
Secondo il Financial Times, in un pezzo del 17 febbraio intitolato “Come le università cinesi sono entrate nell’élite globale”, la trasformazione del sistema accademico della Cina viene presentata come un pilastro essenziale del nuovo potere del paese sul piano tecnologico e geopolitico. Per rendere concreto questo cambiamento, il giornale apre con la scena di un giovane ingegnere agrario nel Pakistan rurale che usa un’ app in urdu, con voce generata da intelligenza artificiale, per decidere come irrigare e fertilizzare i campi grazie a dati satellitari: un prodotto nato non in Occidente, ma da una collaborazione tra un’università locale e un istituto di ricerca cinese. È il segno di come l’università cinese stia diventando un veicolo diretto di influenza, trasferimento di know‑how e esportazione di tecnologie in paesi partner.
L’articolo ricostruisce il percorso che ha portato, in una trentina d’anni, le università della Repubblica Popolare dal margine al centro della scena globale. All’inizio degli anni Duemila gli atenei cinesi erano quasi assenti nelle classifiche internazionali più prestigiose; nel 2010 solo una università della Cina continentale compariva nella top 50 del ranking QS. Oggi, sottolinea il FT, gli istituti cinesi presenti in quella fascia sono diversi, in posizioni sempre più alte. Questo balzo, insistono gli esperti intervistati, non è un semplice effetto statistico: è il risultato di un progetto politico di lungo periodo che dai tempi di Deng Xiaoping fino alla leadership attuale ha identificato nell’istruzione superiore e nella ricerca il motore per colmare il divario con Stati Uniti, Europa e Giappone.
Il fulcro di questa strategia è stato un investimento costante e mirato. Il ministero dell’Istruzione ha individuato un nucleo di università “di punta”, guidate da Pechino e Tsinghua, a cui ha assegnato budget enormi, che per diversi atenei superano i 5 miliardi di dollari l’anno. In parallelo, la spesa nazionale in ricerca e sviluppo è cresciuta fino a sfiorare quella statunitense, con un incremento impressionante rispetto a inizio secolo. Poiché in Cina infrastrutture, personale e attrezzature spesso costano meno che in Occidente, ogni yuan investito in laboratorio tende ad avere una resa maggiore. Ne è derivata una rapida espansione della capacità scientifica: più ricercatori formati, più laboratori, più progetti ad alto contenuto tecnologico.
Questi sforzi si riflettono nei numeri e nella visibilità internazionale. Il Financial Times segnala una presenza cinese sempre più ampia sulle riviste scientifiche più selettive, come Science e Nature. Non si tratta soltanto di prestigio accademico: alcune linee di ricerca hanno già generato innovazioni che hanno rafforzato la competitività industriale del paese. È il caso, ad esempio, delle tecnologie per le batterie che alimentano la leadership cinese nei veicoli elettrici, o dei centri di genomica nati da iniziative pubbliche e divenuti in seguito imprese di rilievo globale. La Cina, si osserva nel pezzo, sforna oggi più laureati in scienze e ingegneria degli Stati Uniti, deposita un gran numero di brevetti e si avvicina o supera Washington in diversi settori di frontiera.
L’altra faccia della medaglia è un sistema di incentivi che, per anni, ha premiato soprattutto il volume delle pubblicazioni. Il FT dà spazio a studiosi che denunciano gli effetti perversi di questa ossessione per i numeri: la corsa a scrivere il maggior numero possibile di articoli, l’uso strumentale di citazioni reciproche per gonfiare gli indicatori di impatto, la nascita di vere e proprie “fabbriche di articoli” che vendono ricerche fittizie o manipolate. Il risultato è un’esplosione delle ritrattazioni relative a lavori con affiliazione cinese. Tuttavia, gli stessi analisti ammoniscono contro la tentazione di ridurre il quadro alla sola patologia: mentre emergono casi clamorosi di frode, cresce anche la parte di produzione scientifica solida e competitiva, che contribuisce a spostare il baricentro della ricerca mondiale verso Pechino.
Un’altra fragilità messa in luce riguarda l’esperienza degli studenti e la formazione delle competenze critiche. L’articolo cita uno studio secondo cui gli universitari cinesi nelle discipline tecnico‑scientifiche, negli ultimi anni del corso, mostrano un peggioramento nelle capacità di pensiero critico rispetto al loro ingresso, mentre i coetanei statunitensi, partendo da livelli simili, migliorano sensibilmente entro la laurea. Docenti che hanno lavorato in campus cinesi collegano questa dinamica al ruolo del gaokao, il severissimo esame d’ingresso alle università. In Cina, la selezione è durissima e concentrata sulla scuola superiore: è lì che lo studente si gioca il futuro, sotto una pressione enorme per superare il test. Una volta ottenuto il posto, l’università tende a essere meno intensa. Nel modello americano, invece, il percorso universitario è concepito come il luogo principale in cui si sviluppano autonomia, creatività e capacità di argomentare.
