Racconti Saltuari 4. Di Gianluca Montebuglio

 

Chi siamo quando ci allontaniamo, ognuno a rincorrere una direzione alle tre del mattino? Le insegne dei negozi trattengono il fiato, le cose nelle case dormono, quelle in strada riposano con un occhio aperto e l’altro a guardare chi girovaga per un po’ solitudine, le ciurme di ragazzi che urlano senza volerlo, i cani randagi ancora in cerca di qualcosa. Luce gialla. A piccoli coni. Spirali di buio leggero e piante nate per caso a ridosso dei marciapiedi, senza una vita tutta loro, costrette al bilico dal cemento, dalle auto. Da tutta quella parte di mondo che passa di lì. Chi siamo quando svoltiamo l’angolo, con la speranza e la paura nello sguardo? I cartelli stradali ci dicono cose semplici, altre volte irragiungibili. Cosa scegliamo? I nostri corridoi sono vicini, li possiamo attraversare come crediamo meglio, strisciando alla parete un dito, saltando le mattonelle nere, scalzi e ancora accappottati, di corsa per andare a pisciare. La notte è fuori e dentro le nostre mura, arrendersi è un atto di amore. Sul cesso, una sigaretta per guardare oltre la finestra, verso altri palazzi, altre vite da regalarci per un attimo. Cosa pensiamo mentre ci laviamo i denti con forza, fino al sangue da sputare e vedere scomparire? Chi c’è con te quando ti slacci il reggiseno e un sospiro e il pensiero veloce del mio sesso? Chi dorme al mio fianco? Nei ristoranti grassi della città, le donne degli uomini distratti parlano tra loro, si raccontano le cose che accadono, e quelle che passano di striscio le trattengono per non sprecare con la voce, per non rovinare. Qualcuna adocchia il cameriere e immagina di farci un figlio da crescere senza nonni benestanti  senza pranzi domenicali. Poi tutto evapora, davanti a un di rhum, davanti gli occhi svegli ma inutili del suo uomo. Dormo. Dormi. Il giorno che viene ci servirà a non rispondere. E poi un’altra notte e un’altra mattina ancora. E un’altra. E un’altra.

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