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“L’ospite inquietante”. Intervista al filosofo e saggista italiano Umberto Galimberti.

Autore di 25 saggi di filosofia e psicologia, il filosofo Umberto Galimberti è uno dei più brillanti e influenti pensatori italiani viventi. Le sue riflessioni sulla crisi della società contemporanea, sulla religione, sulla tecnica e sull’uomo in rapporto al suo tempo sono contenute in libri che hanno riscosso un grande successo di vendita e sono stati tradotti in varie lingue. In visita nella Repubblica Ceca per la presentazione della traduzione in ceco del suo libro: L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani (Feltrinelli 2007), tradotto dalla giovane Zdenka Sokolíčková, il prof. Galimberti ha tenuto una conferenza presso l’Università di Hradec Králové e, successivamente, ha presentato il suo libro a Praga nella storica Cappella Barocca dell’Istituto Italiano di Cultura. Noi di Café Boheme lo abbiamo incontrato per fargli qualche domanda.

 Gali2CB.  Professor Galimberti, nel suo libro “L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani”,  lei sostiene che nella società odierna i giovani vivano una condizione di “eterno presente”, di “mancanza di scopo” che impedisce loro di progettare il futuro. Inoltre fa riferimento all’individualismo esasperato che, insieme al nichilismo, caratterizza la loro condizione. Culturalmente e storicamente dove bisogna cercare le cause di questa situazione?

 Siamo entrati nell’età che, 140 anni fa, Nietzsche aveva giustamente definito nichilismo, utilizzando queste tre bellissime affermazioni: “Manca lo scopo”, “Manca la risposta al perché”, “Tutti i valori si svalutano”. Che i valori si svalutano non è molto interessante perché la storia va avanti per trasmutazione di valori. I valori sono dei coefficienti sociali con cui una società cerca di stare insieme con la migliore conflittualità possibile. Il Nichilismo è quando crolla un sistema di valori e non ne nasce un altro. Questa è la prima considerazione da tener presente. La seconda: “Manca lo scopo” perché il futuro ai giovani di oggi si presenta tranquillamente non come una promessa ma come una minaccia e, se non proprio come una minaccia, quanto meno come imprevedibile. E quando il futuro non è prevedibile, retroagisce come demotivazione: perché devo lavorare? Perché devo studiare se poi, dopo, davanti a me non c’è nulla? E infine: “Manca la risposta al perché” e quando uno si trova senza orizzonte, senza futuro, si domanda perché sta al mondo. Non ci dimentichiamo che i suicidi giovanili sono molto numerosi, molto frequenti, anche perché i giovani non conoscono bene cosa sono i sentimenti negativi, non conoscono i percorsi dei loro sentimenti e quindi, di fronte al disagio che non sanno nominare, fanno anche il gesto estremo.

 

CB. Quando si parla di condizione giovanile non si può fare a meno di tirare in ballo il sistema scolastico e lei, nel suo libro, ne parla molto, individuandone i limiti strutturali e l’incapacità di contribuire ad una “educazione emozionale” degli individui. Quali sono, a grandi linee, le caratteristiche che, secondo lei, dovrebbe avere la scuola ideale?

