Paolo Cognetti, uno scrittore tra le Alpi e l’Himalaya. Intervista all’autore di “Le otto montagne” (Premio Strega 2017).

Ospite a Praga in occasione della Fiera del Libro 2018, dove ha presentato la traduzione in lingua ceca del suo libro “Le otto montagne” (Einaudi, 2016), vincitore del Premio Strega 2017, Paolo Cognetti è stato il protagonista di una intensa tre giorni praghese dedicata alla letteratura italiana e non solo. Suoi testi sono stati letti nel corso della “Notte della Letteratura” che si è tenuta nella capitale ceca e in altre città della Repubblica Ceca il giorno 9 maggio, mentre il giorno dopo lo scrittore è stato ospite dell’Istituto Italiano di Cultura dove ha parlato del mestiere di scrivere, di montagna e molto altro, rispondendo alle domande dei numerosi lettori presenti. Tra un impegno e l’altro, e il lavoro che si è portato da casa (anche in questi giorni a Praga Cognetti ha continuato a lavorare al suo libro che presto arriverà sugli scaffali delle librerie) l’autore italiano ha trovato anche il tempo per rilasciare alcune interviste.

“Le otto montagne” è un romanzo che parla di amicizia, del tempo che per quanto relativo trascorre comunque e ci costringe a fare i conti con noi stessi, ma soprattutto parla di montagne e di una in particolare, al tempo stesso metafora e luogo concreto dove trascorre l’esistenza di due anime: una che fugge e una che resta. Due modi apparentemente diversi per cercare o dare un senso alla propria vita.

Abbiamo incontrato Cognetti per fargli qualche domanda:

 

Un romanzo per uno scrittore è sempre un punto di arrivo e al tempo stesso di partenza, forse proprio come lo è una vetta per un alpinista. Ci vuoi brevemente riassumere le tappe principali della tua produzione letteraria e creativa che ti hanno portato poi a scrivere “Le otto montagne”?

Ho sempre coltivato due filoni che nella mia testa sono paralleli. Uno è la scrittura di narrativa e l’altro è la scrittura di viaggio. Ho sempre sentito che l’una nutriva l’altra, nel senso che dal viaggio, dall’osservazione dei luoghi, poi nascono le storie. Per me la scrittura di viaggio viene prima ed è quasi una scrittura diaristica e di descrizione. Ho scritto tanti racconti e adesso mi rendo conto che è stata per me una grande scuola, nel senso che lo scrittore è in qualche modo sempre un’autodidatta e io mi sono allenato moltissimo sul racconto. Credo sia una scuola di precisione, di economia della storia, anche della lingua e del modo in cui si costruisce un testo, a differenza del romanzo che può permettersi di essere molto più disordinato ed è anche il suo bello certe volte. In questo senso, questo libro è un po’ un traguardo perché arriva il mio ottavo libro dopo quattro libri di racconti, tre libri di viaggio e riunisce un po’ tutto perché ci sono entrambe le cose dentro “le otto montagne”.

 

Nel 2017 ti sei aggiudicato quello che in Italia è il premio letterario più ambito: Il Premio Strega; un traguardo importante e sicuramente uno spartiacque nella carriera di un letterato. Lo Strega è un premio che molti scrittori criticano, ma solo dopo che vi hanno partecipato e non l’hanno vinto. Cosa vuol dire per uno scrittore, nella pratica, ottenere questo riconoscimento?

Questo premio ha dato una spinta enorme al libro in termini di visibilità e di vendite. Prima era una cosa di cui avevo solo sentito parlare, e cioè che il Premio Strega moltiplica per cinque le vendite, ed è stato così per davvero, quindi non era una leggenda. All’improvviso tutti mi conoscono, non dico quando cammino per strada, ma sicuramente quando vado in una libreria. Sono diventato uno scrittore riconosciuto e questo cambia tanto, perché iniziare a fare lo scrittore è un po’ frustrante in quanto la gente non ti crede di solito. Quando hai 25 anni e dici di voler fare lo scrittore non sei creduto e ti chiedono spesso se fai anche un altro tipo di lavoro. Arrivare ad un punto della tua vita in cui scrivere libri è il tuo lavoro ti rende orgoglioso e credo che questo sia il più grande cambiamento.

