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Alternativa mazziniana. Di Francesco Leoncini.

Francesco Leoncini

Alternativa mazziniana

Castelvecchi, Roma, 2018, pp. 344, Euro 35.

 

Il Risorgimento appare fin dai suoi inizi in una prospettiva che va ben oltre lo scenario italiano per acquisire quella dimensione culturale e quella capacità di mobilitazione organizzativa che ne fanno uno dei momenti più luminosi della storia moderna europea.

Il volume prende le mosse dalle idealità mazziniane, che furono al centro di quel movimento  sovvertitore dell’ordine post napoleonico, e ne considera soprattutto la sua dimensione internazionale in rapporto al problema delle nazionalità nella Monarchia danubiana e all’affermarsi dell’egemonia tedesca in Europa centrale, dopo il 1871. Il conseguente progetto bismarckiano della Mitteleuropa e la successiva spinta verso i Balcani e il Medio Oriente, nella proiezione della Weltpolitik, porterà gli Imperi centrali allo scontro con la Serbia.

In uno degli ultimi scritti di Mazzini si delinea nettamente il disegno di una alleanza strategica con il moto nazionale degli slavi del sud finalizzato alla creazione della Grande Illiria. Ciò significa un diverso modo di considerare il problema del confine orientale rispetto alla tendenza volta a comprendere la Dalmazia all’interno del processo di unificazione italiana. A questo pensiero si riallaccia la corrente neomazziniana di Umberto Zanotti Bianco, Gaetano Salvemini, Leonida Bissolati, Giovanni Amendola e altri, che guarda con particolare favore ai movimenti di riscatto nazionale dei popoli danubiano – balcanici e troverà nel «Corriere della Sera» di Luigi Albertini il suo portavoce.

Nel 1914  Zanotti Bianco, con lo pseudonimo di Giorgio d’Acandia, dà vita alla Collana “La Giovìne Europa” presso l’editore Battiato di Catania e poi alla rivista “La Voce dei Popoli”.

Tomáš G. Masaryk ed Edvard Beneš assumono ben presto la guida del movimento indipendentista ceco-slovacco in un rapporto di alleanza con quello degli jugoslavi e trovano una netta convergenza con gli esponenti dell’interventismo democratico.

L’Italia entra in guerra per estendere i suoi confini sullo spartiacque alpino e nell’area adriatica, dove va a incidere sugli interessi nazionali degli sloveni e dei croati, e non tanto per abbattere la Monarchia asburgica. Di conseguenza la guerra contro quest’ultima comporta anche una forte ostilità verso quei popoli e il loro progetto unitario, posizione che viene sfruttata dai comandi austro-ungarici presso i militari slavi.

La rotta di Caporetto e il ritiro della Russia dal conflitto con la possibilità di un concentramento di truppe degli Imperi centrali sul nostro fronte, e un conseguente sfondamento, fanno riemergere con forza il ruolo di quelle correnti politiche favorevoli a un rapporto di solidarietà con le popolazioni dell’area danubiano-balcanica e a un’intesa con i comitati degli émigrés. La svolta avviene con la «Conferenza delle nazionalità soggette all’Austria-Ungheria» organizzata nella capitale italiana nell’aprile del 1918 e il conseguente Patto di Roma.

Abbandonata qualsiasi velleità imperialistica e una politica puramente rivendicazionista  l’Italia riesce a formulare in questa occasione un disegno di respiro europeo e a porsi al centro di un vasto schieramento internazionale, cosa che poteva soddisfare contemporaneamente i suoi interessi strategici e l’aspirazione a giocare un ruolo di prima grandezza quale punto di riferimento politico e culturale.

La conseguenza più immediata dell’assise romana fu la costituzione della Legione ceco-slovacca il 21 aprile tra Milan Rastislav Štefánik, in qualità di rappresentante del Consiglio nazionale ceco-slovacco di Parigi, e il presidente del Consiglio italiano. Essa fu l’unica, tra quelle dei volontari dell’ex Monarchia che avevano deciso di combattere con l’Italia, a figurare nel Bollettino della Vittoria del 4 novembre 1918.

E’ la rivalutazione di questo “momento storico” che il volume vuole mettere soprattutto in evidenza e ne costituisce il nucleo interpretativo.  Ed è questo il convincimento che viene poi espresso dagli esponenti democratici nella polemica, riportata da «La Voce», nei confronti dei nazionalisti che li accuseranno di essere stati “rinunciatari”.

Al contrario il ritorno alla logica sonniniana di ottenere quanto era stato stabilito con il  Patto di Londra del 1915, in base al quale essa era entrata in guerra, e la ricaduta nella trappola delle rivendicazioni adriatiche risulterà del tutto controproducente, inchioderà l’Italia su questioni locali, la porrà sul banco degli accusati, le impedirà di praticare una sua autonoma politica internazionale di largo raggio e sarà gravida di conseguenze negative nei rapporti con gli Stati successori della Monarchia.

Alcune delle problematiche esposte nel volume vengono valutate anche in relazione agli attuali sviluppi della politica internazionale e gli scritti dell’epoca qui riprodotti si prestano ad attente riflessioni nell’ambito storiografico.

 

In Appendice

Testi di Giovanni Amendola, Giuseppe Antonio Borgese, Ugo Ojetti,

Francesco Ruffini, Andrea Torre.

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