

Il grande pubblico lo conosce soprattutto per le sue imitazioni nel programma Striscia la notizia, e in modo particolare per quella del noto stilista Valentino, recentemente scomparso.
Ma Dario Ballantini appartiene a quella rara categoria di artisti che sfuggono naturalmente a ogni definizione univoca. Ballantini non è solo il volto cangiante del trasformismo televisivo, ma la sua traiettoria creativa affonda le radici anche in una formazione teatrale e figurativa solida, e in una pratica pittorica coltivata con continuità lungo l’intero arco della sua carriera.
Nato a Livorno nel 1964, Ballantini è attore, imitatore, pittore e autore teatrale, ma soprattutto un interprete capace di muoversi tra linguaggi diversi senza perdere un centro riconoscibile. Quel centro sembra essere, da sempre, il volto umano: non semplice superficie da riprodurre, ma luogo simbolico in cui convivono identità e travestimento, verità interiore e rappresentazione, presenza e maschera.
Dopo l’esordio televisivo a Ciao gente! e l’affermazione a Star 90, il suo ingresso a Striscia la notizia nel 1994 lo ha reso uno dei trasformisti più riconoscibili della scena italiana, capace di fare dell’imitazione non un esercizio meccanico di somiglianza, ma una forma di lettura scenica del personaggio. In lui, infatti, il trasformismo non si esaurisce nella bravura tecnica, ma si traduce in un’indagine sottile sui codici del potere, della celebrità e della comunicazione pubblica.
Diplomato al liceo artistico nel 1984, Ballantini ha esposto le sue opere pittoriche fin dagli anni Ottanta, consolidando poi la propria presenza nel circuito espositivo nei primi anni Duemila. A conferma di questo percorso, nel 2007, ha ricevuto il premio A.B.O. d’Argento per la pittura, e nel 2011 ha partecipato al Padiglione Italia della 54ª Biennale di Venezia.
La sua pittura è stata spesso descritta come gestuale, materica e intensamente cromatica, attraversata da una tensione espressiva che guarda all’identità, al disagio, alla fragilità e alle zone più irrisolte dell’esperienza umana. Anche il teatro, in questo senso, si inserisce coerentemente nel suo percorso: con Da Balla a Dalla, portato in tournée dal 2014, Ballantini ha trasformato l’omaggio a Lucio Dalla in un’occasione per misurarsi ancora una volta con la memoria, con la voce e con il mistero stesso dell’interpretazione.

MR. Nella tua pittura, attraversata da una materia vibrante e da un uso così intenso del colore, che cosa cerchi davvero di afferrare, e quale dimensione dell’esperienza umana senti il bisogno di restituire?
DB. Sento il bisogno di restituire l’esperienza inafferrabile dell’introspezione, qualcosa che possa dimostrare che non siamo solo materia, ma che attraverso il segno ed i colori, ci si possa aprire ad altri Mondi.
MR. Hai iniziato a esporre giovanissimo e, nel tempo, non hai mai smesso di far dialogare pittura e palcoscenico: li vivi come due espressioni complementari o come due forze che, a volte, si contendono la tua identità?
DB. Indubbiamente convivo con questa lotta tra le due forze che sembrano contendersi la mia attività. Ci ho sempre convissuto e al di là dello scherzarci su, sebbene possa sembrare strano, provo tanta tenerezza e appartenenza alle due “fazioni”, in quanto fanno parte anche della storia familiare con un nonno appassionato di teatro, attore non realizzato, con mio padre pittore rinunciatario, zii e parenti legati comunque alla lirica e alla pittura, argomenti molto livornesi per cui mi sento a casa in ambedue.
MR. Nella tua ricerca sembrano intrecciarsi echi che vanno da Modigliani a una tensione quasi espressionista: quanto conta, per te, deformare un’immagine per coglierne una verità più essenziale?
DB. Credo che al di là dell’esercizio che può anche consistere nel riprodurre esattamente la realtà, la deformazione sia necessaria per dare un’impronta personale e anche per fare mio il principio del cubismo che, oltre ad essere esteticamente una grande novità, sembrava voler enfatizzare la relatività del mondo che può essere visto da molti punti di vista diversi. Questo inevitabilmente portò al deformare. Vengo anche dalla passione per le caricature e la deformazione. Da quando ho scoperto che anche Petrolini aveva affermato che l’importante non fosse imitare bensì deformare la realtà, ne sono ancora più convinto.