 Dunque: se teniamo distinta l’istruzione, che è una trasmissione di contenuti intellettuali da mente a mente, dall’educazione, che invece è un’educazione dei sentimenti, allora per educare ai sentimenti bisogna che le classi non superino le 12-15 persone, in modo da seguire ciascuno nel suo biografico e nella sua oscillazione adolescenziale, dal momento che l’adolescenza è un periodo terribile; inutile fare discorsi. Freud diceva addirittura che “La scuola deve fare qualcosa di più che spingere i giovani al suicidio”, lo diceva nel 1909. Deve essere un gioco di vita, più che una prova di vita. Ma soprattutto ci dovrebbero essere dei professori che siano in grado di catturare gli studenti là dove gli studenti sono, e nell’adolescenza gli studenti abitano un orizzonte, tutto sommato, erotico; esplode la sessualità e devono prenderli lì dove sono. Allora ci vuole del carisma nei professori: carisma, capacità di comunicazione, coinvolgimento… Senza diventare amici, perché i giovani desiderano l’autorità. Ma creando le condizioni di un aggancio emotivo perché, come dice Platone: “S’impara per via erotica”. Anche noi abbiamo studiato le materie dei professori che ci piacevano con molto più interesse di quelli che non ci piacevano. Per questo sarebbe necessario sottoporre i professori a un test di personalità, dal mio punto di vista. So che loro si arrabbiano molto quando io dico queste cose, ma è necessario perché non basta che conoscano la loro materia: è necessario che abbiano le qualità per riuscire a comunicare. Le qualità sono capacità di comunicazione e fascinazione. Allora bisogna sottoporre i professori a un test di personalità. Lo si fa da tutte le parti, anche per assumere un correttore di bozze gli si fa un colloquio che in realtà è un test di personalità per vedere se è un ossessivo grave, perché se non lo è, non può fare il correttore di bozze. E così da ogni parte, non capisco perché i professori debbano essere automaticamente abilitati ad annoiare gli studenti per quarant’anni. Questo è un vero delitto.

 

CB. Passando dalla scuola alla famiglia. La distanza generazionale che separa i padri dai figli è daGali5 sempre al centro di dibattito, ed è motivo di frizione tra le generazioni che hanno riferimenti culturali e codici comportamentali diversi. Possiamo dire però che negli ultimi decenni questa distanza si è, di fatto, allargata, soprattutto negli ultimi anni in cui appare quasi incolmabile. Dove va ricercata la causa di questa interruzione della comunicazione e quindi della possibilità di comprensione tra una generazione e l’altra?

 Perché nelle generazioni precedenti, siccome eravamo poveri, gli insegnamenti che si ricevevano in famiglia erano più o meno quelli indicati dalla società. Oggi, invece, che siamo diventati una società abbastanza ricca – è inutile che lo neghiamo- la società mette in circolazione degli allettamenti  radicalmente diversi dagli insegnamenti dei genitori che, di solito, sono degli insegnamenti come: impegno, applicazione, rigore, serietà… Almeno teoricamente. La società, invece, gli dice: discoteca, alcol, magari anche droga, divertimento ecc. Questa divaricazione è tipica di tutte le società opulente. Ero, per esempio, nel Nord-est a fare una conferenza alla Confcommercio e lì ho saputo che il 30% delle industrie create negli anni 80 sono chiuse perché i figli, invece di mandare avanti il lavoro dei padri, vanno in porsche. Allora se la società divarica dalla famiglia, automaticamente ti trovi in una distanza di comunicazione assoluta.

 

 CB. Se si guarda storicamente abbondano sempre, in ogni epoca, testimonianze di intellettuali e pensatori che interpretano la loro come un’epoca di profonda crisi. In cosa la crisi di valori della società contemporanea sarebbe diversa da quelle del passato?

 Dal mio punto di vista è irreversibile. Tutti quelli che parlano di crescita stanno ingannando il prossimo, per la semplice ragione che noi occidentali – per occidentali penso a noi e all’America del Nord- siamo ottocento milioni di abitanti contro i sette miliardi di popolazione mondiale, e noi per tenere questo modello di vita abbiamo bisogno dell’80% delle risorse della Terra. È sufficiente che i cinesi e gli indiani mangino una ciotola di riso in più, e noi dovremmo inevitabilmente decrescere. Il che, forse, non è neanche un male nel senso che: quanti bisogni veri abbiamo rispetto ai bisogni indotti, ai bisogni allucinatori, ai bisogni pubblicitari?  E magari, riducendo questa falsa opulenza, si può iniziare anche un percorso di solidarietà che i nostri nonni conoscevano e che noi oggi non conosciamo più. Però io sono molto persuaso che questa crisi sia sostanzialmente irreversibile, anche per l’abbassamento del livello culturale. Oggi i giovani hanno un linguaggio miserabile.  Nel 1976 Tullio De Mauro aveva fatto un sondaggio e un quindicenne conosceva 1500 parole; un quindicenne che andava a scuola. 20 anni dopo ne conosceva 650. Oggi penso che ne conoscano ancora meno; e siccome noi non possiamo pensare al di là delle parole che possediamo, meno parole hai, meno pensieri formuli. Questa è la situazione.

