
«L’editoria sottovaluta i lettori italiani.
Il successo di Ferrovie del Messico dimostra il contrario»
(GMG)
Di Mauro Ruggiero

Gian Marco Griffi torna in Repubblica Ceca dopo l’ottima accoglienza riservata, nel 2024, alla traduzione della sua raccolta di racconti Inciampi (Zádrhely, Meridione). Lunedì 13 aprile, gli accoglienti spazi del caffè letterario Božská Lahvice, a pochi passi da Piazza della Città Vecchia, hanno fatto da cornice alla presentazione dell’edizione ceca del suo romanzo più celebre: Ferrovie del Messico (Železnice Mexika, Meridione, 2025), tradotto magistralmente da Sára Rodová. L’autore ha incontrato il pubblico praghese in un dialogo moderato da Marialuisa Pappalardo, direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura di Praga, e tradotto da Alice Flemrová per la casa editrice Meridione.
Pubblicato in Italia da Laurana Editore nel 2022, il libro di Griffi ha rappresentato un caso editoriale sorprendente.
Partito in sordina da una realtà indipendente, ha conquistato decine di migliaia di lettori grazie a un inarrestabile passaparola, arrivando a trionfare come “Libro dell’Anno” di Fahrenheit e raggiungendo la finale del Premio Strega nel 2023. Griffi ha saputo costruire un’epopea tragicomica e ferocemente antimilitarista.
Noi di cafeboheme.cz lo abbiamo incontrato per esplorare da vicino la sua straordinaria immaginazione letteraria.

MR. Gian Marco, tu hai spesso ricordato di aver scritto i tuoi libri ritagliandoti del tempo dal tuo lavoro come direttore di un circolo di golf. In che modo questa lontananza dai salotti letterari tradizionali (che in questo caso si è rivelata molto positiva) ha protetto e nutrito la tua voce di scrittore?
GMG. Devo dire che, in realtà, diverse persone mi hanno posto questa domanda, chiedendomi se io provi una sorta di solitudine portando avanti un tipo di scrittura e un progetto letterario abbastanza sui generis, diverso e sganciato dalle altre correnti della narrativa italiana contemporanea. Effettivamente, credo che questo derivi anche dal fatto che non ho mai avuto modo di frequentare il mondo letterario dall’interno. L’unica cosa che mi ha davvero nutrito della letteratura italiana è stata la letteratura stessa, ovvero la pura e semplice lettura dei libri. È probabile che proprio da lì io abbia maturato un mio personalissimo modo di raccontare le storie, che ha preso forma prima nei miei racconti e poi, naturalmente, nei romanzi.
MR. Il tuo legame con il Piemonte, e in particolare con Asti e il Monferrato, è una costante nella tua narrativa. Quanto è stato importante radicare storie dal respiro internazionale e universale in una geografia così intima e provinciale?
GMG. Beh, è stato fondamentale perché, tanto per cominciare, sentivo la necessità di focalizzarmi su qualcosa che conoscevo veramente bene e che fosse proprio fuori dalla finestra di casa mia. Guardando dalla finestra quello che vedevo era quello. E siccome sapevo che volevo spaziare sia da un punto di vista linguistico, sia da un punto di vista geografico, e anche per la mia, come dire, voglia o forse natura di voler esplorare una realtà aumentata, discostata di qualche grado da quella che siamo tutti abituati a vedere… allora per me diventava fondamentale trovare un appoggio, uno scoglio, un punto di partenza. E questo è stato sicuramente la mia città, le mie vie, la mia gente, il mio linguaggio. La mia lingua madre, che sì, va bene, è l’italiano, ma io sono cresciuto con i miei nonni che mi parlavano in dialetto. Quindi quello è stato il mio ancoraggio alla realtà, e insomma, è stato molto importante.

MR. Prima del successo del tuo romanzo Ferrovie del Messico, tu hai pubblicato la raccolta Inciampi, composta da testi che potremmo definire anomali e bizzarri. Come è avvenuto il passaggio stilistico e mentale dalla dimensione frammentaria del racconto alla costruzione architettonica di un’opera così monumentale?
