“Legal-mente”. La parola all’avvocato. (n.2). Così lontani, così vicini: diritto ceco ed italiano.

Un celebre professore universitario di diritto scrisse che “è misterioso e colpisce”, nel paragonare due diritti, come questi siano al contempo diversi e simili.

Con l’entrata in vigore del nuovo codice civile ceco nel 2014, il diritto italiano e quello ceco si sono riavvicinati sotto tanti aspetti. Ma le differenze persistono, soprattutto nell’interpretazione ed applicazione delle regole che, in principio, sono tutto sommato figlie della stessa tradizione teorica – cioè quella dei Pandettisti germanici, appassionati esploratori delle macerie del diritto romano. Fra quelle rovine, nell’Ottocento, concepirono un sistema di concetti e regole astratte che oggi è il cuore pulsante di tanti sistemi giuridici di ‘civil law’ – dalla Germania al Giappone, passando per la Grecia.

Una somiglianza-differenza è la disciplina degli interessi, istituto concettualmente uguale in Italia e in Repubblica Ceca. In un Paese cresciuto all’ombra dell’imperativo assoluto, dove la parola “danno” vuol dire anche “peccato”, calcolare con precisione l’interesse che il debitore deve pagare è una missione morale, prima che giuridica. Se la società kantiana non può sciogliersi prima di impiccare l’ultimo assassino, allora il processo ceco non può concludersi prima di aver contato fino all’ultima corona.  Dunque il giudice praghese, prima di proclamare la sentenza, afferra la calcolatrice e sviluppa rigorosamente il calcolo: interessi? A quale saggio e da che data a che data? Che manco una corona manchi all’appello. Il giudice italiano, l’interesse, lo considera un problema secondario, e si limita a scrivere in sentenza “condannato a pagare la somma X più accessori come per legge”. Il calcolo aritmetico, se lo facciano le parti in disputa.

Vi è poi la ‘splatnost’, cioé la ‘scadenza’ dell’obbligazione. Per il giurista boemo, un debito senza scadenza non è un vero debito; non riesce neanche ad immaginarlo. Nel suo paradiso giuridico, ogni clausola contrattuale, nessuna esclusa, dovrebbe stabilire un obbligo ed una scadenza temporale, accompagnato dalla immancabile formula “al più tardi entro” (nejpozdějí do); altrimenti, come faccio a sapere – pensa lui – se il debitore è adempiente o no? Orrore dell’incertezza. Per l’avvocato francese o italiano, il termine per adempiere a volte c’è, a volte non c’è; gli pare un dettaglio, il problema non lo assilla – al momento giusto, potrà sempre mettere in mora il debitore. Il debito intanto esiste; quando va pagato, è da vedersi. L’incertezza può servire più avanti, si può giocare come carta in processo.

Per finire la piccola rassegna, le cessioni di beni immobili. Qui le due leggi sono diverse nei principî, ma simili nella prassi. In Italia, si diventa proprietari all’atto della firma; nella Repubblica Ceca, dopo che l’atto è stato iscritto nel Catasto. In Italia, ci vuole il notaio; in Repubblica Ceca, basta l’avvocato. Tuttavia, anche in Italia occorre trascrivere l’atto presso un pubblico registro (la c.d. Conservatoria) e, se non lo fa subito, rischia di essere battuto sul tempo da un altro acquirente che ha comprato lo stesso bene dal venditore truffaldino, magari attraverso un notaio disonesto. Chi trascrive per primo, insomma, vince. Spiegate questa regola ad un avvocato ceco, tedesco o austriaco, e vedrete formarsi un ghigno leggermente sarcastico – che frettolosi e disordinati, questi europei meridionali! Eppure, il sistema ceco esiste anche in alcune zone d’Italia, guarda caso ex province dell’Impero Austriaco: Trento, Bolzano, Trieste e Gorizia – territori acquisiti dopo la Grande Guerra, ma rimasti “isole giuridiche” germaniche nel mare del ‘diritto latino’.

Lontani e vicini, dunque, i due diritti – figli di principî simili, ma culture diverse.

Massimiliano Pastore
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