Visioni di Praga nel mondo di Jaroslav Seifert. Di Francesco Jappelli

 
  1. Malá Strana, Břetislavova

    1901 – 1918           … udii un leggero picchiare sulla finestra …

    x-jappelli-visioni-di-praga-seifert-foto-35-ms-bretislavova-jpegIl mio compagno di banco1 mi raccontava di una piccola stradina di Malá Strana, che veniva chiamata Mortuaria2, dove c’erano alcune imprese di malaffare con ragazze di facili costumi3. Diceva che le ragazze non potevano assolutamente uscire ed erano rigorosamente sorvegliate. Vi andavano soprattutto i soldati ungheresi ubriachi. Le signorine, come le chiamavano lì, stavano in vestaglia, sedevano in grembo ai soldati, e questi le baciavano in qualsiasi momento ne avessero voglia. Di più non sapeva. Gli promisi, con una stretta di mano, che non avrei svelato nulla.

    Erano gli ultimi mesi della prima guerra e Praga era piena di soldati ungheresi.

    […]

    Secondo la targa di ferro sulla casa, si chiamava invero Břetislavova, ma, come accertai in seguito, nessuno la chiamava così. Era la viuzza Mortuaria, perché un tempo vi passavano i funerali diretti al cimitero, che stava sulla collina Janský e al quale si accedeva anche da via Neruda.  Questo nome le era rimasto anche quando il cimitero era stato da tempo riempito. Era breve e stretta.

    E deserta! Non c’era anima viva. Salii per la stradina, passando vicino alle case e lanciando occhiate curiose nelle finestre al pianterreno. Le tende scure non si mossero neppure un po’, da nessuna parte. Evidentemente, dunque, il primo pomeriggio non era il momento dell’amore. Dopo pranzo forse le ragazze dormivano. Sulla collina Janský mi voltai deluso e tornai indietro. Giunto all’ultima casa in basso, udii un leggero picchiare sulla finestra. Dovetti volgermi a guardare. La tenda s’era aperta e alla finestra c’era una ragazza con una treccia nera che le scendeva sulla spalla. Mi irrigidii sorpreso.

    Accortasi del mio sguardo spaurito, ella sorrise e mi disse qualcosa. Ma non sentii la voce dietro il vetro. La stradina era così stretta che con due passi mi ritrovai sull’altro lato. Non era difficile da attraversare. Guardai di nuovo, stavolta già più tranquillo, nella finestra chiusa. La ragazza era avvenente, almeno così mi sembrò. Mi sorrideva gentilmente, cosicché la paura mi andò un po’ via. Non appena capì la mia trepida titubanza, con un solo gesto si sbottonò la blusa bianca. Mi sembrò di essere velocemente impallidito per lo sgomento, e che subito dopo il sangue mi risalisse precipitoso sul volto, e guardavo sbigottito nella finestra i seni nudi della ragazza. Stavo lì sconcertato, come se mi fosse caduto vicino, sul selciato, un fulmine. La ragazza mi sorrise ed io vacillai. Durò solo qualche secondo. In quel mentre la ragazza lentamente si riabbottonò e con un cenno della mano mi invitò dentro. Poi la tenda si richiuse.

    Battei in una precipitosa ritirata.

    (da Il primo amore in Tutte le bellezze del mondo)

    1 L’episodio avviene nella primavera del 1918, quando Seifert frequentava l’ultimo anno del liceo di via Kubeliková.
       2 La viuzza Mortuaria o via dei Cadaveri è « così detta per la dovizia di fabbricanti di bare che vi avevano bottega» (A.M. Ripellino, Praga magica, Einaudi 1973, p. 272). Questo vicoletto, lungo un centinaio di metri e dedicato al principe Břetislav I Přemyslide (1002-1055), unisce Tržištĕ (la piazzetta del vecchio mercato, v. foto d’epoca A 35) con Jánský vršek (viuzza che sale, con leggero declivio, sulla collinetta di S. Giovanni). La mappa dello Jüttner del 1816, che identifica il vicoletto sempre con lo stesso nome, permette di scoprire le singolari denominazioni di alcune case (All’ascia d’oro, Ai sette candelabri, Al bianco Giovanni); l’edificio sullo sfondo della foto (Jánský vršek n. 327) è chiamato Al ferro di cavallo d’oro (cfr. L. Petráňová, Domovní znamení Staré Prahy, Panorama 1991, p. 281, 284).
       3 Anche Gustav Meyrink nel romanzo del 1917 La notte di Valpurga (cfr. Edizione Studio Tesi 1995, p. 14) qualifica il vicoletto in modo analogo: «Nella Totengasse, dove si danno convegno tutte le donne di malaffare»