MR. Dopo tanti riconoscimenti e un percorso espositivo così importante, che cosa ti dà oggi la pittura che né la televisione né il teatro riescono a darti?
DB. La pittura e l’esposizione mi danno modo di condividere una creazione. Ho sempre trovato bellissimo partecipare alle mie mostre in cui ognuno viene a chiedermi, a parlare, a confrontarsi e anche a dirmi cosa vede dentro la mia opera. Il che mi rende molto soddisfatto. La televisione è media, quindi sta in mezzo tra me e il pubblico e può amplificare, travisare qualsiasi cosa essendo non in presenza del fruitore.
MR. Nelle tue imitazioni non conta soltanto la somiglianza, ma una forma più profonda di presenza: quando capisci che un personaggio ha smesso di essere maschera ed è diventato interpretazione?
DB. Beh, questa è una cosa che non governo io, in quanto alcuni personaggi sono solo stati fedelmente replicati ed altri interpretati; è avvenuto di volta in volta: quando c’era da essere ferocemente satirici oppure da “omaggiare “come faccio spesso in Teatro, magari con un artista che amo, mi rendo conto che la divisione c’è perché molte volte ho interpretato fedelmente perché serviva la resa perfetta, ma quando il personaggio non era nelle mie corde o non riuscivo a farlo così ,ho optato per l’esagerazione buffa.
MR. La tua interpretazione del celebre stilista Valentino è rimasta una delle più riconoscibili e, dopo la sua recente scomparsa, ha assunto anche un valore emotivo diverso. Che cosa ha rappresentato per te entrare così a lungo nell’immagine, nella voce e nell’eleganza di una figura tanto iconica?
DB. L’imitazione di Valentino è una storia a parte e
contiene tantissimi ingredienti che hanno dato la svolta alla mia carriera. Innanzitutto,
fu una grande novità portare una imitazione compresa di trucco e vestiario in
strada, con telecamera a spalla in modo che fosse una sorta di reportage reale
di quello che poteva accadere senza preparazione sui diversi set, dove ci
recavamo senza preavviso. Questo ha dato vita -da una parte – ad un nuovo tipo
di televisione, che appunto nasceva con Striscia la notizia,
dall’altra ha ingannato in qualche modo l’occhio del telespettatore che si
sentiva partecipe di quegli eventi che venivano ripresi appunto come rubati da
un occhio indiscreto.
Ci sono altri ingredienti importanti: intanto la disperazione che in quegli
anni mi accompagnava in quanto Valentino fu una svolta; una sorta di ultima
spiaggia prima di definirmi un incompreso dalla tv (con le mie imitazioni
antiche), quindi con una sorta di adrenalina fui costretto a tirare fuori tutta
la mia vis comica ed il repertorio di improvvisazione che mi ero creato negli
anni di gavetta. Questo ha conferito ingredienti comici maggiorati e, non da
ultimo, la grande novità di imitare un personaggio che fino a quel momento era
stato quasi “non parlante”, uno stilista così famoso e iconico mai preso in
considerazione per una satira sulla moda, pur rimanendo un personaggio di successo.
Nessuno aveva preso in giro la moda né un personaggio così famoso e meritorio
di fama, uno dei più grandi artisti mondiali dello stile. Ho potuto così
mantenere ingredienti di importanza ed eleganza che hanno conferito a questo
personaggio una forza inaudita.

MR. Hai interpretato a Striscia la notizia figure molto diverse per stile, temperamento e presenza scenica. Nel momento in cui inizi a costruirne una, che cosa cerchi per primo, l’impronta esteriore o la sua temperatura interiore?
DB. In genere faccio subito un disegno del suo volto per capire quali sono le linee importanti che rimangono impresse ma non è sempre la stessa cosa. In qualche caso il personaggio mi aiuta subito da sé, capisco anche solo vedendolo una volta che potrà venire perfetto. Con altri, specialmente se commissionati, mi metto a studiare i video, ascolto la mia voce, poi la sua; quindi, con il mio gruppo di lavoro fatto anche dalla truccatrice il regista, gli autori… ci confrontiamo per capire se funziona. Devo capire se rientra nello spettro della mia – devo dire ampia – gamma di possibilità.

