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Dipingere l’anima di Praga: intervista al pittore Ivan Svatoš

Con i suoi paesaggi sospesi, le atmosfere ovattate e una luce che sembra trattenere il tempo, Ivan Svatoš restituisce un’immagine di Praga intima, lirica e sognante. La sua pittura non si limita a rappresentare la città, ma ne custodisce la memoria emotiva: vicoli silenziosi, chiese, ponti, scorci nascosti e prospettive appartate diventano luoghi dell’anima, in cui esperienza personale e memoria collettiva si fondono in un’unica visione poetica. Nelle sue opere, Praga appare lontana dalle immagini più note e turistiche, per farsi invece città contemplata, amata nei suoi dettagli più segreti e nelle sue ore più discrete, l’alba e il crepuscolo. In questa intervista, Svatoš racconta il suo percorso artistico, il legame con la formazione grafica, il dialogo con la tradizione della veduta e il rapporto profondo con quella Praga che continua, per lui, a essere una fonte inesauribile di ispirazione, bellezza e memoria.

In che modo i suoi studi e la sua formazione artistica hanno influenzato il suo linguaggio pittorico?

Ho studiato alla Scuola d’Arte Václav Hollar, specializzata nelle tecniche grafiche, e devo dire che è stato un periodo meraviglioso. Avevo già iniziato a dipingere vedute urbane e avevo ormai definito il mio stile pittorico, ma desideravo approfondire le tecniche incisorie e grafiche. Ebbi la fortuna di incontrare ottimi insegnanti e imparai la calcografia nelle sue diverse forme: il bulino su rame, l’acquaforte, l’acquatinta, la mezzatinta. Anche la calligrafia era un esercizio straordinariamente impegnativo, ma allo stesso tempo affascinante e divertente. Disegnavamo spesso all’aperto, nelle strade di Malá Strana, a Jánský vršek. Ancora oggi ricordo quel periodo con grande piacere.

Che cosa rappresenta per lei Praga come soggetto e fonte d’ispirazione?

Sono nato a Praga, ai piedi dell’antica rocca di Vyšehrad. La mia infanzia è fatta di passeggiate frequenti con i miei genitori nei vicoli tortuosi di Malá Strana e della Città Vecchia. Ascoltavo con entusiasmo le antiche leggende e non mi stancavo mai di ammirare, dalle torri di Praga, quel mare di tetti, camini e abbaini. Tutto questo ha influito profondamente sul mio stile e sulla mia poetica artistica. Praga è diventata il soggetto principale dei miei quadri. Il genius loci della città è inimitabile: è un paesaggio estremamente vivo e plastico, modellato nei secoli dalla Moldava, dove natura, architettura e lavoro umano hanno trovato una sintesi meravigliosa. La città è custodita da due colli, che un tempo ospitavano i re boemi: a nord il Castello di Praga, a sud Vyšehrad. Sono felice di poter vivere qui e dipingere la mia città, restituendo a Praga, con i miei quadri, almeno una parte del debito che sento nei suoi confronti.

Le sue opere raccontano una Praga intima e poetica. Come nasce questa visione?

Sono convinto che le intenzioni artistiche non debbano essere diverse dalla natura dell’artista. A Praga cerco i luoghi che mi accompagnano fin dall’infanzia, quelli che mi emozionano e che mi ispirano a dipingere un determinato motivo. Per tutta la vita ho cercato la bellezza intorno a me, nella natura, nelle città, nell’arte e nella musica. E devo ammettere che tra i miei grandi amori letterari c’è la poesia: Jaroslav Seifert, Vítězslav Nezval, Karel Hynek Mácha. Tutto questo, alla fine, si mescola e prende forma nei miei quadri. Chi desidera comprendere meglio questo processo è invitato a partecipare alle nostre passeggiate intime attraverso Praga nei miei dipinti. Attraversiamo insieme i miei luoghi preferiti, spesso nascosti, della vecchia Praga, che mi hanno profondamente influenzato. Questa passeggiata si chiama photowalk e la organizziamo insieme a mio figlio Jan.

La luce sulle sue tele è spesso delicata, avvolgente, quasi sospesa. Come la crea? E che cosa la attrae di atmosfere come la nebbia, l’alba o il crepuscolo?

La luce nei miei quadri è il risultato di una scelta artistica, ma spesso anche di uno stato d’animo del momento. Nei miei dipinti c’è una prospettiva non solo grafica, ma anche cromatica, fatta di toni caldi e freddi, e poi di una dimensione luminosa che attraversa l’intera composizione. Amo i contrasti della luce. All’alba e al tramonto ci troviamo in un momento che non appartiene più al giorno ma non appartiene ancora alla notte: è allora che la luce azzurra raggiunge la sua intensità massima. E questi estremi si addicono straordinariamente a Praga. Sono momenti pieni di attesa e di mistero. Lo stesso vale per la nebbia in città, per quel graduale e quasi magico dissolversi di oggetti e strade nella bianca oscurità.

Quanto sono importanti la memoria personale e quella collettiva nel suo modo di concepire la città?

