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Intervista ad Alba Rohrwacher, ospite del Febiofest 2015

Alba_RohrwacherLa 22/a edizione del Festival Internazionale del Cinema ‘Febiofest’ di Praga, come ogni anno con molti film ‘made in Italy’ in cartellone, ha reso omaggio in questa stagione 2015 all’attrice Alba Rohrwacher con le proiezioni dei lungometraggi: ‘La solitudine dei numeri primi’ di Saverio Costanzo, ‘Il comandante e la cicogna’ di Silvio Soldini e ‘Le meraviglie’ di Alice Rohrwacher. I film sono stati presentati dalla stessa attrice ospite, assieme al regista Costanzo, dell’Istituto Italiano di Cultura di Praga diretto da Giovanni Sciola. Noi di Cafeboheme.cz abbiamo incontrato la Rohrwacher per farle qualche domanda:

SONIA (CB): Iniziamo dalla Solitudine dei numeri primi (2010), che abbiamo guardato ieri sera proprio al Febiofest 2015, in una sala affollatissima. Durante la rassegna stampa a Venezia, Saverio Costanzo aveva parlato del suo film come di “un’epica dei corpi”. Ti vorrei quindi chiedere di parlarci del lavoro che hai dovuto fare prima, durante e dopo le riprese per arrivare a perdere dieci chili.

ALBA: Forse erano undici. Vi assicuro che quando si parla di perdere peso per un film anche un chilo fa la differenza (ride). È stato un lavoro molto importante perché ha segnato un punto nel mio percorso di attrice. Da una parte è stata la conferma di una scelta, perché quando ho deciso di fare questo mestiere sono arrivata al teatro senza sapere bene perché, portata da un istinto, ma da ragazzina quello che sentivo fondamentale era proprio la libertà del corpo, il lavoro sul corpo. Per questo, ho studiato ginnastica artistica e mi sarebbe piaciuto, un giorno, diventare acrobata, per esprimere le emozioni con il corpo. La solitudine dei numeri primi ha segnato un punto proprio perché questo grande lavoro ha costituto una conferma del fatto che il mio corpo poteva diventare una parte fondamentale per lavorare e per costruire un personaggio. Avevo già incontrato in teatro Emma Dante, che è una delle registe teatrali più affermate in Italia, e lei aveva fatto con me in teatro un lavoro molto profondo sul corpo. Posso quindi dire che con il film di Saverio Costanzo il lavoro estremo, quasi una metamorfosi che abbiamo fatto sui nostri corpi – io e Luca Marinelli, l’attore protagonista –, ed è stato imprescindibile per capire realmente questi personaggi, per raccontare in maniera concreta un disagio, un dolore profondo. Il nostro sacrificio rendeva autentico lo stato d’animo di quei personaggi ed era anche qualcosa che facevamo per Paolo Giordano, che aveva scritto quella storia. È chiaro che la letteratura è diversa, perché essa lascia al lettore la sua immagine. Noi invece dovevamo dare un’immagine, e l’idea di Saverio Costanzo è stata di farci fare veramente un’esperienza dentro e con il nostro corpo.

LUCA(CB): Resto anch’io sulla questione dei corpi. Come hai appena detto, il lavoro sul corpo era legato al lavoro sull’identità, però l’espressione dell’identità poi emerge, sia nel tuo caso sia nel caso di Luca Marinelli, con l’espressione di una disfunzionalità del corpo, non rendendolo efficiente, ma rendendolo disfunzionale.

ALBA: Sì, è strano, perché noi abbiamo raccontato un disagio attivandoci, perché noi eravamo altro da quello, però il punto d’arrivo dal quale abbiamo iniziato le riprese raccontava dei corpi che erano arrivati a una fine.

LUCA(CB): Sono due disfunzioni simmetriche e opposte.

ALBA: Sì. Lei nega la propria femminilità scarnificandosi e lui non comunica più mettendo strati di corpo che lo possono separare da tutto. In modi diversi, entrambi cercano di non sentire più.

SONIA(CB): E quanto prima è iniziato questo lavoro?

ALBA: Abbiamo lavorato per due mesi circa. Abbiamo iniziato dalla fine per fortuna, quindi ci siamo trovati a raccontare prima la parte dove avevamo subito una metamorfosi, ossia la parte finale del film. Poi ci siamo fermati, siamo tornati tutti e due alla nostra normalità e abbiamo finito raccontando quella che è la prima parte della storia.

SONIA(CB): La collaborazione con Saverio Costanzo è continuata con Hungry Hearts (2015) e lì a essere centrale è il corpo di un neonato.

ALBA: Sì, però il lavoro in questo caso è stato completamente diverso, perché in Hungry Hearts illocandina mutamento dei corpi dei personaggi è raccontato più attraverso delle ottiche che distorcono i corpi, che sottolineano la fatica. Nel film, Costanzo ha voluto rendere autentici dei sentimenti, sentimenti di una coppia che si incontra e si ama moltissimo. Arriva un bambino e per questo amore materno totalizzante e assoluto lei inizia a sbagliare. Per proteggerlo da tutto, quasi mette a repentaglio la vita del neonato e, facendo questo, anche lei si consuma, come si consuma il marito che la ama tantissimo e che non riesce a fare niente per cambiare la situazione. Ma in questo caso i corpi consumati dei due genitori vengono raccontati da una regia che parte dal sentimento più che dal corpo. Nella Solitudine dei numeri primi siamo invece partiti da un lavoro sul corpo per arrivare a sentire quello che erano i personaggi.