 

IMG_0064CB. Nel suo libro lei dice che la società di oggi non riesce a capitalizzare l’energia dei giovani e questo lo si può chiaramente vedere anche nell’assenza di questi ultimi dalla politica. E proprio a  proposito della politica, lei ha scritto che “La democrazia non può sussistere nell’età della tecnologia”, pensiero, questo, in contraddizione con quanto invece affermato da nuovi movimenti politici, come quello di Grillo in Italia, che ritengono la tecnologia applicata alla comunicazione la condicio sine qua non necessaria alla piena partecipazione del cittadino alla gestione della cosa pubblica. Perché, invece, secondo lei la tecnologia allontanerebbe la partecipazione del cittadino alla vita politica dello stato?

 È molto semplice. Secondo me la democrazia, tra le varie cose, è un’idea regolativa, cioè è un fine che dobbiamo realizzare, perché non si è mai realizzata. L’ha inventata Platone, ma poi ha detto che ad Atene era meglio fare l’aristocrazia perché la gente era troppo ignorante. Profezia enorme, non le sembra? Quando il popolo è ignorante la democrazia è impraticabile, perché gli piace il capo. “L’umanità gregge – come diceva Nietzsche- ama l’animale capo”, e così abbiamo visto anche noi in Italia per due volte in un secolo. Ma detto ciò, quando si è veramente realizzata la democrazia? Nell’Impero Romano no; durante il medioevo neanche; Rinascimento, signoria, principati non ne parliamo; con l’assolutismo ancora meno; nel Novecento abbiamo avuto due dittature… Quando c’è stata la democrazia? Ma il problema è ancor più strutturale perché la politica, che Platone pensava fosse la “tecnica regia” nel senso che diceva: ”Le tecniche sanno come si fanno le cose, la politica decide se e perché si devono fare”, oggi la politica non è più il luogo della decisione perché la politica per decidere guarda all’economia e l’economia per decidere i suoi investimenti guarda alle risorse tecnologiche. Per cui la decisione si è spostata dalla politica all’economia e dall’economia alla tecnica. E allora succede che per partecipare al mondo tecnico devi avere delle competenze, ma la tecnica poi ha fatto fuori tutte le ipotesi rivoluzionarie: gli scioperi non sono neanche più necessari, gli scioperi in piazza sono ormai luoghi di solidarietà, e va benissimo, però la tecnica ti consente questo: che dieci persone possono interrompere la navigazione aerea: 10 controllori di volo che decidono di scioperare, quello che gli americani chiamano no making power, il potere di non fare… Allora la tecnica rivoluziona anche le modalità con cui una popolazione può ribellarsi; ogni ribellione è guardata con uno sguardo di sufficienza dal mondo tecnico-economico.

CBIn “Psiche e Techne. L’uomo nell’età della tecnica (1999)” si parla di una “trasformazione antropologica condotta dai mass media”. Dal 1999 ad oggi la tecnologia applicata alla comunicazione ha rivoluzionato completamente il mondo delle relazioni sociali. Come giudica il fenomeno attualissimo e sempre in crescita dei social network come, ad esempio, Twitter o Facebook?