 

Quello della montagna è un tema che nel corso dei secoli ha sempre affascinato e ispirato molti scrittori. Da Petrarca a Thomas Mann, fino ad altri più vicini a noi nel tempo. Cosa possiede la montagna, secondo te, di così potente da influenzare così tanto con il suo fascino l’anima umana e, in questo caso, quella di uno scrittore?

Per questi scrittori che hai citato sicuramente ha un grande potere simbolico il salire, l’avvicinarsi al cielo, l’isolarsi. Tutti questi la montagna l’hanno raccontata come un percorso, si pensi al Paradiso di Dante dove egli che va verso la purezza, la solitudine. A me quel livello simbolico della montagna non interessa tanto, mi sembra una montagna vista da lontano ed utilizzata più come simbolo, che come luogo. Mi interessa di più lo sguardo degli scrittori montanari, quelli che in montagna ci hanno vissuto, come Dino Buzzati, come Rigoni Stern; forse nel libro ci sono entrambe perché per la famiglia di Pietro che si sposta dalla città alla montagna ha anche tutto quel valore simbolico, però l’incontro con Bruno rappresenta anche l’incontro con la montagna abitata, cioè quella montagna che non ha nessun valore simbolico, ma è un luogo dove si vive, si lavora ed è questa la parte che mi interessa molto della montagna, anche perché ci sono andato a vivere e ora la vedo più così.

 

Dalla lettura del libro emergono diversi temi cardine del racconto: sicuramente l’amicizia, ma un tema molto importante è anche quello del trascorrere del tempo; un tempo però che scorre diversamente per chi è a “Valle”, nella città, rispetto a chi, invece, è più in contatto con il ritmo scandito dai cicli dell’ambiente montano. Nel libro si avverte quasi una preoccupazione filosofica per quanto riguarda, appunto, il tempo. Ci vuoi parlare di questo aspetto nella tua opera e, magari, anche nella tua vita?

Sono felice che tu mi abbia fatto questa domanda perché è un tema molto importante. Il tempo della montagna è molto più lento del nostro, è una cosa che scopri tornando sugli stessi sentieri 10-20 anni dopo e ti sembra che lì non è cambiato quasi nulla. Eppure tu sei cambiato moltissimo. Mi capita di tornare in alcuni posti in montagna che mi ricordo da bambino e trovare lo stesso albero, lo stesso sasso… È una dimensione di cui noi in città non ce ne rendiamo più conto, perché invece la nostra vita è veloce e fugace rispetto ai tempi della terra. Questo la montagna te lo ricorda. Si crea questo strano effetto in cui la tua vita in città prosegue, invecchi e tutto quanto, ma esiste un luogo dove puoi tornare alla solitudine, in cui tutto rimane nello stesso modo.

 

L’olfatto, più che la vista, sembra essere il senso predominante nel libro “Le otto montagne”. Non a caso è uno dei sensi più atavici e necessari alla sopravvivenza basilare dell’essere umano. È un caso che nel libro questo senso sia così presente, oppure hai voluto appositamente concentrarti su di esso per offrire una chiave di lettura?

No credo sia un caso. Io sono stato un ragazzino cresciuto in appartamento, quindi per me le montagne erano veramente qualcosa che potevo vedere solo in un libro o dentro la televisione. La scoperta che quei luoghi erano reali, che potevo anche toccare ha a che fare con quello che dici tu. La vista della montagna l’avevo già, però non avevo l’olfatto, per esempio, e quindi quando di una cosa senti l’odore vuol dire che ci sei e non è più solo una rappresentazione.

 

Questa storia, come molto spesso accade, è un misto di autobiografia e invenzione. So che il tuo rapporto con la montagna è un rapporto molto intimo. Cosa ti ha insegnato questo luogo?

La montagna è una scuola di solitudine, perché non siamo più abituati a stare da soli. La solitudine della città è una solitudine diversa, e credo che la solitudine faccia paura a tutti appena ci entri, mette un po’ di angoscia e voglia di scappare via. È proprio lì che la montagna ti educa a stare da solo, ed è anche un modo per diventare più forti. L’andare in montagna, camminare sui sentieri ti insegna un grande senso di responsabilità su di te, su quello che puoi fare, su quello che invece non puoi fare, qual è il momento in cui arrendersi e tornare indietro, interrompere un’escursione… È una grande scuola di filosofia, se la filosofia è conoscere sé stessi.

