BooksInterviewsItalianLiterature

Intervista a Mauro Ruggiero, autore del romanzo: Il Sistema Petrovič – Lo scacchista di Praga. Un viaggio tra scacchi, spie e il lato oscuro della storia.

Prendete la città di Praga, con il suo fascino senza tempo e la sua aura di mistero. Aggiungete il gioco degli scacchi, con la sua eleganza strategica, le trappole sottili e la tensione che nasce da ogni mossa. Inserite poi l’universo opaco dei servizi segreti durante la Guerra Fredda, fatto di doppi giochi, codici indecifrabili e vite consumate nell’ombra. Mescolate tutto con cura, lasciando che storia, mistero e psicologia si intreccino. Condite con uno stile di scrittura profondo, capace di catturare il lettore e trascinarlo in un crescendo di suspense, dove nulla è ciò che sembra e ogni dettaglio è importante. Il risultato è Il Sistema Petrovič – Lo scacchista di Praga (Prospero Editore, 2026), l’ultimo romanzo di Mauro Ruggiero: un’opera che affonda le radici nella complessità dell’animo umano e nella fragilità delle verità che crediamo di conoscere. Un viaggio letterario che avvince, inquieta e sorprende.

Praga è una metropoli dai mille volti che non smette di affascinare migliaia di turisti che ogni giorno ne percorrono le vie alla ricerca della sua “magia”. Ma dietro i luoghi comuni e l’aura misteriosa e romantica della città, c’è anche la Praga di un passato recente, e molto più reale: quella della Primavera mai sbocciata del 1968, degli anni della normalizzazione totalitaria, della Rivoluzione di Velluto del 1989. In queste stratificazioni di memoria e oblio si muove Il Sistema Petrovič, un’opera che non può essere etichettata con facilità. Thriller storico? Sì. Psicologico? Certamente. Indagine sulla natura del male? Indubbiamente. Ma è soprattutto un romanzo sugli scacchi, il gioco forse più logico in assoluto che, però, al tempo stesso, può dare sfogo agli istinti più violenti dell’animo umano.

L’autore, Mauro Ruggiero, conosce Praga molto bene.  Ci ha vissuto per oltre vent’anni, lavorando come bibliotecario, docente e amministratore dell’Istituto italiano di cultura. Questa città, per lui, non è semplicemente lo sfondo del romanzo (come è di moda ormai da anni per molti scrittori) ma un vero e proprio personaggio vivo, forse il protagonista principale del libro.

 Con l’autore abbiamo discusso di Praga, storia e, naturalmente, di scacchi.

GN.  Hai vissuto a Praga per oltre due decadi. Come questa immersione profonda nella città ha alimentato la creazione di “Il Sistema Petrovič?”. Praga è semplicemente lo sfondo geografico del racconto, oppure è essa stessa un personaggio vivo e consapevole del romanzo?

MR. Innanzi tutto, devo ammettere che la storia raccontata nel romanzo, almeno nelle sue battute iniziali, è vera. Il prologo in cui compare Kasparov, l’incontro sul tram 22, la storia dell’orecchino, il biglietto da visita con scritto semplicemente “Scacchista” e un numero di telefono, Rinat… ecco tutto questo è accaduto realmente. Quando dico che Praga ha alimentato questa storia, non intendo dire che la città mi ha fornito un’idea narrativa generica o un’atmosfera pittoresca da utilizzare come sfondo. No. Praga mi ha messo di fronte a qualcosa di più perturbante: l’impossibilità di distinguere, a volte, fra realtà e narrazione. La città stessa è una macchina narrativa. È costruita in modo tale che, mentre la percorri, la storia ti trova. Non sei tu che cerchi la storia; è lei che ti viene incontro, passo dopo passo, ponte dopo ponte. Quando ho iniziato a scrivere Il Sistema Petrovič, dopo uno strano incontro in tram, e uno ancora più strano tempo prima in un parco della città, non mi ero prefissato di farne un romanzo ambientato nella Cecoslovacchia comunista. Né ero intenzionato a scrivere un thriller psicologico. Volevo scrivere un racconto breve, ma poi, negli anni, La forma del libro è emersa dal contatto quotidiano con questa città che non smette mai di sussurrarti frammenti di storie non finite e di misteri non risolti.

GN. Gli scacchi sono tema ma anche struttura portante del romanzo che è costruito attraverso il linguaggio del gioco. I capitoli si intitolano “Apertura”, “Zugzwang”, “In presa…”  Movenze e tattiche di gioco, che diventano le mosse narrative dell’opera. Quando hai deciso che gli scacchi sarebbero stati il substrato strutturale e non solo metaforico del romanzo?

