
Ancora oggi, nella memoria degli abitanti di Drážov, nella Boemia meridionale (Repubblica Ceca), tra le colline della Šumava, è vivo il ricordo della figura di Josef Menčík, “l’ultimo cavaliere”, la cui vita sembra uscita da un romanzo storico più che da un’ordinaria esistenza contadina.
Nato il 14 marzo 1870 a Dobrš, in una famiglia di contadini senza alcun legame con la nobiltà – come invece sostiene una diffusa leggenda – la sua giovinezza ribelle lo portò a un gesto estremo: a diciassette anni incendiò una taverna locale, probabilmente mosso da rabbia o frustrazione, e fu condannato a una lunga pena nel carcere di Bory presso Plzeň. Quel periodo di reclusione, seguito da lavori forzati, trasformò il ragazzo in un uomo che vedeva la società borghese e industriale come aliena e inumana, fatta di regole aride, di fabbriche che divoravano le campagne e di una vita che scorreva in formati sempre più stretti. Dopo la liberazione Menčík entrò in contatto con collezioni di armi e armature, spazi in cui si respirava ancora un’aria antica, e lì maturò l’idea di vivere non solo come un nostalgico, ma come un testimone: di incarnare, nel presente, i codici della cavalleria medievale, un progetto che in pochi avrebbero osato prendere sul serio, ma che per lui divenne missione esistenziale.

Intorno al 1911, Menčík si impegnò nel salvataggio della Tvrz di Dobrš, una fortezza medievale in pietra minacciata di demolizione dai proprietari, la famiglia dei principi di Schwarzenberg. La comprò e iniziò un’opera di restauro che fu anche un gesto simbolico: non si limitava solo a riparare mura, ma a dare un volto concreto a un’idea. Trasformò la rovina in un palcoscenico del proprio ideale di cavalleria, un luogo in cui il passato non fosse oggetto di museo, ma di esperienza diretta. Decise così di vivere lì come se i tempi non fossero cambiati troppo: usando solo candele e torce, e spostandosi a cavallo, come un signore feudale uscito da un romanzo cavalleresco. Si procurò un’armatura completa, probabilmente fabbricata in Germania nel XIX secolo in stile rinascimentale revival, e armi simboliche come un’alabarda, oltre a una ricca collezione di oggetti legati alla cavalleria, spesso importati dalla Francia e dalla Germania.
Per i compaesani, Menčík divenne il “Rytíř Menčík”, ovvero “il cavaliere Menčík”: un personaggio bizzarro ma non insensato, un uomo che, con la sua scelta radicale, obbligava a guardare due volte la realtà. La sua fortezza servì come luogo di incontro e didattica storica, una sorta di laboratorio vivente: scolaresche, famiglie e turisti si recavano a Dobrš per ascoltare le sue storie, indossare per qualche minuto elmi e armature, provare a muoversi come un cavaliere dell’epoca. Nella sua tvrz si respirava qualcosa di più di un’esibizione folkloristica: si respirava un’idea di eroismo possibile anche senza guerre, di onore applicabile anche alle piccole cose quotidiane.

La parte più nota della sua biografia è legata all’anno 1938, quando il 30 settembre fu firmata l’Accordo di Monaco, privando la Cecoslovacchia della regione dei Sudeti e lasciando il paese politicamente disarmato e moralmente devastato, in balia dei nazisti. In quel momento, mentre i grandi poteri si spartivano la scena, Menčík, nutrito di uno spiccato senso di patriottismo e di un’identità legata alla storia ceca – e forse anche di un po’ di sana follia -, si ritrovò davanti a un silenzio che non poteva più tacere. Secondo la tradizione orale e numerose fonti locali, la sera del 30 settembre indossò la sua armatura completa, si mise l’elmo, salì a cavallo e, con l’alabarda in mano, si diresse verso la strada dove si attendeva il passaggio delle colonne tedesche. La scena, come riportano i racconti, fu surreale: un uomo solo, in un’armatura antiquata, che si poneva in mezzo al cammino dei camion, carri armati e motociclette della Wehrmacht che avanzavano.