GMG. Questa effettivamente è una bella domanda, nel senso che è un passaggio che potrebbe sembrare traumatico, o comunque un grande balzo, mentre invece per me è stato esattamente una conseguenza. Nel senso che sia Ferrovie del Messico che anche il mio secondo romanzo, che si intitola Digressione, sono comunque il frutto di tutto questo lavoro sulla narrativa breve, cioè sul racconto. Quello che è veramente cambiato è il concetto, l’idea di dire: “ok, scrivo delle storie che devono comunque essere parte di qualcosa di più grande, di un mondo più grande, di una storia più grande”. E questo è diventato prima Ferrovie del Messico e poi — in modo ancora più romanzesco, tradizionalmente parlando — Digressione. Però, ecco, è stata una conseguenza il fatto di passare dal racconto breve a un insieme di storie che però fossero una storia unica, che è esattamente quello che è Ferrovie del Messico.
MR. In effetti poi è coerente con quella che è l’architettura stessa del libro. È vero, perché apparentemente potrebbero anche essere delle storie quasi indipendenti tra loro.
GMG. Alcune sì, certo. La vera difficoltà e la vera scommessa quando si fa questo passaggio è proprio, come dicevi tu, l’architettura che diventa fondamentale, perché l’incastro… questo non far mai perdere il lettore, pur facendolo perdere, diventa poi la chiave di volta per far funzionare tutto insieme.
MR. Hai orgogliosamente rivendicato il “fattore salgariano” della tua scrittura, costruendo un Messico vivido e minuzioso senza però esserci mai stato fisicamente. Ritiene che oggi l’immaginazione narrativa debba tornare a prevalere sull’ossessione per l’autofiction, il “libro selfie” (che tanto sembra andare di moda) e il realismo documentale a tutti i costi?
GMG. Credo che alla fine sia difficile poi capire… anche per me è difficile capire qual è il meglio. Credo sicuramente che il mio modo di raccontare la storia parta sempre da un dato di grande immaginazione, cioè di realtà presa e stravolta per fare poi quello che voglio. È comunque un falso problema, secondo me, fare una differenza tra la realtà, la concretezza… Io mi sono documentato moltissimo. Questo non significa però che il documentarsi debba poi essere totalmente in funzione della scrittura, semmai il contrario: ovvero la scrittura va dove vuole. Certo, deve essere supportata, ma poi tutto quello che raccontiamo è basato e ancorato sulla realtà. Tutto è reale, in qualche modo. Perché sono reali le sensazioni e le emozioni che l’essere umano prova, o i problemi, le delusioni o le gioie che prova di fronte alla realtà, anche se la realtà, nel mio caso, è inventata. A un certo punto, in Ferrovie del Messico, quando si racconta la storia di questo bambino che si chiama Feliciano Bertone, Cesco entra in questa sorta di oltretomba che è nei bagni pubblici di Asti, e Bardolf gli dice: “Ma il dolore che si prova di fronte alla morte di un bambino è meno violento soltanto perché questo bambino non esiste o tu immagini che non esista?” No, il dolore è sempre quello. E quindi, insomma, alla fine realtà e fantasia… tutto si mischia.

MR. La trama di Ferrovie del Messico prende il via da un ordine
insensato caduto dall’alto della gerarchia nazista su un giovane milite della
Repubblica di Salò. Come è nata l’intuizione di utilizzare questo paradosso
burocratico come “motore immobile” dell’intera epopea?
GMG. Stavo cercando… avevo in mente dei personaggi, avevo in mente un periodo storico, che poi era quello in cui è stato ambientato: la Repubblica Sociale Italiana. Avevo voglia di costruire una storia che fosse in qualche modo kafkiana. Un Kafka più del Processo, in cui nessuno sa bene quello che sta succedendo, eppure le cose succedono. E quindi stavo cercando questa cosa qua. Non che non mi venisse in mente qualcosa: me ne venivano in mente troppe, e quando te ne vengono in mente troppe alla fine nessuna è buona veramente.