 Prima dei social network, io guardo l’informatica come un grosso rischio. Va benissimo che c’è, non ne possiamo fare a meno, sono contento che i miei nipotini dai cinque anni siano in grado già di lavorare con il computer perché quello sarà il loro mondo, ma è un disastro, per queste ragioni: perché destruttura categorie antropologiche nate dall’origine del mondo. Per esempio, la nozione di tempo. Oggi tu ricevi un’ email e se non rispondi immediatamente il giorno dopo ti telefonano dicendoti: “Ma io ti ho mandato una email…” quindi il tempo è eliminato. Ma eliminare il tempo vuol dire anche eliminare la riflessione, eliminare il pensiero. Eliminato lo spazio: tu puoi avere amici in Australia, in Sud America… però non c’è più il corpo, e quindi il linguaggio è fatto da un lato di false identità, dall’altro di comunicazioni verbali e non corporee, e il corpo ha una segnaletica a cui neanche le parole riescono ad arrivare: nella qualità dello sguardo, nelle smorfie, nel gesto… Non ci dimentichiamo che il gesto è una prerogativa degli uomini, gli animali non hanno gesti, hanno movimenti. E poi la cosa più pericolosa che vedo, e qui torniamo di nuovo al fenomeno della democrazia, è che il computer lavora solo allenando una intelligenza convergente. Chiamiamo convergente l’intelligenza che trova la soluzione dei problemi a partire dal modo  con cui il problema è stato impostato, nel caso dell’informatica, il programma. La storia è andata avanti sempre con intelligenze divergenti che non trovano la soluzione del problema a partire da come il problema è stato impostato, ma la trovano ribaltando l’impostazione del problema. Ad esempio Copernico quando dice: “Vediamo quante cose riusciamo a spiegare ipotizzando che non sia la Terra, ma il Sole al centro dell’universo”. Ribalti il problema! Questo l’informatica non te lo consente: non puoi ribaltare il programma, devi trovare la soluzione all’interno del programma stesso. L’intelligenza convergente crea una popolazione conformista in cui è già prevista la qualità della risposta e, stante l’afasia culturale sempre più galoppante, avremo gente che sa dire “sì, no” e, al massimo “non so”. I sondaggi mi paiono lo specchio del pensiero dominante.

 

IMG_0061CB. La quantità delle informazioni che quotidianamente ci si scambia è sicuramente aumentata, ma spesso a questo aumento quantitativo fa da contraltare un impoverimento qualitativo. Ci sono argomenti nella società contemporanea che sono diventati dei veri e propri tabù, come ad esempio il dolore e la morte, che la società tende a marginalizzare o addirittura a nascondere. Una civiltà che rifiuta il confronto e l’elaborazione di questi due fattori essenziali dell’esistenza, come lo sono il dolore e la morte, a cosa va incontro, secondo lei?

 Va incontro al fatto che non siamo più all’altezza dell’umano, perché quando uno si ammala lo si porta in posti specializzati, che sono gli ospedali, e lo si da in gestione ai medici. Va benissimo, i medici sono anche competenti e quindi qualcosa riescono anche a guarire. Il problema grave è che noi non abbiamo più delle categorie antropologiche per parlare con chi sta male, per elaborare la morte… Teniamo conto che noi veniamo da secoli in cui i padri vedevano morire i figli, i figli vedevano morire i padri, c’erano le pestilenze, ad ogni generazione c’era una guerra, quindi c’era un’ “attrezzatura psichica” per il dolore. Oggi questa “attrezzatura” non ce l’abbiamo più. Non so se lei è mai andato in qualche ospedale oncologico a vedere che cosa dicono i parenti del poveretto. Dicono: “Dai! Dai che ce la fai!”, come se si trattasse di una partita di calcio. Ma stiamo scherzando? Non siamo più in grado di parlare con chi soffre. La morte, poi, è esorcizzata, perché una volta, quando c’era la fede, uno almeno pensava di essere remunerato nell’ aldilà, mentre adesso il collasso della religione fa sì che,  quando si muore, si sa che uno è morto e finisce tutto. Ma anche lì non c’è più rito, non c’è più coro, non so se lei ha visto i riti funerari come sono fatti oggi, sono funzioni burocratiche anche quelle. Ma  il dolore non lo puoi vivere da solo, devi avere una comunità intorno a te. La prima cosa che fa un uomo quando ha un dolore è andare a raccontarlo a un altro. Oggi per fare questa operazione devi avere dei soldi e vai a cercare una parola tecnica che è quella dello psicanalista. Siamo alla perversione.

