un culo che continua a cantare nonostante i suoi cinquanta anni e la voce leggermente arrochita. Ne è zeppo il mondo di bariste che, superati i quaranta anni, arrochiscono le voci. Certe bariste hanno più di quarant’anni da sempre. Fuori al locale tutto era ancora più silenzioso e vicino. Le auto parcheggiate tutte allo stesso modo e ciascuna a modo suo. Passo tra queste villette e questi piccoli condomini, e con me passa anche l’idea che la borghesia poteva essere una bella cosa. A sapere che farcene di quel che sappiamo. I quartieri operai sono lontani dal mio. Sono lontano dagli operai e lo sono sempre stato, in effetti. Non ho mai compreso perché dovessero avere la supremazia di questa società. Gliel’avrei dato sto giocattolino in mano per vedere cosa sarebbe davvero successo. Gli operai non hanno cultura, né hanno bisogno di averne per forza. Facevano confusione con le cose e aspiravano a diventare persone noiose come noi altri. Credo ci siano riusciti, alla fine. Ci hanno invidiato e io ho invidiato il loro potenziale che rimane lì, nei loro piedi scalcianti ma che non vanno da nessuna parte. Il fatto è che qui chi ha cultura poi pecca di sensibilità. Sono gli stessi che scrivono cose e invettive incomprensibili da pagine di giornali scaduti ancor prima di uscire, scrivono ovvietà che non si capiscono affermando  nello stesso momento  che il sapere deve essere di tutti. Sono gli stessi che rivalutano Lino Banfi e si fanno leggere dal mio genero. Valli a capire tutti.  A volte penso a come è chiaro che gli operai facessero battaglie per non essere più operai, più che per migliorare la loro condizione. Le due cose sono diverse. Cioè, avremmo dovuto capirci meglio: volete fare gli operai per bene oppure volete che non esistano più le fabbriche? Nel dubbio non ci siamo mai risposti seriamente. Le fabbriche sono aumentate e fallite, i lavoratori hanno cambiato volto, mansioni e aspirazioni, e gli intellettuali si son messi a vivere con mignotte telegeniche, certe volte eleganti e altre volte semplicemente mignotte telegeniche. L’eleganza ti farebbe scambiare una merda spiaccicata a terra per un tartufo di cioccolato. Prendo una sigaretta, la accendo e riprendo a guardare il mondo da seduto, su una panchina. Cico freme ma obbedisce. Il suo mondo è più piccolo, quindi non ha bisogno di riposarsi quanto me. Due studenti mi passano davanti, stravolti dalla sera tarda e da tutto quello che credono di essere. Legittimo. Hanno genio di parlare, lo fanno ad alta voce  con discorsi freddi e anemici. Si siedono a terra poco lontano da me. Confabulano di massimi sistemi e alta tecnologia, entrambe cose che hanno tirato fuori dal giubbino. Uno dei due, in particolare, parla senza dire nulla. E tutto quel nulla che dice, gli esce sguaiato e senza possibilità di essere compreso. Infatti l’altro non lo comprende. Strano, non mi era sembrata più sveglio. Cerchiamo i simili per capirci perché impariamo alla svelta che non esistono gli uguali. Cerchiamo i simili, li troviamo e ne esce fuori un tripudio di cose pronunciate e fatte male, non intuite, asserite e discordi. Alla fine ci rassegniamo e così inizia la solitudine. A quel punto è un giudizio universale tascabile, ciò che comincia. Chi è pronto se la gioca a godersela come può, e chi non è pronto crepa senza eccessiva smania. E quasi tutto qui.

 

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