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“Il funerale negato”: un nuovo capitolo dell’eterno strappo tra Chiesa cattolica e Massoneria.

Sotto il sole d’agosto, la piazza antistante la chiesa di San Marco a Camporosso (Imperia) si è trasformata nel palcoscenico di una frattura antica. La bara di Mario Tarducci, settantatreenne del posto, è rimasta confinata in un mezzo delle onoranze funebri, circondata da una folla attonita e privata del conforto di un rito religioso completo. Il veto imposto dal vescovo di Ventimiglia-Sanremo, monsignor Antonio Suetta — peraltro in perfetta sintonia con una misura analoga adottata a Roma dal cardinale vicario Baldassare Reina — ha riacceso i riflettori su un conflitto che l’opinione pubblica considerava ormai archiviato: l’incomunicabilità assoluta tra il dogma cattolico e l’universo della libera muratoria.

Per interi decenni, in modo particolare nei tessuti sociali della provincia italiana, l’adesione alle logge da parte di cittadini inseriti nella vita parrocchiale è stata gestita con un certo pragmatismo. Una sorta di indulgenza non scritta permetteva spesso al clero di garantire le esequie, appellandosi all’intima speranza di un ravvedimento spirituale in extremis.

Cosa ha inceppato, dunque, questo collaudato meccanismo di “pia disattenzione”? La chiave di lettura risiede nella dimensione pubblica che ha assunto l’evento. Nel caso specifico, l’affissione di manifesti mortuari voluti esplicitamente dalla loggia di appartenenza ha reso inequivocabile l’identità massonica del defunto, noto come maestro venerabile. Di fronte a questa ostentazione, l’autorità ecclesiastica si è trovata spalle al muro: ignorare la questione avrebbe significato una resa istituzionale. Richiamando il canone 1184 del diritto canonico, che preclude i funerali ai “peccatori manifesti” per evitare di generare scandalo nella comunità dei credenti, la diocesi ha optato per l’intransigenza normativa.

L’episodio ligure riporta le lancette della storia indietro di quasi tre secoli. Era il 1738 quando papa Clemente XII, promulgando la bolla In eminenti, sancì la prima formale condanna papale contro i liberi muratori, inaugurando una lunghissima serie di pronunce ostili.

Ancor oggi, l’ostacolo non è superato. Quando, nel 1983, il nuovo Codice di Diritto Canonico omise la menzione esplicita della massoneria, intervenne tempestivamente l’allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Joseph Ratzinger, per sgombrare il campo da ogni equivoco interpretativo: l’iscrizione a una loggia restava un peccato grave, tale da inibire l’accostamento all’eucaristia. Alla radice di questo steccato non c’è solo un’atavica diffidenza verso i rituali segreti, ma una reale e insormontabile avversione epistemologica. Il metodo massonico — fondato sul relativismo filosofico e sull’uguaglianza di tutte le credenze di fronte alla ragione umana — non può per sua natura coesistere con la visione di una Chiesa che si proclama custode unica di una Verità rivelata dal divino.

Eppure, la severità dimostrata sul sagrato imperiese solleva inevitabili perplessità se analizzata attraverso la lente dell’attuale pontificato. Il magistero di Papa Francesco ha promosso instancabilmente la visione di una “Chiesa ospedale da campo”, votata a una misericordia radicale e sintetizzata nel celebre motto del tutti, tutti, tutti.

Dinanzi a questo slancio pastorale, il recupero inflessibile di una norma canonica escludente suona come una stonatura alle orecchie di molti. L’opinione pubblica civile, e parte di quella credente, fatica a metabolizzare un divieto così categorico nei confronti di un defunto, specialmente se si riavvolge il nastro della memoria verso epoche in cui le porte delle chiese non si sono serrate con altrettanta tempestività di fronte a esponenti della criminalità organizzata o a figure dal discutibile profilo morale.

Lo spiazzo davanti alla chiesa di Camporosso ha finito così per incarnare un muro invisibile, un confine teologico calato nella realtà. Da un lato, la porta chiusa ribadisce che per i vertici ecclesiali il cattolicesimo conserva un perimetro confessionale sacro, non riducibile a una semplice agenzia preposta a vidimare il commiato civile dei cittadini.

Dall’altro lato della barricata, tuttavia, resta l’immagine umana e dolente di una famiglia privata del conforto rituale. Un epilogo amaro, che costringe l’osservatore laico e religioso a domandarsi se la strenua salvaguardia dell’ortodossia valga il prezzo di sacrificare, proprio sulla soglia estrema della morte, quel sentimento di universale compassione che dovrebbe precedere, e disarmare, qualsiasi tribunale terreno.

Allargando la prospettiva, l’episodio svela un paradosso su cui la gerarchia cattolica dovrebbe forse interrogarsi. Mentre la libera muratoria — pur con le sue liturgie iniziatiche e il suo retaggio esoterico spesso guardato con sospetto — si fa storicamente portatrice di un ideale laico di fratellanza, tolleranza e filantropia, accogliendo sotto un’unica ricerca etica uomini di sensibilità e fedi differenti, la Chiesa rischia in questi frangenti di assumere le sembianze di un circolo esclusivo. Sbarrando il portone di fronte alla morte, l’istituzione ecclesiastica sembra voler difendere in modo quasi burocratico il proprio monopolio sulla salvezza, ergendo recinti normativi proprio lì dove dovrebbe manifestarsi l’accoglienza incondizionata. Il risultato di questa intransigenza si traduce in un singolare autogol simbolico: la Chiesa finisce per consegnare proprio all’istituzione massonica la patente di quell’inclusività pacifica e antidogmatica che dovrebbe invece costituire il cuore stesso del messaggio evangelico, mostrando un volto punitivo che offende la memoria del defunto e allontana irreversibilmente molti vivi.

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