 

CB. Nella lettera aperta che all’epoca lei indirizzò ai giovani che avevano lanciato i sassi dal cavalcavia uccidendo una donna in macchina, a pagina 113 scrive: “Se non potete restituire la vita che avete ucciso, restituiteci almeno uno straccio di motivazione che spieghi non il vostro gesto, che ragione non ha, ma il tipo di uomo che voi siete e che forse è già una popolazione con cui stiamo convivendo a nostra insaputa…”  Leggendo questo passo non si può fare a meno di pensare a  Pasolini che, negli anni ’70, parlava di “mutazione antropologica” riferendosi ad una nuova cultura degli italiani caratterizzata da codici precedentemente inesistenti. Secondo lei oggi stiamo nuovamente assistendo a una mutazione antropologica delle nuove generazioni, questa volta connessa all’assenza totale di valori?

 Non avrei difficoltà a dire che è proprio così. Sì, ma non tanto perché sono collassati i valori, quanto perché ci troviamo di fronte a dei giovani psico-apatici, la cui psiche non registra la differenza tra il bene e il male, tra ciò che è grave e ciò che non è grave. Io quando ho intervistato quei ragazzi in carcere, la risposta alla domanda “Perché lo hai fatto?” era: “Boh!” Non lo sapevano neppure loro, non c’era una motivazione. Che cos’è lo psico-apatico? Kant diceva che noi possiamo anche non definire la differenza tra il bene e il male, perché ciascuno la sente naturalmente da sé. Oggi non è più vero, sono assolutamente certo che molti ragazzi non vedono nessuna differenza tra corteggiare una ragazza o stuprarla, tra prendere a calci un professore o limitarsi ad insultarlo e cose di questo genere. La psicoapatia è la mancata risonanza emotiva dalla gravità dei miei gesti. Un esempio semplice: quando Erica e Omar hanno ucciso la madre e il fratellino una quindicina di anni fa, secondo quanto dicono le carte del tribunale: “Sono andati come ogni giorno – ecco qui il momento psico-apatico- a bere la solita birra nel bar”. Loro, cioè, hanno ripetuto il loro rito normale di andare a bere una birra al bar, come ogni giorno, come se quel giorno non fosse un giorno diverso dagli altri. Quindi la loro psiche non ha registrato la differenza. Questa è la cosa terribile. Se la tua psiche non registra la differenza, aspetti anche la fine del mondo, perché un minimo di differenza tra sapere cosa vuol dire uccidere o non uccidere è importante. Ora non dico che tutti i giovani sono a questo livello, però una tendenza psico-apatica io la vedo molto diffusa, anche nella modalità con cui i figli dodicenni, tredicenni rispondono ai loro genitori. Le baby squillo che non capiscono che dimensione tragica è prostituirsi a tredici anni… questa è psico-apatia. Una categoria che la psichiatria non contempla più. È un termine ottocentesco che io invece vorrei ribadire  e restituire, ovvero che la psiche è apatica perché non registra la differenza tra il bene e il male.

 

CB. Professore, quello che dice mi fa pensare a un pensatore russo, un filosofo non molto conosciuto che si chiama Pëtr Demianovič Ouspensky che in un suo libro dal titolo “Un nuovo modello dell’universo”, del 1931, dice che la nostra civiltà va sempre di più verso un comportamento di tipo meccanicistico; una  meccanicità dei gesti, del pensiero… e dice addirittura che il rischio è quello che questa civiltà, sempre più meccanicistica, diventi simile al tipo di organizzazione che hanno le formiche, le termiti, dove non c’è una coscienza di sé, ma solo un compito da svolgere, e quindi il trionfo della meccanicità. Lei è d’accordo con questo?