Poi stavo leggendo questa biografia di Proust e lì ho letto questa cosa che mi ha un po’ aperto, cioè che lui investiva in borsa, e investiva in queste azioni molto esotiche. Tra questi titoli azionari molto esotici c’era appunto il titolo azionario “Ferrovie del Messico”. E allora lì mi è venuta questa sorta di illuminazione laica: prendiamo le “Ferrovie del Messico” e vediamo se riesco a costruire una storia attorno a questa cosa qua. Trasformo un titolo azionario nel titolo di un romanzo. E da lì in poi ho ragionato non tanto sull’assurdo quanto sull’insensato, che è una cosa diversa dall’assurdo. Perché non è assurdo dare l’ordine di disegnare una mappa delle ferrovie del Messico, è insensato, quello sì, specialmente in un periodo storico come quello. Ma non è poi insensato dal punto di vista di chi lo richiede. Perché poi tutta la parte divertente per me, che ho dovuto costruire, è stata quella di riuscire a rendere plausibile in qualche modo questa cosa insensata, e quindi trovare tutto il discorso burocratico dei nazisti, eccetera eccetera.
MR. Il tuo romanzo ha una struttura tentacolare, con filoni che saltano da Asti al Messico degli anni Venti, fino alla Germania nazista. Scrivendo, avevi già in mente una mappa rigorosa di tutti gli snodi o ti sei lasciato guidare dalle improvvise diramazioni dei tuoi stessi personaggi?
GMG. In realtà ho bisogno, quando scrivo, di avere un progetto, proprio per il fatto che poi so che tenderò a perdermi anch’io. Tenderò a dare spazio ai miei personaggi, e proprio perché so che il mio modo di scrivere e la mia struttura mentale mi porteranno a sperimentare più stili e registri, allora ho bisogno di avere però il quadro preciso in mente. In Ferrovie del Messico sapevo esattamente dove volevo andare, avevo esattamente alcuni punti che dovevo attraversare. E da lì, però, una volta fatto questo con i personaggi… specialmente con alcuni. Ho deciso, specialmente con Lito e Mec, che sono due personaggi fondamentali perché sono esattamente i raccontatori del Messico. Ecco, con… vabbè, Mec no perché Mec non parla, ma Lito che parla, che è veramente il raccontatore… ecco, con Lito ho provato proprio a partire da quello spunto: infatti lui suona questa cornetta, è un appassionato di musica jazz, di Bix Beiderbecke. E quindi ho provato a ragionare proprio con l’idea del jazz in mente, ovvero dell’improvvisazione, del ritmo. E con il ritmo e l’improvvisazione… infatti di Lito avevo scritto molto di più di quello che poi è finito nel libro, poi dopo naturalmente è stato un po’ tagliato perché c’erano delle parti che erano veramente troppo perse rispetto al resto. Però ecco, è stato un mix delle due cose.

MR. Facciamo un salto indietro: quand’è che hai capito che volevi fare anche lo scrittore, o che volevi fare solo lo scrittore?
GMG. Ma “solo lo scrittore” probabilmente non è mai stata una mia vera ambizione, mentre invece è stata sempre una mia ambizione essere uno che inventa storie, quindi scrivere storie. Penso di essere cresciuto… fin da quando ero piccolo e leggevo i primi fumetti, ho avuto questa grande fortuna di crescere in una tabaccheria-edicola, che ha avuto la sua parte negativa, ovvero ho iniziato a fumare molto presto, ma ha avuto la sua parte positivissima: ovvero le edicole di una volta, sai, quelle piene di libri di qualunque genere e di fumetti. Fumetti impensabili, stranissimi, di cui non ricordo nemmeno più il nome, eppure c’erano e io me li sono letti tutti. E da lì in poi io sapevo che era quello che volevo fare: cioè raccontare. Non pensavo che potesse diventare il mio mestiere, ma sapevo per certo che io volevo fare quello, volevo raccontare storie. Poi potevo fare qualunque altra cosa per vivere, ma dentro di me è quello che in realtà io… io adesso, da che ne so, sei mesi a questa parte, anche un po’ di meno, sto scrivendo il mio terzo romanzo. E devo dire che non c’è niente al mondo che mi diverta tanto quanto scrivere. È proprio il divertimento dello scrivere, del raccontare. E il divertimento deriva proprio dal fatto che quando mi metto a scrivere poi tendo a farlo il più professionalmente possibile. Quindi mi metto lì, cesello… Io mi diverto così.