MR. Nel tuo lavoro di trasformista, quanto conta la dimensione artigianale: il trucco, il costume, la costruzione minuziosa dell’immagine… e quanto, invece, l’intuizione attoriale, cioè la capacità di cogliere dall’interno l’anima di un personaggio?
DB. Ho sempre dato molta importanza al trucco e al costume, perché sono meticoloso e perfezionista e noto se qualcosa può non corrispondere al personaggio vero. Una specie di cartina tornasole in cui deve arrivare il punto nel quale “scompare completamente Dario “. Io non devo vedermi nel personaggio, né come corpo, né come voce, né come volto. A quel punto siamo già a metà dell’opera. L’artigianalità conta perché ogni volta non è mai la stessa, specialmente nel trucco in cui partecipo attivamente alla costruzione. La parte attoriale e parallela, ma devo ammettere che è molto aiutata dal trucco, perché le maschere, come si sa, ti permettono di lavorare in una specie di trance.
MR. Poiché il tuo lavoro incontra spesso personaggi ancora immersi nel presente della cronaca e della comunicazione, pensi che l’imitazione debba limitarsi alla comicità oppure possa diventare anche uno strumento più sottile, capace di rivelare ciò che il linguaggio pubblico tende a mascherare?
DB. Dipende dal contenitore. Lavorando a Striscia la notizia, è stato importante rimanere in testi satirici e idee che intendessero far capire il risvolto di ogni personaggio, visto che il programma ha abituato i telespettatori proprio a guardare al di là della realtà. Invece per quanto riguarda spettacoli personali, mi metto in “modalità omaggio “e cerco di valorizzare e scegliere personaggio che artisticamente mi emozionano. Questo non ha certo a che vedere con i personaggi politici, con i quali ho un atteggiamento di strumento satirico, anche se del tutto non ci sono riuscito, perché ammetto il difetto di averli resi spesso di più simpatici.

MR. In Da Balla a Dalla l’omaggio a Lucio Dalla
sembra andare oltre il repertorio imitativo e cercare una forma più narrativa e
affettiva di immedesimazione. Che cosa ti ha insegnato Dalla sul rapporto fra
voce, memoria e interpretazione?
DB. Lo spettacolo su Lucio dalla ha una genesi lunghissima. Amavo Lucio fin da bambino, l’ho disegnato, imitato e quasi stalkerizzato per lunghi anni. Il bello è stato poi poterlo conoscere e scoprire che non ne sarei rimasto deluso. Non solo, ma che sarebbe stato uno dei miei sponsor principali per la pittura. Questo è stato un vero sogno avverato. Quando scomparve, fu Massimo Licinio a suggerirmi di creare uno spettacolo su tutto questo. Lucio quindi, mi ha insegnato a cercare di essere com’era lui: una persona avvicinabile, un artista vero, geniale autodidatta, curioso aperto al confronto con chiunque. Questo è quello che cerco di restituire in questo spettacolo, che è un atto d’amore verso tutto ciò che mi ha trasmesso, sperando di aumentarne nel tempo la consapevolezza del pubblico sulla sua grandezza.
MR. Guardando insieme il pittore e il trasformista, viene da pensare che il centro del tuo lavoro sia sempre l’identità. Nella tela provi a raggiungerla togliendo le maschere, mentre in scena sembri inseguirla indossandole. Ti riconosci in questa doppia direzione?
DB. Sì, è un modo di vedere anche la mia vita in maniera cubista, quindi la tua descrizione mi appartiene perfettamente tanto è vero che se il compito della vita è capire chi siamo, l’esito della mia pittura è dimostrare che non siamo quello che sembriamo, e l’esito del mio trasformismo è che possiamo essere tutto.

MR. Guardando ai prossimi anni, verso quale direzione senti che il tuo percorso stia andando con maggiore urgenza. Nuovi personaggi da interpretare, nuovi lavori teatrali, oppure una stagione ancora più intensa della tua ricerca pittorica?
DB. Credo che non potrò mai mollare la pittura, perché è proprio una necessità. Non riesco quasi a stare fermo con le mani. Ho bisogno di prendere questa sorta di appunti. So benissimo che sarebbe importante scrivere, ma evidentemente mi trovo meglio a disegnare e dipingere quello che secondo me è un esercizio infinito, ancorché un godimento personale. Per quanto riguarda lo spettacolo sto virando verso un aumento della parte teatrale perché somiglia in qualche modo dall’inaugurazione delle mostre in cui sei più vicino al mondo dei fruitori. So bene che la distanza col palco deve essere mantenuta per il mistero ineffabile della famosa magia del teatro, ma un po’ si somigliano. Per quanto l’riguarda la tv non sono io a decidere, non ho certo programmi miei (come li hanno Crozza o Fiorello), quindi se saranno interessati a me, spero “mi usino bene”. Spero vivamente, però, di non avere mai bisogno di doverla fare “per forza”, specialmente perché il lungo percorso di Striscia è stato per me davvero glorioso.