 

“Le otto montagne”, oltre allo Strega, ha vinto numerosi e importanti premi internazionali. In Francia il “Médicis“ (sezione stranieri), in Inghilterra “l’English Pen Translates Award“. Il libro è stato venduto in circa 40 Paesi e ha ottenuto ottime recensioni oltre a un invidiabile successo di pubblico. Quale è, secondo te, la caratteristica principale di questo libro che ne ha decretato il successo a livello internazionale?

Non è facile per me capirlo, forse ci vorrebbe qualcun altro a spiegarlo perché io ci sono troppo dentro. Sicuramente la potenza di un luogo e il suo essere in parte inedito. Le alpi stanno lì in Europa e sono state davvero poco raccontate rispetto a tanti altri luoghi, le nostre città, i nostri paesi e quindi forse era un luogo dimenticato che ha incontrato l’interesse dei lettori e degli editori in giro per il mondo. Poi la prima cosa che mi è stata detta è che la storia assomiglia a un classico, e io credo che ciò significa che entra in contatto con qualche nostro mito, archetipo, come questa cosa dei due amici che crescono lontani, ma che ogni tanto si avvicinano, si rincontrano. Di due destini: di quello che sta fermo in un luogo e l’altro che vagabonda. C’è qualcosa di molto antico in tutto questo. Parlandone ti vengono in mente alcuni grandi libri e secondo me siamo un po’ dalle parti del mito e quindi anche qualcosa di comprensibile a tutte le culture.

 

Leggendo il libro a volte viene da pensare che queste due persone possano in realtà essere una persona sola, e che lo scrittore si identifichi con entrambe, rappresentanti due aspetti diversi di se stesso.

Sì, per certi versi può essere così, anche perché loro due si assomigliano molto, sembrerebbe che abbiano avuto solo il destino di nascere in due famiglie diverse, in due luoghi opposti, per cui potrebbero anche essere le due possibili vite di una sola persona.

 

Tu sei uno scrittore di racconti, prima che di romanzi, e anche un teorico del racconto. Quali sono i pregi, oggi, di questa forma narrativa in un mondo che preferisce sempre di più le “forme brevi”? Ritieni il racconto un modo più diretto per parlare a un pubblico di lettori?

Il pregio del racconto è una grandissima libertà espressiva, esso è una forma che si presta a sperimentare e questo mi è sempre piaciuto moltissimo. Un romanzo, a meno che tu non sia un genio, ti costringe ad entrare in certi schemi tradizionali, infatti c’è una struttura, una trama… Invece nel racconto in una, due pagine, puoi veramente fare qualsiasi cosa, far parlare un cane, un comodino, usare determinati tempi verbali… Mi piacciono molto gli scrittori di racconti che l’hanno usati in questo modo, sperimentando. Vedo il racconto come una forma più aperta, mentre il romanzo ha necessità di chiudere le questioni che apre. Le apre all’inizio, le svolge e poi arriva a qualche forma di chiusura. Il racconto è per sua natura una forma incompleta che spesso finisce con una domanda, con un’apertura. Gli scrittori di racconti che piacciono a me concludono quasi sempre con questo senso di affacciarsi su un futuro, su un qualcosa che sta per succedere, ma il racconto finisce lì. Sembra quasi che il racconto sia un frammento di una storia più grande. Tutto questo mi piace, ma rende più difficile la lettura, invece il romanzo ha di molto bello, per un lettore, questo senso di immedesimazione; un luogo dove puoi immergerti.

 

Oggi, almeno da noi, in un mondo che ha ormai quasi del tutto perso il contatto con la vita rurale, con i ritmi della natura, quali sono i rischi che secondo te la nostra società corre nell’allontanarsi sempre di più da quella dimensione atavica che è l’elemento “natura” con le sue regole?