MR. Ferrovie del Messico è esploso grazie a un inarrestabile passaparola, arrivando a scalare le classifiche e a raggiungere la finale del Premio Strega 2023. Che impatto ha avuto sul tuo rapporto con la scrittura sentirsi improvvisamente letto, interpretato e amato da decine di migliaia di persone?
GMG. È stata una cosa del tutto imprevista. Perché naturalmente io scrivevo già da anni, e ho scritto racconti per tantissimo tempo; racconti che nessuno ha mai voluto pubblicare o leggere. E quindi è stata una cosa veramente imprevista, perché ti trovi a un certo punto con… cioè, non è che tu sia cambiato tantissimo, probabilmente è successo che qualcuno ha finalmente capito qualcosa, no? Di quello che tu volevi raccontare e del modo in cui provavi a farlo. Ferrovie del Messico poi è stato un caso particolare, perché veramente mi sono ritrovato con dei miei compagni di scuola, che non vedevo e non sentivo da venticinque anni, che mi telefonavano per dire che avevano letto il mio libro e gli era piaciuto. Quello ha iniziato a darmi delle sensazioni molto positive. Perché poi, alla fine, tutti noi che scriviamo storie vogliamo che qualcuno le legga, e che queste storie piacciano o diano qualcosa a chi le legge. Perciò, sai, quando ti ritrovi persone che chiaramente ti stanno dicendo la verità… perché altrimenti uno non è che ti telefona per dirti: “Guarda, ho letto il tuo libro e mi è piaciuto moltissimo”. Quello è stato bello, ed è stata veramente una voglia ulteriore di continuare a fare quello che già faccio normalmente: scrivere delle storie. E scriverle in quel modo lì. Cioè, mi ha dato l’idea che è vero, magari in Italia i lettori sono pochi, però io ne ho conosciuti tanti, perché Ferrovie del Messico l’ho presentato dappertutto e per tante volte. Ho scoperto che i lettori italiani sono molto appassionati. E quindi, naturalmente, hai anche una piccola responsabilità verso quelli che hanno amato il tuo romanzo. Quando si è trattato di uscire col romanzo successivo, non avrei mai e poi mai buttato fuori qualcosa “tanto per”, anche se tutti i librai e tantissime persone mi hanno detto: “Ma che cosa ti è saltato in mente di uscire con un romanzo di mille pagine?”. Ma infatti, quello è ciò che io voglio fare, per me è quello l’interessante.»
MR. Com’è stato il rapporto con una persona che indubbiamente – direi io, ma a lui forse non piacerebbe – è un deus ex machina della letteratura di qualità italiana… Com’è il rapporto con Giulio Mozzi?
GMG. Giulio Mozzi negli anni è diventato un amico. Sia lui che Greta, la sua compagna, sono due persone che servirebbero tantissimo alla narrativa italiana, e ahimè sono sempre comunque ai margini. Per motivi che io non riesco bene a inquadrare…

MR. Probabilmente sono troppo intelligenti. O troppo liberi.
GMG. Esatto, troppo liberi per talune dinamiche. Però ecco, devo dire che si è instaurato un rapporto molto bello, molto bello, perché… quando ho firmato il mio contratto con Einaudi, l’ho firmato con Stile Libero e non con Einaudi Torino proprio perché Stile Libero mi ha proposto di continuare a lavorare con loro due. E quindi loro due hanno continuato a lavorare col mio romanzo che è uscito, Digressione, e con il romanzo che pubblicherò prossimamente con Einaudi Stile Libero. Perciò tra me e loro c’è veramente un bellissimo rapporto. Fosse per me, io lavorerei solo con loro. È difficile lavorare con loro, perché hanno la loro testa, sono molto puntigliosi, molto pedanti, sono molto “talebani” su certe cose. Quindi non è facile, ecco. Però alla fine tutte le discussioni, anche le litigate, ripagano col fatto che loro sono veramente bravi nel loro lavoro. Oltre al fatto che Giulio Mozzi è anche un bravo scrittore.