    51. Staré Mĕsto, Caffè Slavia, all’angolo di  Smetanovo nábřeží

    1919 – 1938           … No, non c’era silenzio …

    Nemmeno ricordo che cosa ogni tanto ci inducesse ad abbandonare il piacevole ed ospitale caffèslavia Nazionale1 e a cambiare la sua atmosfera piena di fumo per il fumo e la puzza del vecchio Slávie2 degli attori, prospiciente il teatro Nazionale. Sedevamo vicino alla finestra che dà sul lungofiume e bevevamo con piacere dell’assenzio. Era un modo di civettare con Parigi. Niente di più.

    Una volta venne a cercarci la signora Wolkrová e in ricordo di Jiří ci offrì questo veleno verde. Non volevamo guastarle questo triste piacere; ma Wolker3 non veniva con noi allo Slávie e non beveva volentieri l’assenzio.

    […]

    I caffè praghesi4! I resti di essi che abbiamo oggi non possono più offrire una testimonianza della vita nei caffè tra le due guerre. Ognuno aveva le proprie caratteristiche, a volte ben distinte. Nei più tranquilli andavano gli studenti a studiare e i lettori di quotidiani vi trovavano tutta la stampa che allora si poteva avere dall’intera Europa. Alcuni quotidiani stranieri vi si trovavano già il giorno stesso in cui uscivano. Nel centro della città i caffè erano sfarzosi, sovente frequentati anche da dame del demimonde. I primi camerieri di questi caffè si facevano radere due volte al giorno, cosa che allora mi sembrava quasi incredibile. Poi, naturalmente, c’erano i caffè frequentati dagli artisti. Lo Slávie soprattutto dagli attori. Ci andavamo anche noi quando volevamo stare soli. Ma nel caffè Nazionale, che oggi non esiste più, c’eravamo ogni giorno.

    […]

    Nei nostri caffè a quel tempo non esisteva la noia. Anzi! Erano pieni di risa, di calpestio, dello strusciare di sedie e poltrone e del tintinnio delle stoviglie. No, non c’era silenzio. Eccetto che nella mattinata. Ma di una visita mattutina ho un amaro ricordo5. Nel caffè si discuteva, si facevano piani, si polemizzava con passione e non avevo mai l’impressione che fosse tempo perso.

     (da Alla finestra del caffè Slávie e da La signorina Toyen in Tutte le bellezze del mondo)

    1 Il caffè Nazionale – allora frequentato da artisti e letterati – è situato nella centrale via Nazionale (v. foto n. 56).
        2 Il caffè Slavia è collocato al pianterreno del palazzo neo-rinascimentale Lažanský (1862), dove visse il compositore B. Smetana. Posto di fronte al teatro Nazionale e dotato di ampie vetrate che si affacciano su via Nazionale e sul lungofiume, il caffè gode di una splendida vista  sulla Vltava e su Hradčany. Ritenuto un tempo il più famoso di Praga, fu restaurato negli anni ’30 e ’80 e, nell’arco di oltre 120 anni, ha raggiunto una fama straordinaria perché frequentato da innumerevoli artisti, poeti, letterati e intellettuali di grande valore (v. anche foto n. 40, 85).
        3 Il poeta Jiří Wolker (1900-1924) fu il più autorevole rappresentante della “poesia proletaria”. Morì di tubercolosi.
        4 Numerosi i caffè praghesi: Arco, Louvre, Deminka, Savoy, e i famosi Tůmov, Continental, Central, Union oggi scomparsi (cfr. A.M. Ripellino, Praga magica, Einaudi 1973, p. 330) (v. foto d’epoca A 51a, b, c, d).
         5 Seifert fa un lieve cenno a un episodio spiacevole accadutogli nel 1928 nel caffè Nazionale (v. foto n. 56).