 Sì, è anche quello che diceva, a proposito, Günther Anders che era il marito di Hannah Arendt. Io considero Anders molto più intelligente di lei, perché lui gli diceva le cose e poi lei scriveva i libri. Ma al di fuori di questa notazione, lui, da ebreo che se ne era andato in America per evitare le persecuzioni, diceva, per esempio, che “Il nazismo è stato un teatrino di provincia rispetto all’età della tecnica”, e perché diceva questo? Perché, per esempio, il direttore del campo di Treblinka, Franz Stangl, intervistato 170 volte da Gitta Sereny, una giornalista ungherese che gli chiedeva che cosa avesse provato nel fare quelle cose lì, non rispondeva, ma non perché si vergognava: piuttosto perché non capiva la domanda, e alla fine si arrabbia  e dice: “Ma cosa mi sta chiedendo? Cosa provavo… Il mio compito non era di provare, il mio compito era che alle 11 dovevano essere soppresse 3000 persone perché alle 5 arrivava un altro carico e altre 3000 persone dovevano essere soppresse; io eseguivo perfettamente questo lavoro e quindi ero un buon lavoratore”. Attenzione, questa situazione è uguale oggi a tutti i livelli. Günther Anders un giorno ha chiesto al pilota che ha sganciato la bomba su Hiroshima: “Cosa hai provato nello schiacciare quel bottone?”. Nothing, that was my job … “Questo era il mio lavoro”, quindi facciamo attenzione alla parola “lavoro”. Oggi tu sei bravo se il lavoro lo esegui bene, il contenuto del lavoro non ti riguarda, magari non sai neanche quale è la finalità del tuo lavoro, e se la sapessi in ogni caso non è di tua competenza. In questo senso io vedo che questa operazione meccanicistica, intesa come perfetta esecuzione del tuo lavoro… del resto quali sono i valori della tecnica? Efficienza, produttività… La responsabilità non è tua perché tu sei in un piccolo settore e devi fare bene quel piccolo compito che ti è stato assegnato, le tue mansioni. Quando tu, ad esempio, vai all’ufficio postale – mi riferisco all’Italia perché conosco quel paese- e devi risolvere un problema con la pensione, e l’impiegato ti risponde: “Non è di mia competenza”, quello è Franz Stangl: lui non è responsabile. Si è responsabili solamente di fronte ai superiori, non sei responsabile di fronte a chi ti sta davanti allo sportello.

CB. Lei ha detto che a suo modo di vedere questa crisi è irreversibile. C’è secondo lei una possibilità che le cose cambino in meglio?

 L’unica possibilità è la cultura perché la cultura è tendenzialmente rivoluzionaria, più idee hai in testa e meno ti accontenti della vita come si conforma e come te la richiedono in maniera conformistica e omologata, e allora per questo la grande operazione sono le scuole. Bisogna istruire la gente. Oggi la gente non è istruita, c’è gente che si laurea con quintali di errori di ortografia nelle tesi di laurea; non si può! E allora bisogna diffondere la cultura il più possibile perché solo un paese colto eviterà gli ultrà, eviterà i bulli, eviterà in criminali, eviterà che i mariti ammazzino le mogli a coltellate… No. Ci vuole cultura.

 

CB. Cosa augura ai suoi nipoti?

 Ho paura, non vedo per loro una gran cosa, ho davvero paura. Non vedo futuro per loro, non vedo una società… Sotto questo profilo noi eravamo fortunati perché venivamo da una società molto ripetitiva; i figli sapevano cosa volevano i padri e i padri cosa volevano i figli… Io non sono in grado di vedere più niente, e allora lavoro, metto via dei soldi così almeno avranno una casa.

Gali6

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