LUCA(CB): Ancora una domanda sulla simmetria delle disfunzioni dei corpi dei protagonisti. L’ingrassamento del protagonista maschile è un modo di separazione dal mondo. Così, il dimagrimento della protagonista femminile è un allontanamento, quindi una fuga, un processo di distacco. Io però vedo anche un altro aspetto: mentre il processo di distacco della protagonista dal mondo è continuo, e più dimagrisce e più si allontana, come se volesse volare via, l’ingrassamento del protagonista maschile è anche un processo di ancoraggio, forse involontario, forse subito. Lui trova un lavoro in Germania ed è costretto a rimanere di più nel mondo.

ALBA: Certo, rimane nel mondo, ma senza sentirlo.

SONIA(CB): E la scelta dell’horror come l’hai vissuta? Saverio Costanzo ha più volte definito il suo film come un “horror dei sentimenti”, presumo con l’intenzione di raffreddare la parte emotiva della vicenda, che nel libro era più spiccata.

IMG_1994ALBA: Mi è sembrata una scelta molto intelligente e coraggiosa. Quando un regista riesce a far vedere le cose in un modo inaspettato, allora ecco la creatività, ecco il motivo per cui faccio questo mestiere. Quando invece le cose sono quelle che si vedono e basta, quasi subito io perdo interesse. Non è che cerchi chissà che, è anche e solo una cosa molto sottile, che però mi cattura. La sequenza dei bambini alla festa di compleanno è una sequenza fortissima, in grado di raccontare senza scarabocchi un ricordo profondo dell’infanzia, periodo di cui avremo sempre nostalgia ma che forse è portatore di un dolore profondo che sarà poi il dolore che non lasceremo più per tutta la vita. Se un regista riesce a condensare questo sentimento in una sequenza di immagini, allora è riuscito nel suo lavoro.

SONIA(CB): Come sei arrivata al cinema?

ALBA: Ho iniziato studiando in una scuola di recitazione teatrale e poi ho frequentato il Centro sperimentale di Roma. Mi sono diplomata lì e ho iniziato a lavorare sia in teatro, sia nel cinema, in maniera parallela.

SONIA(CB): E tua sorella, Alice Rohrwacher, è regista, per cui vorrei capire se avete avuto un’educazione particolare rispetto al cinema.

ALBA: No. Mio padre è un’apicoltore e mia madre è un’insegnante di lettere. Nella mia famiglia nessuno ha mai fatto cinema o teatro. Io e mia sorella siamo molto unite, siamo cresciute insieme e andare verso la stessa direzione è stato naturale. È stato in effetti strano che entrambe approdassimo nel mondo del cinema. Ma secondo me il cinema, il teatro, il documentario – dato che Alice lavorava inizialmente al documentario – ha molto a che fare con la fantasia ed entrambe sentivamo il desiderio di lavorare con la fantasia, di usare la fantasia per creare qualcosa. Credo che questo ce l’abbiano trasmesso i nostri genitori, dandoci molta libertà, libertà intesa come “segui quello che senti”. Non abbiamo quindi avuto paura di arrivare in un mondo difficile su cui tante persone cercavano di scoraggiarci.

SONIA(CB): Tu hai detto che tuo padre è apicoltore. Quindi Le meraviglie (2014), film girato da tua sorella e che ti vede nel cast, è un film autobiografico?

ALBA: No. I fatti che vengono narrati sono fantasiosi, ma è autobiografico perché quello è un mondo che conosciamo bene e quello è un mestiere che sapeva raccontare.

SONIA(CB): Quali sono i tuoi riferimenti formativi e attoriali?

ALBA: Tanti, tantissimi. Parlando del corpo, Buster Keaton e Charlie Chaplin sono due pilastri, non per me ma tutti.

LUCA(CB): Hai pensato a loro quando hai dovuto girare la scena in cui cadi nella Solitudine dei numeri primi?

ALBA: Nella Solitudine dei numeri primi pensavo a Buster Keaton, nel senso che quando l’ho rivistoROR2 mi sono ricordata di sue celebri cadute. Cadere è un aspetto fondamentale del mio mestiere. Per cadere non devi avere paura e io ho tante paure, ma se veramente credo e sposo un progetto non ho paura di niente e cadere riassume un po’ questo sentimento.

SONIA(CB): Visto che abbiamo iniziato con la riflessione sui corpi e che l’argomento è ricorrente, penso che anche in Cosa voglio di più (2010) di Silvio Soldini il tuo corpo sia centrale.