    81. Vyšehrad, tomba di Josef Hora, Slavín

    1946 – 1968           … lì ho anche due compagni …

    Quando fa bel tempo, talvolta mi faccio portare al cimitero di Vyšehrad e mi siedo sui gradini di x-jappelli-visioni-di-praga-seifert-foto-81-vy-tomba-di-hora-jpegSlavín1. Mi piace andarvi. Si sta in buona compagnia lì, dice un mio conoscente che abita poco lontano e va spesso al cimitero.

    Lo so, non ci si siede su una tomba, ma io cammino male, mi dolgono le gambe, così forse i morti alle mie spalle mi perdoneranno. Del resto, fra i poeti lì ho anche due compagni2.

    Le nuvole navigano via e nemmeno si sentono. Le tombe non si smuoveranno, sono incastrate profondamente nella terra. E la voce dei morti è il silenzio. Ma il linguaggio vivo della poesia sgorga come le calde fonti curative.

    […]

    Dopo la morte di Hora passava da noi la sua vedova, la signora Zdenka3. Si sentiva triste. Quando mia moglie si lamentava con lei che io stavo poco in casa e vagabondavo intere nottate, la consolava:

    «Ma cara Árinka, se oggi il mio Pepík tornasse, foss’anche al mattino, non mi arrabbierei, non gli rimprovererei nulla. Lo accoglierei bene, lo aiuterei a spogliarsi, gli laverei anche i piedi e gli sprimaccerei il cuscino».

    Sentiva la mancanza del marito. Di Slavín aveva le chiavi e vi andava spesso. Però non le piaceva quell’angusto corridoio pieno di umidità, di ragni e di puzzo di fiori marcescenti e di lumini che ardevano. Era solita dire che, se avesse potuto riflettere un po’ in quei momenti fatali, avrebbe preferito spargere le ceneri al vento. Però, a Slavín Hora è uno di quelli che hanno ancora una certa comodità postuma, se si può dire così!

     […]

    Per Josef Hora ho letto i miei versi

    quando la sua bara si fermò

    di fronte alla scalea di Slavín.

    Ho letto i miei versi ai suoi piedi

    con voce umile e piana.

    Dai bastioni4 presso il cimitero

    lo sguardo ampio spazia su Praga

    e verso nord c’è říp,

    formato come dal palmo di un bambino.

    Appartiene a tutti noi che siamo qui,

    a Hora però un po’ di più.

    (da A chi buttare prima le braccia al collo, da Quattro soste sulla tomba del poeta II in Tutte le bellezze del mondo e da La colonna della peste)

     1 Per il cimitero di Vyšehrad e la scalea dello Slavín (1889), tomba comune delle glorie della nazione, v. foto n. 8.
       2 Seifert subì un intervento di chirurgia spinale nel 1958 e da quell’anno utilizzò sempre le stampelle. I compagni sepolti allo Slavín sono K. Toman (v. foto n. 78, 79, 80) e J. Hora (v. foto n. 53, 56), le cui lapidi si scorgono nell’immagine.
       3 J. Hora, elogiato dall’illustre critico F.X. Šalda, morì il 21.6.1945. Sposato con Zdenka Janoušková, andò a vivere nel 1921 a Košíře, quartiere occidentale di Praga. Lo slavista italiano W. Giusti scrive: «In una di quelle periferie protese verso la campagna abitava il poeta Josef Hora. Ricordo il suo studio pieno di libri e conservo i volumetti delle sue poesie, con le dediche scritte in anni lontani. Dalla poesia proletaria egli era gradualmente passato ad una lirica fortemente penetrata di spiritualità, di musicale malinconia…» (Pagine boeme, Volpe editore 1970, p. 202). Pepík è il diminutivo di Josef.
       4 Dalle antiche fortificazioni sulla rupe di Vyšehrad la vista è incantevole: la Vltava con i ponti e i parchi, Hradčany e il Castello, le verdi alture attorno a Praga e, in lontananza verso nord, la collina solitaria di Říp (v. foto d’epoca A 81).
    1. Malá Strana, casa di V. Holan a Kampa, U Sovových mlýnů 7

