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Letteratura ceca e dintorni.

Il piacere di leggere. Recensioni in 1000 battute

È uscita la traduzione italiana di “Helsinki, dove il punk si è fermato”, opera di Jaroslav Rudiš, giovane scrittore i cui libri sono legati alla Repubblica Ceca e alla Germania. La storia tratta dei due protagonisti: Ole e Nancy che si incontrano nel 1987 a un concerto di un famoso gruppo punk: i Toten Hosen, e decidono di fuggire insieme in “Occidente”, ma il tentativo non va a buon fine. L’autore racconta la storia da due prospettive diverse: dal punto di vista di Nancy, che descrive la vita in Cecoslovacchia negli anni 1986/87 in un mondo desolato e grigio, senza sicurezza, a cui lei e i suoi amici vogliono ribellarsi in nome del punk. Ole, invece, è ormai quarantenne e ci racconta la sua storia tra il passato, la gioventù e la ribellione che si fa sempre più sentire tra i giovani della Germania orientale. La vita di Ole è il suo bar l’“Helsinki” e i ragazzi che lo frequentano. L’autore riesce a mettere a confronto il divario generazionale di una gioventù ribelle nell’ex blocco orientale con le sue paure e sogni e la sua ribellione contro il socialismo. Vengono descritte due ribellioni giovanili in tempi diversi: quella degli anni Ottanta contro il socialismo sovietico e quella della società contemporanea.

Jaroslav Rudiš,

Traduzione di Tiziano Marasco,

“Helsinki, dove il punk si è fermato”,

Editore Poldi Libri: Brno 2018,

304 pp.

 

“Nová Vlna” è una nuova collana italiana di letteratura ceca, il cui nome è ispirato alla “Nouvelle vague” cinematografica ceca ai tempi della Primavera di Praga. I primi due libri pubblicati nella collana sono stati: “Volevo uccidere J.-L Godard”, di Jan Němec, e “Il Lago” di Bianca Bellová. “Il lago” è un vero e proprio capolavoro che fa da cornice alle vicende di Nami, il protagonista: un bambino che non ha nulla e che, diventando uomo, deve trovare la propria strada nel mondo. La storia è ambientata in un villaggio di un paese dell’ex blocco sovietico; un villaggio che vive di pesca, ma all’improvviso i pesci muoiono, il lago si riduce e i pescatori e la gente del luogo soccombono. Il lago d’Aral, che è facile riconoscere nel racconto, non viene però mai menzionato lasciando così il lettore nel dubbio su dove la storia sia veramente ambientata. Nami, una volta rimasto solo, partirà per la capitale dove farà i lavori più disparati e andrà incontro alle bestialità umane legate alla metropoli e al progresso. Poi tornerà a casa perché, forse, per poter trovare bisogna sempre tornare anche indietro.

 Bianca Bellová,

“Il lago”,

Miraggi Edizioni: Torino 2018,

192 pp.

 

É uscita una nuova raccolta di tredici saggi che analizza la situazione e le reazioni in Europa dell’Est in seguito alla Primavera di Praga e all’invasione della Cecoslovacchia, nel 1968, da parte delle truppe del Patto di Varsavia. I paesi che vengono presi in considerazione sono quelli dell’ex Unione Sovietica e alcune nazioni in particolare come Ucraina, Moldavia e i Paesi Baltici. Due saggi sono interamente dedicati alla Cecoslovacchia e almeno uno per ciascuno dei seguenti paesi: Germania dell’Est, Polonia, Ungheria, Bulgaria, Romania, Jugoslavia e Albania. La raccolta spiega come mai molti dei regimi comunisti si opposero alle riforme di Alexander Dubček e sostennero l’intervento militare sotto la guida sovietica nel 1968, mentre altri rimasero distanti. Inoltre si analizzano le reazioni sociali agli eventi del 1968, tra cui l’opposizione popolare alla repressione della Primavera di Praga, espressioni di lealtà verso il socialismo sovietico o casi di indifferenza e incertezza. Tra le molte e complesse eredità del 1968 ci sarebbero stati lo sviluppo di nuovi modi di pensare sull’identità regionale, i confini, la destalinizzazione e il peso del passato.

McDermot K. And Stibbe M.,

Eastern Europe in 1968: responses to the Prague Spring and Warsaw Pact Invasion,

Editor Palgrave Macmillan: London 2018.

311 pp.

 

Questo volume, appena uscito, ripercorre gli ultimi scritti di Franz Kafka dal punto di vista della mutevole relazione dell’autore con la lingua, la cultura e la letteratura ceca, cosi come l’aspetto meno compreso della sua vita e del suo lavoro. Franz Kafka nacque a Praga, città bilingue dell’impero asburgico. Kafka parlava ceco, ma come molti ebrei della città fu educato e scrisse in lingua tedesca. L’autrice attraverso questo libro descrive l’altra faccia di Kafka, spiegando l’importanza della lingua e della cultura ceca nella sua vita. Uno studio del tutto nuovo che dimostra come la fondazione della Cecoslovacchia e gli sconvolgimenti politici e professionali abbiano destabilizzato l’autore riguardo il senso di nazionalità, la lingua e la scrittura. “Kafka’s other Prague” mette a confronto il lavoro in lingua tedesca dell’autore con la politica linguistica, le correnti intellettuali e la cultura della Cecoslovacchia, compresa l’influenza della sua amante e traduttrice: la giornalista Milena Jesenská, e mostra come questo cambiamento culturale e linguistico abbia trasformato una delle più grandi menti della letteratura del secolo scorso.

Anne Jamison,

“Kafka’s other Prague: writings from Czechoslovak republic”,

Northwestern University Press: 2018,

208 pp.

 

Mauro Ruggiero, Monica Falaschi.

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