MR. Ho sempre voluto scrivere un racconto che trattasse di scacchi. Questo gioco mi affascina anche come fenomeno letterario. Quando inizi a leggere la letteratura nata attorno agli scacchi nei secoli, scopri che il gioco è stato un’ossessione per alcuni fra i più grandi scrittori del Novecento e non solo. Penso, ad esempio, a Borges, che ha visto negli scacchi la metafora perfetta del destino, del caso e della libertà, a Nabokov, a Stefan Zweig, ad Acheng, a Paolo Maurensig… Tutti questi autori sapevano una cosa fondamentale: gli scacchi non sono una metafora della vita. Gli scacchi sono un linguaggio alternativo attraverso cui la vita può essere raccontata in modo diverso dalle parole. Quando scrivevo di questo uomo che è divorato dagli scacchi, quando il gioco diventa il suo rifugio, la sua droga, e la sua condanna, mi sono reso conto che la storia richiedeva di essere raccontata come una partita, con mosse che preparano altre mosse, con posizioni che si evolvono, con tattiche che si dispiegano nel tempo. La trama procedeva linearmente: incontro, lezione, rivelazione… ma l’anima del romanzo voleva anche altro. Voleva respirare come una partita a scacchi. È stato allora che ho deciso che i capitoli non sarebbero stati semplicemente sequenze narrative, ma le fasi di una partita.

GN. Il romanzo rivela una conoscenza precisa della storia della Cecoslovacchia, dei meccanismi di controllo della STB, della paranoia della normalizzazione post 1968, del sistema di informatori e ricatti che caratterizzavano il regime comunista. Quale metodologia di ricerca hai adottato? Hai consultato archivi storici, intervistato persone, consultato dossier desecretati dalla STB dopo il 1989? Come hai bilanciato l’imperativo della verosimiglianza storica con la necessità narrative di immaginazione e invenzione?

MR. La ricerca è sempre la parte che mi appassiona e diverte di più quando scrivo. Mi piace mettere insieme invenzione e particolari storici reali. Il gioco è trovare il punto di equilibrio dove i dettagli autentici conferiscono credibilità psicologica alla finzione. Mi sono documentato consultando molte pubblicazioni storiche sulla Cecoslovacchia e i servizi segreti dei paesi del Patto di Varsavia. Ho letto testimonianze di dissidenti, memorie su agenti della STB, ho consultato articoli accademici sulle tecniche di ricatto usate dalla polizia segreta… La bellezza della ricerca è che mentre leggi le fonti storiche vere, scopri particolari così strani che nessuno scrittore potrebbe inventarli. Allora il mio ruolo non era tanto quello di inventare la paranoia, ma di documentarla. I libri sono stati cruciali, ma quello che mi ha veramente aiutato è stato vivere a Praga: parlare con vecchi professori e artisti che avevano subito la censura, frequentare i luoghi dove accadevano queste storie. La verosimiglianza storica non ha bisogno di concorrere con l’immaginazione narrativa; hanno linguaggi diversi. Uno dice “questo è accaduto”, l’altro dice “questo potrebbe significare qualcosa di vero anche se non è accaduto così”. Nel romanzo, ho cercato di fare entrambe le cose: essere fedele ai fatti storici verificabili, ma poi immaginare la loro risonanza psicologica, il loro peso emotivo dentro le vite dei personaggi frutto della mia fantasia… e dei miei incontri.

GN. Jaromír e Antonin, personaggi del romanzo, sono vittime del sistema: vengono ricattati, la loro libertà è violata. Eppure – come Jaromír stesso confessa al narratore – non sono innocenti. Questa ambiguità morale, il fatto che in questo libro le vittime siano anche protagoniste del male, è intenzionale? Vuoi che il lettore si trovi sospeso fra compassione e disprezzo? Quale tipo di giudizio etico ritieni sia appropriato nei loro confronti nel romanzo?

MR. Non ho mai creduto nella divisione netta tra buoni e cattivi. Tra bene e male. Purtroppo è una semplificazione del pensiero dovuta a meccanismi di funzionamento del cervello umano che tendono all’economicità e al risparmio energetico, e che quasi mai corrisponde alla realtà. I miei personaggi, in tutti i miei racconti e romanzi, non sono mai o completamente buoni o cattivi perché in essi cerco di riflettere e di ricercare le contraddizioni insite nell’animo umano. Non vuole esserci nessun giudizio etico. Lo scopo dei miei personaggi è disorientare il lettore, portarlo fuori da quella zona di confort letteraria dove ci sono buoni e cattivi chiaramente distinti. Jaromír e Antonin sono persone complesse, vittime della violenza del sistema, ma anche responsabili delle scelte che hanno compiuto. Questa non è una contraddizione, è la realtà. Il totalitarismo non trasforma le vittime sempre in puri martiri, ma a volte le trasforma in complici, a volte consciamente, a volte no. Quello che voglio è che il lettore rimanga sospeso in questa ambiguità, senza mai trovare un approdo confortevole. Voglio che senta il disagio morale, la perplessità, la sensazione di non poter giudicare facilmente.

GN. Uno dei nodi narrativi più inquietanti del romanzo è la figura di Alexander Beran. Non solo rimane impunito, ma si reinventa come benefattore: finanzia ospedali, fondazioni, si guadagna perfino la stima di Václav Havel. Questa è una critica alla natura della giustizia transitoria post 1989? Una riflessione sulla “vendita dell’anima” al capitalismo occidentale? O è un commento sulla impossibilità di punire il totalitarismo una volta che è già caduto?