     1946 – 1968           … quelle ombre notturne …

    x-jappelli-visioni-di-praga-seifert-foto-83-ms-casetta-di-holan-jpegEra questo un momento che conoscevo bene1. Era l’attimo fatale in cui nella vecchia casetta di Kampa, dove abitava Holan, cominciavano ad arrivare gli ospiti notturni. La casetta era stata proprietà dei Nostic, ed uno di loro, Bedřich, l’aveva data a Josef Dobrovský . Il saggio abate era una di quelle ombre notturne che tornava volentieri nella propria casetta. Ma solo quando vi abitò Holan. Finché nell’appartamento al pianterreno aveva abitato Jiři Voskovec, nella casetta c’era stata tranquillità. Neppure Jan Werich mi aveva mai raccontato niente di simile. Però da Holan Dobrovský andava di frequente. A volte ci andava anche František Halas2 da morto.

    Non so cosa si raccontassero Holan e Dobrovský. Però immagino cosa si raccontasse con Halas. Si volevano bene e per di più Halas era arricchito dell’esperienza della morte.

    Holan lavorava tutta la notte. Delle volte lo si poteva vedere dietro l’alta finestra del pianterreno. Andava a dormire quando iniziava ad albeggiare. Ogni tanto a quelle finestre bussavano anche altri poeti, che di notte non avevano ancora voglia di rincasare. Per quel che so, fu sempre aperto loro.

    […]

    Poi passeggiavo coi morti

    sul ponte Carlo

    sulla tacita Kampa,

    verso le ruote dei mulini della Čertovka3

    che girano a vuoto

    un morto silenzio macinando.

    Molto di quello che so della morte

    me l’ha detto Vladimír Holan

    dopo il suo funerale.

    Abitava di lì a pochi passi

    e con la morte era in confidenza.

    Ce n’è in abbondanza ovunque.

    (da Le cinque gocce di Vladimír Holan in Tutte le bellezze del mondo e da Praga in sogno in Essere poeta)

         1 Seifert si riferisce a Vladimír Holan, il più importante lirico ceco del 900. Il poeta visse dal 1948 al 68 in questa casa per trasferirsi poi in U Lužického semináře, sempre a Kampa, sua ultima dimora (v. foto n. 99). Le uscite di Holan, dopo aver rotto nel 1948 col partito comunista e con la vita della città, divennero rarissime; la «casa del poeta tragico» era vista da molti giovani, nelle notti praghesi degli anni cinquanta, «come un lucignolo d’una capanna sperduta nelle intemperie» (A. M. Ripellino). Nella fotografia si scorge l’ampia finestra d’angolo al pianterreno e anche un alto muro che sembra voler entrare a forza nella casa del poeta. I muri furono «motivo ossessivo della poesia holaniana» (A.M. Ripellino); il ciclo di poesie sul tema dei muri (Zdi) è degli anni 1930-55 e 1961-77.
       2 J. Dobrovský (1753-1829) un autorevole storico della lingua ceca. J. Voskovec (1905-81) e J. Werich (1905-80) – che abitava al primo piano – una coppia famosa di attori. F. Halas (1901-1949) un grandissimo poeta, amico di V. Holan.
       3 La casa di Holan era vicina al canale “del diavolo” Čertovka, con i mulini ad acqua (v. foto d’epoca A 83a, b, c).

Visioni di Praga nel mondo di Jaroslav Seifert

Edizioni Polistampa, Firenze, 2016

288 pagine, 105 fotografie a piena pagina in bianco-nero,  200 immagini e mappe d’epoca.

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