MR. Oggi presenti a Praga l’edizione ceca del romanzo, tradotta da Sára Rodová per la casa editrice Meridione. Che effetto ti fa sapere che i tuoi complessi impasti linguistici e il sostrato dialettale piemontese hanno trovato una nuova voce e una nuova identità in una lingua slava?
GMG. Ma è un’impressione meravigliosa, io sono felice. Guarda, sono veramente felice quando i miei libri vengono tradotti. Ma devo dirti che in una lingua che è totalmente diversa dall’italiano è ancora di più una gioia. E questo mi è stato confermato: io ho la fortuna di conoscere un paio di persone che parlano ceco e che hanno letto Ferrovie del Messico in ceco. Mi hanno parlato di una traduzione fatta veramente molto bene, molto divertente, che ha reso veramente l’idea. Ed è una cosa bella, perché comunque, sai, tradurre è già sempre un po’ riscrivere; nel mio caso credo che la traduzione sia comunque molto una riscrittura, e quindi c’è bisogno di un traduttore che abbia mestiere e un’immaginazione altrettanto grande.
MR. Un’ultima domanda, un po’ cattiva. Ferrovie del Messico è un romanzo ambizioso, lungo, eccentricamente letterario. E in teoria lontano, come dicevamo prima, da molti standard non scritti dell’editoria contemporanea che sembrano privilegiare testi più brevi, più immediati, vicini all’autofiction o al racconto del sé. Eppure il tuo libro ha avuto un grande successo di pubblico e di critica, ma non hai vinto lo Strega. Ora ti chiedo: come leggi questa distanza tra il favore dei lettori e certi orientamenti del sistema editoriale e dei grandi premi? Cioè, secondo te oggi una parte dell’editoria italiana tende a promuovere soprattutto libri che rispondono a un preciso trend narrativo, penalizzando opere più complesse, eccentriche, più costruite… insomma, più propriamente romanzesche?
GMG. Sicuramente sì, credo che sia così. Credo che ci sia comunque uno scarto – e fatico a capirlo – tra quello che i lettori italiani sono e quello che l’editoria crede che siano. Nel senso che mi sembra che gli editori pensino che i lettori italiani siano molto più stupidi di quello che in realtà sono, e invece non lo sono per nulla. Poi, naturalmente, se tu pretendi di raggiungere una determinata fetta di popolazione che legge un libro ogni cinque anni, allora questo è un altro discorso; però non credo che sia quella la strada da perseguire. Credo comunque che il mio modo di scrivere, il mio modo di raccontare le storie, vada in una direzione abbastanza opposta rispetto a quello che gli editori e magari anche certi lettori vogliono. Però ho capito – e questo credo che l’abbiano capito tutti – che in realtà c’è una buona fetta di lettori che si può prendere anche con determinati tipi di scrittura, come per esempio la mia. Certo, con Ferrovie del Messico ho trovato una sorta di equilibrio tra una letteratura più popolare, d’avventura, e quella che è la mia natura vera e propria; che per esempio in Digressione vede molto minore la componente popolare e molto maggiore l’altra. Infatti, da un punto di vista diciamo commerciale, Digressione ha avuto un impatto inferiore rispetto a Ferrovie del Messico, nonostante sia una netta crescita a livello linguistico. Però ecco, Ferrovie del Messico rimane secondo me un romanzo molto felice sotto tutti i punti di vista, nonostante racconti una storia che, diciamo, felice non è. Ma è felice come atmosfera generale che aleggia attorno, non lo so… c’è un’atmosfera che i libri si portano dietro, e Ferrovie del Messico è riuscito a costruire questa atmosfera. E questa atmosfera ha portato poi a una serie di lettori anche inaspettati, come i miei compagni di scuola che magari leggono due libri all’anno e uno dei due è stato proprio Ferrovie del Messico.