MR. Beran, in effetti, è la figura più complessa di tutte. In lui c’è il massimo della contraddittorietà. È un uomo che ha commesso crimini orribili, ma non è freddo e calcolatore nel modo stereotipato: ha una sensibilità e una cultura non comuni. Ascolta musica classica, si lamenta della perversità del tempo presente, ama l’arte, la letteratura… Questa sua umanità coesiste perfettamente con la sua crudeltà. Beran non rappresenta solo l’impunità (anche se il momento della resa dei conti arriva anche per lui…), ma la molteplicità dell’essere umano. La capacità di contenere contraddizioni impossibili: bellezza e bruttezza, generosità e crudeltà, nello stesso corpo, nello stesso cuore. È semplicemente complesso, ambiguo, umano troppo umano. E forse questo è il vero orrore: non che il male trionfi, ma che il male a volte abbia un volto così profondamente umano che diventa quasi impossibile condannarlo senza condannare l’umanità stessa.

GN. La morte di Lenka, una scrittrice censurata, depressa dal regime totalitario non è una tragedia meramente privata. È il detonatore da cui tutto il resto del romanzo si genera. È il fulcro. Vedi in lei un simbolo dell’arte e della libertà strangolate dal regime?

MR. Lenka non è solo un simbolo dell’arte soffocata, ma la prova concreta di come il totalitarismo, in tutte le sue forme, non uccida semplicemente, ma annienti le persone dall’interno, le trasformi in fantasmi ancora vivi. I regimi totalitari hanno un interesse particolare nel controllare gli artisti, gli scrittori, gli intellettuali (quelli veri), perché sanno che la creatività è la forma più pericolosa di libertà. Non puoi controllare una mente che crea, che immagina, che inventa mondi alternativi.

GN. “Il Sistema Petrovič” non emerge dal nulla. Appartiene a una tradizione ricchissima di scrittori che si sono ispirati agli scacchi per esprimere l’assenza di libertà, la paralisi mentale, il confine fra logica e follia. Scrittori alcuni dei quali hai citato prima. Quando hai deciso di scrivere “Il Sistema Petrovič”, quali di questi autori ti hanno influenzato maggiormente?

MR. Da Zweig ho imparato come gli scacchi possono essere una forma di tortura psicologica elegante, dove il nemico è invisibile. Da Borges come possono essere il simbolo del destino, della libertà illusoria e del determinismo mascherato. E da Maurensig come possono diventare il linguaggio di un trauma storico collettivo. Però, sinceramente, mentre scrivevo, non pensavo consapevolmente a questi scrittori. Pensavo a Praga e alle mie esperienza personali. Ho cercato di stare in piedi sulle spalle di giganti, come si dice. Da questi scrittori ho imparato come parlare il linguaggio degli scacchi. Ma Praga mi ha insegnato cosa dire in quella lingua. Come ho detto, Il Sistema Petrovič prende le mosse da incontri reali e fatti reali. Quel primo incontro sul tram 22, il biglietto da visita con scritto “Scacchista”… tutto questo è accaduto. Ma a parte questi particolari veritieri, il libro evolve subito in fantasia. La realtà si dissolve nel racconto. E questo è intenzionale. Perché volevo mostrare come la memoria stessa funziona, come i fatti veri e l’invenzione narrativa si intrecciano fino a diventare indistinguibili. E questo mi è parso evidente sia nella genesi del romanzo che poi nel romanzo stesso. Con questo libro volevo rendere omaggio al gioco a modo mio; a questo gioco complesso, meraviglioso e misterioso. Se ci sia riuscito oppure no, lascio al lettore l’ardua sentenza.

GN. Il romanzo si conclude in modo aperto, senza rivelare completamente la verità su Jaromír, su Nikolaj Petrovic, su quello che era reale e cosa era fantasia. Qual è la verità che vuoi che il lettore porti con sé quando chiude il libro?

MR. Forse, che in certi momenti della storia della nostra società, in certi contesti di controllo estremo e trauma, la nozione stessa di “verità oggettiva” diventa fragile. Quello che rimane è la verità della testimonianza, la verità dell’esperienza vissuta, anche se non può essere verificata secondo i criteri del giornalismo. Jaromír ha raccontato una storia, una storia che pur non potendo contare su prove oggettive, porta però in sé una verità psicologica innegabile, una risonanza emotiva che, indipendentemente da tutto, non può essere falsa.  

Giulia Nardová

https://www.prosperoeditore.com/libri/il-sistema-petrovic_mauro_ruggiero

Il Sistema Petrovič
Lo scacchista di Praga

Genere Narrativa | romanzo
Data di pubblicazione gennaio 2026
Informazioni Cartaceo
Numero Pagine 250
Dimensioni 12×19
ISBN 9791281091818

Show More

Related Articles

Close
Close