ALBA: Sì. Silvio Soldini è stato un regista capace di vedermi tre volte – anzi, quattro, dato che abbiamo girato anche un cortometraggio – con uno sguardo diverso. È una grandissima fortuna per un attore, perché lui non si è mai accontentato di me: in Giorni e nuvole ero la figlia, mentre in Cosa voglio di più Soldini ha voluto che ingrassassi otto chili, che le mie forme diventassero forme e ha chiesto a me e Favino di mettersi completamente in gioco. Successivamente, nel Comandante e la cicogna, ha ristravolto l’idea di me. Se prendete tre fotogrammi dei tre film, sono tre persone diverse, perché lui è stato in grado di guardarmi con tre sguardi diversi.

SONIA(CB): Hai girato qualcos’altro che deve uscire prossimamente?

MELIALBA: Insieme alle Meraviglie, ho girato due film che purtroppo non sono stati trasmessi al Febiofest per una questione di distribuzione e che verranno distribuiti in un altro festival. Il primo è Hungry Hearts, di cui abbiamo già parlato, e Vergine giurata, di Laura Bispuri, una grandissima regista esordiente, dato che è riuscita ad andare in concorso a Berlino e che ora andrà al Tribeca Film Festival. Lei mi ha fatto fare un altro lavoro di stravolgimento: mi ha chiesto di essere una donna albanese che si fa uomo. Per gran parte del film, si intravede una donna nel corpo che abbiamo rappresentato, ma ci sono una durezza e una mascolinità notevoli. Le vergini giurate sono delle donne che vivono in una società patriarcale molto chiusa del nord dell’Albania e che si vedono negare qualsiasi diritto: la donna non può uscire di casa, non può fumare, non può bere, non può guidare, non può fare niente. L’alternativa alla fuga l’ha trovata una piccola parte di queste donne, che, per rivendicare libertà per noi banali, giurano castità eterna di fronte alla comunità maschile del villaggio. In questo modo, ottengono il diritto di vestirti da uomo, di cambiare il nome dal femminile al maschile e vengono riconosciute all’interno della comunità come uomini: vivono da sole, vanno a caccia, fumano, bevono, guidano, se muore il capofamiglia ne ereditano il ruolo. È un inno alla libertà, ma molto ingenuo, perché il prezzo che pagano è enorme, e cioè rinunciare all’amore. Il film racconta una di queste donne, che raggiunge la sorella che anni prima è fuggita da un matrimonio combinato ed è arrivata in Italia. In Italia, in maniera graduale, capisce che quella non è una scelta di libertà e cerca di riappropriarsi della sua identità. Poi ho lavorato con Marco Bellocchio, ma il film deve ancora uscire. Ho un ruolo molto piccolo nell’ultimo film di Matteo Garrone, che uscirà quest’anno, e un’altra parte nel film di Ascanio Celestini.

SONIA(CB): Come ti prepari a un ruolo? Pensando a Vergini giurate e a quello che ci hai appena raccontato, immagino che ci sia dietro un lavoro informativo notevole.

ALBA: Sì, ovvio. Non sapevo niente di questa assurda realtà albanese. In questo caso, ho dovuto studiare l’albanese e fare un lavoro sul corpo per capire come rendere credibilmente maschile il mio corpo. Dipende comunque dal regista: ci sono registi con cui trovi subito il personaggio, mentre altri film richiedono una preparazione per essere quel personaggio durante tutto il tempo di ripresa. Non c’è un modo per me, credo sia importante il rapporto che si crea con il regista per riuscire a seguire la sua visione e costruire con il regista una visione che sia comune.

LUCA(CB): Hai nominato pochissimo la voce, come se fosse un residuo di questo mestiere.

ALBA: No, la voce è molto importante ed è uno degli aspetti su cui ad esempio Soldini insiste moltissimo. Io noto dalla mia voce se aderisco a un personaggio o se quel personaggio è lontano da me. La voce smaschera, racconta tanto di quanto un attore sia vicino a un personaggio.

LUCA(CB): Mi è venuta in mente una battuta-chiave della Solitudine dei numeri primi, ossia “perché parli così piano?”

ALBA: Quello è stato un film in cui i personaggi trovano, in un certo modo di sussurrare che può essere negativo, un intero mondo, una relazione con i due personaggi, che li ha subito identificati come personaggi che stanno un po’ al bordo e che si incontrano e si completano.

SONIA(CB): Hai nominato Marco Bellocchio, con cui avevi già lavorato nella Bella addormentata.

ALBA: Il lavoro con Marco Bellocchio è un lavoro meraviglioso. Marco crea un mondo potentissimo e ROR1l’attore diventa parte del suo universo fantastico. Si parla in un altro modo nei film di Bellocchio, diventa naturale aderire a questo mondo scollato dal reale. Marco è un regista capace di vedere in una maniera larga. Io ho lavorato con lui tre volte: in Sorelle mai, nella Bella addormentata e ora in questo film in uscita, che si chiama L’ultimo vampiro. Sono state tre esperienze bellissime. Se le giornate di lavoro con Marco durassero 24 ore non sarei mai stanca, perché mi sento completamente assorbita da questa creazione. Marco Bellocchio è un maestro. Quando un regista è in grado di passare a tutto il cast il proprio ritmo, lavorare diventa un vero piacere.

Di  Sonia Trovato e Luca Cristiano

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