Sul fondo di questo racconto c’è un confronto implicito con il mondo anglosassone, in particolare con gli Stati Uniti. Mentre la Cina aumenta i finanziamenti, avvia programmi nazionali per la scienza e la tecnologia e mette al centro del proprio sviluppo gli atenei, molte università americane e britanniche fanno i conti con budget più incerti, polemiche politiche sui campus, restrizioni ai visti per studenti e ricercatori stranieri. Il FT riporta le voci di accademici che vedono in queste scelte un indebolimento dell’ecosistema di ricerca occidentale proprio nel momento in cui la Cina offre stipendi competitivi, carichi didattici relativamente più leggeri e un gran numero di dottorandi pronti a collaborare. Non sorprende, quindi, che ogni anno un flusso costante di professori di origine cinese decida di rientrare dopo carriere costruite in università di punta negli USA, e che alcuni scienziati stranieri di altissimo profilo scelgano di trasferirsi a Pechino o Tsinghua per fondare nuovi centri di eccellenza.
Eppure, sottolinea il Financial Times, il sistema cinese non è ancora riuscito a trasformare questa forza scientifica in un ambiente pienamente aperto e attrattivo per chi viene da fuori. Numerose testimonianze raccontano la fatica di molti docenti stranieri a integrarsi in contesti percepiti come molto sensibili politicamente. Il controllo del discorso pubblico, la possibilità di essere accusati di “sconfinare” su temi considerati delicati, la presenza di dispositivi di sorveglianza nelle aule e l’invito agli studenti a segnalare eventuali deviazioni dalla linea ufficiale producono, secondo questi racconti, un clima di cautela e diffidenza reciproca. Questo limita la libertà accademica, rende meno spontaneo il dibattito e scoraggia alcuni talenti internazionali dal rimanere a lungo termine.
A complicare ulteriormente il quadro ci sono le barriere linguistiche e professionali. Il mandarino rimane la lingua dominante nella vita accademica e accesso a posizioni stabili e percorsi di carriera chiari per i non cinesi è spesso difficile. La pandemia ha poi ridotto drasticamente la presenza di studenti stranieri nei campus, e il ritorno ai livelli precedenti è lento. Di fronte a queste difficoltà, la Cina ha scelto di non puntare soltanto sull’attrazione “in entrata”, ma di proiettare all’estero il proprio sistema accademico.
È qui che l’episodio pakistano acquista un significato simbolico più ampio. Il FT descrive una rete in espansione di campus congiunti, centri di ricerca condivisi e programmi di cooperazione che collegano atenei cinesi a istituzioni in Asia, Medio Oriente e Africa. In luoghi come Faisalabad, le università agricole collaborano con partner cinesi per offrire borse di studio, corsi di lingua, progetti di ricerca applicata e tecnologie avanzate. In pochi anni, il numero di studenti che studiano mandarino è raddoppiato, attratti dalla possibilità di accedere a percorsi di studio in Cina e a carriere in aziende cinesi attive sul territorio. Allo stesso tempo, queste partnership diventano il canale per l’esportazione di strumenti digitali, sistemi di sorveglianza, algoritmi di riconoscimento facciale e droni per la sicurezza.
Secondo gli analisti intervistati dal Financial Times, tutto ciò risponde a una strategia di lungo periodo: ridimensionare il ruolo dominante che Stati Uniti e, in misura minore, Europa hanno storicamente avuto nella formazione delle élite globali, nella definizione degli standard scientifici e nello sviluppo di tecnologie chiave. Offrendo finanziamenti, infrastrutture accademiche e trasferimento di tecnologie a paesi che cercano alternative, Pechino propone sé stessa come nuovo punto di riferimento. Invece di replicare il modello dei campus occidentali con studentati pieni di giovani da ogni angolo del pianeta, la Cina punta a formare, anche all’estero, generazioni di tecnici, ingegneri e ricercatori che parlano la sua lingua – in senso letterale e metaforico – e che saranno predisposti a usare tecnologie, piattaforme e standard progettati a Pechino.
Nel complesso, il quadro tracciato dal FT è quello di un sistema universitario che si è ormai guadagnato un posto nell’élite mondiale per capacità di produrre ricerca, attrarre risorse e incidere sull’innovazione industriale. Restano aperte domande importanti sulla qualità complessiva dell’esperienza formativa, sul peso della politica all’interno dei campus e sulla sostenibilità di un modello che combina eccellenza scientifica, controllo ideologico e fortissime ambizioni globali. Ma, conclude implicitamente il giornale, per molti paesi che cercano partner in grado di offrire formazione avanzata, investimenti e tecnologie, la Cina è già oggi un’alternativa concreta al tradizionale polo rappresentato da Stati Uniti e Europa: e l’agricoltore pakistano che affida il proprio raccolto a un’app nata da una collaborazione con un’università cinese ne è il simbolo più immediato.