Non so se questo sia un rischio per la società, in quanto mi sembra sì che si vada sempre di più verso una società urbana, ma questo significa anche che ci sono sempre più boschi. Per esempio in Italia negli ultimi cinquanta anni i boschi sono aumentati molto, da 8 a 12 milioni di ettari, proprio perché le nostre città crescono e lo spazio fuori dalle città viene lasciato al bosco. Questo potrebbe anche essere positivo per la società, ma secondo me negativo per l’individuo. Nel senso che è l’individuo, l’essere umano, che non ha più il suo rapporto privato con il mondo naturale, e questo mi sembra gravissimo per tanti motivi. Emerson, che era il maestro di Thoreau, e lo scrittore di quel saggio sulla natura che ha ispirato tante altre cose, dava alla natura quattro funzioni principali: una funzione pratica, cioè tutti quei modi in cui possiamo usare la natura nella nostra vita; una funzione estetica e cioè l’esperienza della bellezza – e questa io la capisco benissimo ad esempio venendo qui a Praga, vedendo la bellezza delle architetture che è molto diversa dall’esperienza della bellezza che hai dentro un bosco o un torrente-; la funzione logico-linguistica che fa sì che la natura ci dia delle categorie per pensare. Tutte le nostre categorie filosofiche, psicanalitiche se ci pensi vengono dal mondo naturale: che cos’è un alba, un tramonto, le stagioni; cos’è il crescere di un albero, cos’è lo scorrere di un torrente? Noi usiamo tutte queste metafore per capire chi siamo e cosa proviamo, ma se non sappiamo davvero che cos’è un torrente o un albero… E infine la natura ha una funzione spirituale che secondo me è difficile da definire, ma è diversa la spiritualità esercitata dentro una chiesa e quella esercitata in montagna dentro un bosco, perché lì vedi veramente che c’è qualcosa di vero nella tua spiritualità, nel sentire che la terra ha un’anima, che la vita è qualcosa di più grande della tua.

 

Il tema antico e affascinante della natura madre e matrigna al tempo stesso, tipico della grande letteratura di ogni tempo, ritorna reinterpretato in questo tuo libro anche in chiave moderna. Come interpreti questo rapporto di conflittualità tra uomo e natura oggi?

Sicuramente noi siamo il suo più grande nemico, quindi più che la natura matrigna mi sa che è l’uomo che è diventato patrigno. C’era un verso di Caproni che avevano dato come tema alla maturità in Italia l’anno scorso che diceva “Immagina come potrebbe essere bella senza l’uomo la terra” ed io ogni tanto ci penso. Se la razza umana riuscisse nel suo intento di auto-sterminarsi, come ogni tanto pare, credo che per la terra sarebbe davvero una festa, tornerebbe ad essere un bosco fiorito insomma. Invertirei anche in senso ironico il significato della tua domanda.

 

Oggi come oggi, quello dello scrittore, secondo te, è un mestiere volto al puro intrattenimento, oppure ritieni che possa avere un ruolo nella società e che questi possa essere –volendo citare una parola che oggi si usa molto- un “influencer” in quanto a questioni di etica e vivere civile?

 Credo che sull’intrattenimento ci stiano sorpassando clamorosamente altri mezzi. Ce ne rendiamo conto andando in giro, sul treno non legge più nessuno per passare il tempo. Si legge sempre di meno, per cui credo che la letteratura avrà sempre di più un senso etico, politico, filosofico… perché lì resta qualcosa di valore. La letteratura per intrattenere, forse potrà essere sostituita completamente dalle serie televisive.

 

Quale è il migliore dei mondi possibili secondo Paolo Cognetti?

In questo periodo penso alla parola “armonia” che mi sembra molto lontana dal pensiero occidentale, nel senso che abbiamo un pensiero sempre più competitivo, conflittuale; tutto nella nostra organizzazione, nel nostro discutere, nel nostro far politica è fondato sul conflitto, sulla competizione e sul primeggiare. Più nessuno pensa invece che sarebbe una buona idea cercare l’armonia nella propria vita e con gli altri, ma anche nella discussione. Per questo negli ultimi anni sono molto attratto dall’Oriente. Io ho avuto un grande amore per l’America, ma negli ultimi anni mi si è un po’ girata la bussola, come se il polo magnetico dall’Ovest si fosse spostato ad Est proprio perché sento là un culto della pace e dell’armonia che mi manca in Occidente.

 

Monica Falaschi; Mauro Ruggiero

Istituto Italiano di Cultura di Praga