I soldati tedeschi, incuriositi e probabilmente divertiti, lo considerarono un “blázen” (un pazzo) locale, un’esibizione pittoresca della provincia, e lo lasciarono semplicemente andare, senza violenza diretta o arresto. Non vi furono combattimenti documentati, né scambi di colpi, né un’azione militare che si possa definire tale. La maggior parte degli storici e dei ricercatori locali tende a interpretare l’episodio come una protesta simbolica più che un’azione reale, priva di peso strategico, ma carica di significato etico. In quel gesto, apparentemente folle, si condensava un gesto di dignità: un modo di dire che esistevano ancora valori che non si compravano né si vendevano, e che non si piegavano alla semplice logica del potere.
Menčík è spesso paragonato a Don Chisciotte della Mancia, con il soprannome di “šumavský Don Quijote” o “Don Chisciotte della Šumava”, diffuso nelle pubblicazioni ceche. La somiglianza è evidente: un uomo che crede ancora nella forza dei vecchi ideali di onore, onestà e fedeltà alla patria, e che lotta contro i “giganti” simbolici dell’industrializzazione, della politica dei potenti e dell’ideologia nazista, anche se il mondo gli appare inesorabilmente cambiato. Tuttavia, a differenza del personaggio di Cervantes, Menčík non vive in un’illusione totale; conosce la realtà della guerra, delle macchine e delle leggi, e la sua messinscena è consapevole. Sa benissimo che contro un carro armato non regge nessuna lancia, nessuna alabarda, nessuna armatura, e proprio per questo il suo gesto non è un tentativo di vittoria, ma di testimonianza. È una forma di resistenza nonviolenta e altamente simbolica, che ha lasciato un’impronta nella memoria locale come immagine di dignità ferita ma non piegata.
Dopo l’ingresso dei nazisti, Menčík non fu perseguitato né arrestato: la sua fortezza, nonostante l’occupazione, rimase in larga misura il suo dominio, e lui continuò a vivervi come un personaggio a parte del suo tempo, un uomo che si muoveva tra le linee del presente come se appartenesse a un’altra epoca. La sua vera tragedia arrivò dopo il 1945, quando il regime comunista giunse al potere in Cecoslovacchia e dette avvio a una vasta politica di nazionalizzazione dei beni privati. La tvrz Dobrš, ancora formalmente di sua proprietà, fu dichiarata bene pubblico e smontata dal suo contesto di vita quotidiana. Menčík, già anziano, fu costretto a lasciare il suo rifugio e a trasferirsi da suo figlio, a Buzice. La perdita di ciò che aveva costruito in decenni lo colpì profondamente, come se gli venisse strappata di dosso l’ultima pelle sotto cui si era sentito al sicuro. Morì il 19 novembre 1945 a Buzičky, a settantacinque anni, pochi giorni dopo essere stato allontanato per sempre dalla fortezza.

Oggi Dobrš, frazione di Drážov, è un luogo in cui storia e folklore si intrecciano, e dove la tvrz è stata in parte restaurata, funzionando da punto di riferimento culturale. I visitatori possono vedere non solo mura antiche, ma anche immagini e racconti di Menčík, e la sua armatura, la sua collezione e la sua storia vengono spesso utilizzate in festival, rievocazioni storiche e iniziative locali dedicate alla cavalleria medievale.
La storia di Josef Menčík solleva una domanda centrale: che cosa significa “essere un cavaliere” in un’epoca senza castelli, tornei o guerre combattute con spade e picche? La sua esistenza suggerisce che la cavalleria non è solo un repertorio di armi e gesti, ma un modo di assumere responsabilità etiche verso la propria terra, comunità e coscienza, e conservare anche nella modernità un’idea di onore, lealtà e dignità che non si negozia.