La memoria collettiva è la consapevolezza della città in cui viviamo. È un elemento fondamentale per l’identità di una persona: un richiamo necessario alla storia locale, alla cultura e alle tradizioni. Può assumere molte forme, dalle fonti scritte all’architettura, fino alla tutela del patrimonio. Vorrei che le persone fossero più consapevoli di quanto sia prezioso il fatto che Praga sia giunta fino a noi nella sua bellezza. Non è affatto scontato. È l’eredità dei nostri antenati, non solo dei sovrani e dei costruttori, ma anche di tanti cittadini comuni che non sono stati indifferenti alla forma della loro città. Grazie al loro interesse, alla loro responsabilità civile e al coraggio di far sentire la propria voce nei momenti in cui si minacciava di compromettere il carattere unico di Praga, oggi possiamo godere della sua straordinaria bellezza. Credo che anche noi abbiamo la stessa responsabilità. Prendersi cura della città non significa soltanto proteggere i monumenti, ma anche riflettere con sensibilità sul suo futuro e non essere indifferenti alle direzioni in cui continuerà a svilupparsi. Tra l’altro, insieme a mio figlio Jan, regista e fotografo, collaboro al progetto Atlas paměti, dedicato ai luoghi di Praga scomparsi da tempo, ormai superati dalle esigenze della modernità, ma che meritano tutta la nostra attenzione.

Qual è il suo rapporto artistico con i pittori del gruppo Sursum?

Questa associazione artistica durò circa tre anni, dal 1910 al 1912. I suoi membri erano pittori simbolisti e miravano a conferire ai soggetti delle loro opere una profondità spirituale. Si trattava di un’arte di grande peso contenutistico. Tra i membri figuravano, per esempio, Jan Konůpek e Josef Váchal, con le sue celebri xilografie. Ma l’artista che più mi ha colpito è stato Jan Zrzavý. È interessante notare che lui e io condividiamo paesaggi prediletti: la Bretagna, Venezia, la Vysočina. È qui, nella casa di campagna in cui vivo e lavoro oggi. E poi, naturalmente, Praga. Jan Zrzavý trascorse gli ultimi anni della sua vita a Nové zámecké schody e ogni sera andava alle funzioni dai cappuccini di Nový Svět, a Hradčany.

Le sue opere invitano alla contemplazione. È una scelta estetica, filosofica o entrambe?

Amo il silenzio e la quiete, non solo quando dipingo, ma anche nella scelta dei soggetti dei miei quadri. Di solito vado a cercare i miei motivi la mattina presto, quando in città regna ancora un’atmosfera tranquilla e io resto solo con il mio soggetto. Ho così il tempo per lunghi dialoghi silenziosi con la città e posso percepire intensamente quell’istante prezioso. Questa atmosfera poi la trasferisco nei miei quadri, ed è bello vedere che le persone lo apprezzano. Spesso mi dicono che, invece di guardare la televisione, restano sedute a casa a osservare sognanti le mie Scalinate del Castello o Nový Svět. È probabilmente un processo naturale, ma non pianificato.

Quali luoghi di Praga le sono più vicini dal punto di vista della sua sensibilità artistica?

La mia chiesa preferita è senza dubbio San Nicola. Se dovessi scegliere un simbolo al posto della firma, sarebbe proprio la sagoma di questa chiesa di Malá Strana. Amo anche il cosiddetto quartiere italiano, la via Vlašská e Jánský vršek. Poi c’è l’isola di Kampa con Čertovka e i suoi mulini: lì si trovano le vedute più belle sul fiume e sulle torri della Città Vecchia. Amo anche i dintorni della chiesa di Týn e di Ungelt, con via Týnská. Un posto speciale nel mio cuore è anche il pittoresco e magicamente silenzioso Nový Svět, con la chiesa del Loreto e la chiesetta di Santa Maria degli Angeli presso i cappuccini. E quasi dimenticavo Vyšehrad.

Che cosa cerca di comunicare a chi guarda i suoi quadri?

Mi dà grande gioia incontrare i visitatori di Praga, che spesso mi dicono di ritrovare nei miei quadri un ricordo concretizzato del loro viaggio attraverso la città. Vogliono portare a casa non solo l’immagine dei luoghi conosciuti, ma soprattutto la loro atmosfera. Spesso incontro personalmente alcuni di loro nella nostra galleria di famiglia in via Jungmann, che è diventata un luogo di ricordi e racconti sulla città, in compagnia dei miei quadri e dei miei libri. Allo stesso modo, mi capita spesso di sentire dai nostri connazionali che vivono all’estero che i miei dipinti rappresentano per loro un modo di conservare la vicinanza alla casa e di attenuare almeno in parte la nostalgia per la terra d’origine. Questo mi rende molto felice. Vorrei anche ricordare, però, che la vecchia Praga che amiamo non resterà qui per sempre. La produzione dei vedutisti viene spesso associata a nostalgia, malinconia e romanticismo. Ma queste qualità non vanno sempre di pari passo con il progresso e la modernità. Questa tensione è un tema eterno. Quando si dice che qualcosa è pittoresco, spesso si intende anche che è un po’ logoro, messo da parte, ai margini dell’interesse. Già i vedutisti dell’epoca di Rodolfo II coglievano la transitorietà: non dipingevano soltanto i sontuosi palazzi rinascimentali, ma erano attratti anche dalle baracche cadenti e dai cumuli di detriti nella periferia di Praga.

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